Can Tho
13 maggio 2004, giovedì
Ci accordiamo per un giro in barca con una signora che ci avvicina all’uscita dell’hotel; 25 dollari per cinque ore di navigazione sul Mekong che ci permetteranno di vedere due mercati galleggianti. Si parte dal molo davanti al Golf Hotel. Alla partenza un tizio dall’aria impettita controlla i documenti del nostro guidatore, forse la patente nautica o comunque il permesso per effettuare questo tipo di viaggio. Dopo cento metri di navigazione la donna con cui avevamo trattato e il pilota in regola con i documenti trasbordano su di una piccola imbarcazione che nel frattempo ci ha abbordato e sul barcone rimane un anziano accanito fumatore ai comandi e una ragazza con una busta piena di mercanzie; o gli diamo un passaggio al mercato o siamo noi i suoi futuri possibili clienti.
Il barcone è lungo una quindicina di metri, di legno massiccio, largo un paio di metri con motore entrobordo diesel molto rumoroso. Un tendone di colore azzurro ci proteggerà dai raggi del sole mentre a poppa tre poltrone fungono da soggiorno prendi sole.
C’è una grossa bassa marea tanto che numerose barche e barconi sono in secca; sono stati ormeggiati questa notte o ieri sera e il periodo di bassa marea viene sfruttato per il carico e lo scarico delle merci. Lungo il fiume ci sono numerosi punti di attracco contrassegnati da grossi cartelli quadrati con una P bianca su sfondo blu simili ai nostri cartelli che indicano il parcheggio. Questi punti d’attracco sono privi delle attrezzature tipiche che si vedono nei porti come le gru o altro; i barconi rimangono insabbiati nella melma e a questo punto con l’ausilio di passerelle di legno e bambù organizzati al momento si carica o scarica la merce a mano.
Credo di aver capito perché sulle strade è quasi assente il traffico pesante; in questa parte del Vietnam il trasporto delle merci avviene quasi esclusivamente sull’acqua. Lungo il fiume è un susseguirsi quasi ininterrotto di costruzioni grandi come capannoni o piccoli come empori con doppio ingresso uno lato fiume e l’altro sulla strada che costeggia il fiume. Poiché il livello dell’acqua fluttua in funzione delle maree queste costruzioni poggiano su palafitte; mentre un ingresso è sullo stesso piano della strada l’altro può trovarsi molto rialzato rispetto al pelo dell’acqua, come stamattina, per effetto della marea.
Questi magazzini servono come centri di stoccaggio per le merci a lunga conservazione come materiali edili, legno, granaglie, mobilia, elettrodomestici ecc. Giovani volenterosi scaricano le merci dai grossi natanti, li stivano nei magazzini e poi li ricaricano su imbarcazioni più piccole da un lato o su motofurgoni dall’altro.
Guardando fiume e canali dalla strada avevo notato in acqua dei recinti fatti di rete vicino a tutte le abitazioni e mi ero convinto che si trattasse di piccoli allevamenti domestici di pesci. Ora che è cambiato il punto d’osservazione e che la bassa marea ha scoperto un bel tratto di spiaggia si possono vedere chiaramente queste reti, sono tante e non servono a conservare il pesce ma a pescarlo. E’ una rete a forma di parallelepipedo di un metro per due che, alla base, finisce con una nassa in cui viene posta l’esca; paletti di bambù la tengono ancorata alla spiaggia e l’altezza è tale che con l’alta marea i pesci
possono entrare per gustarsi l’esca e restare imprigionati quando la marea scende fino a che il pescatore va a raccogliere il pesce che si gusterà a pranzo senza neanche bagnarsi i piedi.
La benzina costa 5600d al litro quella da 83 ottani e 6000d quella da 92 mentre il gasolio costa 4600d. Molti pescatori su piccole canoe raccolgono il pesce rimasto imprigionato nelle reti che hanno calato ieri sera; queste reti sono segnalate alle imbarcazioni con mezzi di fortuna tipo bottiglie di plastica colorate.
Sul fiume e sulle sue derivazioni i ponti stradali sono pochi; in due ore di navigazione ne abbiamo incontrati solo due di cui uno poco fuori città. In compenso c’è un’infinità di punti di traghettamento da riva a riva svolto con mezzi abbastanza nuovi; i collegamenti sono veloci, non ci sono tempi morti, il tempo di scaricare persone e mezzi traghettati, caricare quelli presenti sul molo in attesa e si riparte senza aspettare orari precisi o che il traghetto si riempia.
Il traffico di canoe, barche e barconi si sta intensificando e un groviglio di imbarcazioni in lontananza ci annuncia un primo mercato. E’ un mercato all’ingrosso di merci deperibili, quasi esclusivamente frutta, verdure e ortaggi. I barconi carichi di merci sono ormeggiati al centro del fiume e tutt’intorno le barche più piccole e le canoe con ananas, meloni, insalata e noci di cocco che dopo essere passati da un proprietario all’altro passano volando da un’imbarcazione all’altra. I prodotti la cui pezzatura è più piccola come le patate, le melanzane o i limoni vengono messi in buste di plastica o ceste di vimini e pesate dopo di che avviene il trasbordo.
Il concentramento di barche in un centinaio di metri di fiume è notevole e si capisce l’importanza delle canne di bambù che si elevano dalle imbarcazioni con in cima legato il prodotto in vendita.
Questi barconi sono di legno, sono fatiscenti e fanno anche da casa agli uomini che la governano tanto che è normale la presenza a bordo di donne e bambini. Le uniche barche che non hanno nulla a che vedere con la compravendita sono i pochi battelli turistici come il nostro e le barche che riforniscono gli abitanti dei barconi di tutti quei generi che occorrono per vivere in una casa, anche se galleggiante; queste piccole barche si notano subito perché trasportano tanta mercanzia colorata, dai secchi ai pettini ecc.
Le barche abitate si riconoscono dalle altre per la presenza dell’altissima asta con l’antenna TV in cima e per il tentativo di abbellirle, per quanto è possibile, con piante sempre verdi.
Nel trasbordo di prodotti come l’insalata o i carciofi molte foglie finiscono in acqua ma non vanno perse; a bordo di piccole canoe vengono raccolte una per una…!
Il peso del motore da una parte e il lungo gambo con l’elica dall’altra devono essere abbastanza bilanciati tanto che il pilota delle imbarcazioni le manovra agevolmente con un piede sia per determinare la direzione sia per alzare il gambo dall’acqua quando sente la presenza di qualcosa che potrebbe urtare o impigliarsi nell’elica e danneggiarla.
Dopo un’altra mezz’oretta di navigazione sull’acqua dall’aspetto poco pulito ci immergiamo in un altro
mercato galleggiante dalle caratteristiche simili al precedente; è meno vivo sicuramente per l’ora ormai tarda. Il grosso delle transazioni avviene dall’alba alle nove del mattino. Sulla strada del ritorno ci fermiamo a un piccolo approdo convenzionato in una piccola traversa del Mekong. C’è il solito piccolo zoo con tartarughe, pitoncini, pipistrelli, animali domestici e due scimmiette crudelmente legate al tronco di un albero come cani. Sono due esemplari giovani; un maschio calmo, pacato, riflessivo, dall’aria da intellettuale che ha mangiato la banana con la flemma di un lord inglese e una femmina frenetica e dispettosa che ha mangiato la sua in quattro e quattr’otto per poi cercare di fregare la banana all’altro.
Verso mezzogiorno torniamo al molo da cui siamo partiti. Siamo attratti dalla musica proveniente dal ristorante di fronte al Gold Hotel; c’è un banchetto di matrimonio d’alto bordo. Più di duecento invitati, gli sposi che passano tra i tavoli per le foto e le riprese di rito e due cantanti che si alternano sul palco. Entriamo in punta di piedi, facciamo qualche foto agli sposi e subito ci invitano a bere una birra; solo che appena allontaniamo la bocca dal boccale c’è qualcuno che lo riempie e fa segno con insistenza di bere. Alla fine scopriamo che per buon augurio verso gli sposi occorre bere il boccale di birra tutto d’un fiato fino all’ultima goccia dopo di che scoppia l’applauso di ringraziamento; facile, solo che prima di capire il giochetto ho dovuto bermi tre birre di cui una calda!
Gli invitati seduti ai tavoli dove gli sposi fanno di volta in volta le foto di rito fanno il brindisi d’augurio che consiste appunto nel bere il boccale di birra tutto d’un fiato; solo gli sposi sono esentati, per ovvi motivi, ma
non possono esimersi dal sorseggiare la birra assieme agli ospiti.
L’ormai solito, violento e breve acquazzone giornaliero ci accompagna mentre facciamo un po’ di spesa in cibarie.
Come in tanti altri posti anche qui gli autisti dei pochi mezzi in circolazione si scambiano a gesti informazioni sullo stato delle strade. L’autista non pratico della strada che sta percorrendo chiede se ci sono pericoli nel tratto di strada che andrà a percorrere lampeggiando all’autista di un mezzo che incrocia e che ha quindi appena percorso il tratto interessato. Se la situazione è tranquilla l’autista risponde di no con la mano aperta nel gesto che per noi significa quasi. Se invece il pericolo c’è lo imita con la mano, poi ne indica la quantità, poi ripete il tipo di pericolo; per esempio: cunetta, due, cunetta.
In questa parte del Vietnam sono in funzione i nuovissimi semafori a luci multiled, una vera novità anche per noi in Italia.
La strada costeggia un ramo del delta del Mekong; ci sono numerosi brevi tratti sterrati e alcuni restringimenti di carreggiata dovuti alla costruzione di un nuovo ponte. Per procurarsi la sabbia necessaria all’impasto del cemento hanno creato delle vasche con i bordi di sacchi di juta pieni di sabbia. Dentro queste vasche pompano l’acqua melmosa dal fondo del fiume; i sacchi di juta fungono da filtro lasciando passare l’acqua e fermando la sabbia che rimane intrappolata nella vasca. Un sistema ingegnoso ed elementare al tempo stesso e soprattutto economico e veloce.
Siamo attratti dal trasbordo di pesci dal cassone di un camion a un carretto a mano. A un più attento e
same notiamo che non sono pesci interi ma quello che rimane dopo lo sfilettamento.
Un ragazzo armato di rastrello tira giù rudemente le carcasse di pesce e riempie il carretto dalle sponde alte che due ragazzi a fatica spingono all’interno su viottoli sterrati ricavati tra vasche, risaie, palafitte e banani. Seguendo il carretto ci troviamo immersi in un villaggio posto sulla riva del fiume i cui abitanti sono tutti dediti alle varie lavorazioni del pesce.
Le carcasse di pesci di discrete dimensioni vengono lavate in grosse vasche dopo di che mani esperte, anche di bambini, li sviscerano prima di essere posti su grosse stuoie rialzate da terra per una leggera asciugatura prima di essere posti in salamoia in grosse vasche spesso posizionate sotto le abitazioni. Tra qualche mese da queste vasche ricaveranno litri di ottima salsa di pesce che qui chiamano nuoc nam che è alla base della cucina vietnamita come la salsa di soia lo è per quella cinese. Sembra che i vietnamiti ricavino il venti per cento del proprio fabbisogno proteico proprio da questa salsa.
In un’altra zona del villaggio stanno lavorando il pesce fresco; vari gruppi di persone lavorano a quella che potrebbe sembrare una catena di montaggio. Il pesce viene lavato e poi sfilettato; i filetti vengono posti in salamoia in vasche di cemento. Dopo qualche giorno i filetti vengono tolti dalle vasche, lavati e posti su stuoie rialzate da terra per la disidratazione; a questo punto sono pronti per la commercializzazione.
L’essiccazione del pesce è una lavorazione indispensabile in un paese come il Vietnam dove gli elettrodomestici, tra cui i frigoriferi, non hanno una diffusione capillare come da noi.
C’è un ragazzo che ha il compito di raccogliere i filetti dalla vasca dopo il passaggio in salamoia. Usa uno scolapasta di plastica colorata che dopo aver fatto sgocciolare passa col carico di filetti ad altri ragazzi o ragazze che lo trasportano nella zona del lavaggio. Potrebbe essere un lavoro come un altro se non fosse per il fatto che questo ragazzo è immerso fin sopra le ginocchia nella salamoia senza alcuna protezione; spero che l’effetto della salamoia sulle sue gambe ora dopo ora, giorno dopo giorno, sia altrettanto protettivo come sui filetti che lui lavora… ma ho qualche dubbio!
In tutto il villaggio c’è un pungente odore di pesce ma non possiamo lamentarci più di tanto visto che queste persone col pesce non solo ci lavorano di giorno ma ci dormono anche sopra di notte visto che la gran parte delle vasche per il nuoc nam sono posizionate sotto le assi di legno del pavimento delle palafitte.
Al centro del villaggio c’è una vecchia casa colonica francese abbastanza malridotta. All’interno due donne vestite di nero vivono nelle due stanze al pian terreno trasformate in tempio; ci fanno accomodare ma sfortunatamente ogni tentativo di dialogo tra noi fallisce.
Alloggiamo al Delta Adventure Inn di Chau Doc, un residence fuori città con camere pulite e personale simpatico. 3 dollari a testa in media.
Al posto di traghettamento Ben Pha Con Tien di Chau Doc ci accordiamo per 80000d per tre piroghe a remi per fare un giro tra le famose case galleggianti della zona. Siamo quasi al tramonto e la luce da un tocco di magia a questo emozionante giro in barca. Il rematore è posizionato in piedi a poppa come il più
famoso gondoliere veneziano ma, a differenza di questo, usa due remi. Le canoe sono larghe circa cinquanta centimetri per non più di tre metri. Il legno ha perso la sua consistenza tanto che l’unghia affonda senza sforzo in esso. Finalmente possiamo goderci questa crociera sul fiume senza il rumore assordane di un motore che qui, più che in altri posti, si capisce perché è detto a scoppio.
Le case galleggianti più che l’alternativa alle palafitte ne sono la naturale prosecuzione verso l’acqua. In pratica tra l’argine e la riva che si forma nel momento di bassa marea ci sono le palafitte dopo di che ci sono le case galleggianti. Queste sono costruite sui classici bidoni di metallo e fasci di legno che ne garantiscono il galleggiamento. Sono delle vere e proprie case con tanto di energia elettrica portata in casa con fili volanti e antenna TV. Quasi tutti hanno una veranda con piante sempreverdi, cani abbaianti e gatti. Curiosa la presenza su queste case di bici e motorini che anche in presenza di veranda sono parcheggiate in casa. Le pareti sono fatte con materiali di risulta con netta predominanza di lamiere, paglia e legno.
Sotto casa ci sono recinti fatti di reti in cui allevano pesci che vengono alimentati e pescati attraverso botole poste sul pavimento di casa.
Mangiato al ristorante Me Kong, all’aperto nel cortile di un bel palazzo coloniale francese. Spaghetti e riso cucinati in diversi modi a partire da quelli vegetariani con… bacon e gamberetti a quelli non vegetariani con… bacon e gamberetti. 27000d a testa.
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Ho Chi Minh
15 maggio 2004, sabato
Cu Chi si trova a una sessantina di chilometri da Saigon. Seguiamo subito una videocasseta in una sala attrezzata allo scopo. E’ in spagnolo, in bianco e nero e racconta la storia della provincia. Entriamo nel parco e un ragazzo vestito da ranger ci fa da guida. Seguiamo un percorso all’interno di un bosco; la giovane guida ci fa notare subito che gli alberi sono tutti giovani. I vecchi furono vittime del disboscamento effettuato dagli americani nella zona.
La prima buca che vediamo è a grandezza naturale, non è stata allargata a fini turistici per permettere la visita a noi occidentali dal fisico più possente. Una tavoletta di legno fa da tappo mimetizzata sotto le foglie; è piccolo e sembra impossibile che qualcuno posa entrarci ma non è così perché dopo la guida locale dall’esile costituzione riesce a entrarci anche Azelio che tanto piccolo non è. Passiamo per una trincea; qui l’apertura che la collega alla rete di cunicoli è più grande.
Un rettangolo di bambù intrecciato, imperniato al centro e ricoperto da foglie, nasconde una grossa buca a forma di parallelepipedo con tantissime canne di bambù appuntite piantate sul fondo ad attendere gli ignari nemici. Questa è solo una delle tante e differenti trappole disseminate in giro; la maggior parte non aveva lo scopo finale di uccidere ma quello di provocare ferite gravi soprattutto alle caviglie o alle ginocchia.
All’interno dei cunicoli vivevano migliaia di persone che come tutti avevano bisogno di mangiare, dormire, lavorare, curarsi ecc. A soddisfare queste esigenze c’erano degli ambienti più grandi, alcuni dei quali sono stati riprodotti quasi in superficie per essere visitati più agevolmente. Si presentano come vasche interrate con copertura di foglie di palma.
Nella prima che visitiamo ci sono dei manichini a grandezza naturale che si muovono come nei presepi; ci sono fabbri che fabbricano arpioni di ferro per le trappole mentre altri segano le bombe aeree inesplose degli americani per riciclarne la polvere da sparo in esse contenuta.
Nelle cucine e nei dormitori era necessario accendere il fuoco senza però tradirne la presenza all’esterno con il fumo; il camino era coperto da un grande coperchio con tanti forellini laterali da dove usciva il fumo come dai forellini del fornello di casa escono le piccole lingue di fuoco. A sua volta il coperchio era coperto da un grosso strato di foglie; il fumo, già diviso dai tanti forellini, veniva ulteriormente sezionato dallo strato di foglie tanto che diventava praticamente invisibile.
Come il fuoco anche le prese d’aria erano indispensabili per chi viveva sottoterra; queste erano mimetizzate all’esterno da grossi sassi che le coprivano ma sagomati in modo da far passare l’aria, magari nascosti alla vista dal tronco di vicini alberi.
Nell’infermeria oltre al tavolone centrale coperto da zanzariera ci sono degli stipi con dentro i ferri del mestiere dei chirurghi dell’epoca.
Hanno allestito un poligono di tiro dove è possibile sparare con le armi dell’epoca; entusiasti turisti americani, incuranti della pioggia, non si sono lasciati sfuggire l’occasione.
Un tratto di cunicolo è stato allargato per dare la possibilità ai visitatori occidentali di provare... a fare la fine del topo! Appena entrati c’è subito una curva per evitare colpi d’arma da fuoco
diretti; la vista di uno scorpione e l’aria viziata provocano qualche defezione, in compenso per chi prosegue hanno anche messo le luci di posizione.
Poco più di venti metri di galleria allargata e con lucine mi sono costati fatica; non oso immaginare come si dovessero sentire quelli che erano costretti a viverci.
Riprendiamo la marcia con il nostro pulmino con autista. Si notano in questa zona tante piccole chiese cristiane di recente costruzione o restauro.
Il caldo e i lunghi tratti in pullman stanno cominciando a provocare gravi effetti. Candeliere --candelabro, gondoliere – gondolabro; porcile – porcilaia, cortile – cortilaia. Questi sono solo alcuni esempi di assonanza… demenziale prodotta dal gruppo.
Un po’ di giorni fa abbiamo visto un impianto di alberi da caucciù; qui ce ne sono grosse distese con alberi dal tronco molto grosso. L’albero della gomma, Hevea brasiliensis, è originaria della foresta Amazzonica ma solo nel sud est asiatico ha trovato l’ambiente adatto per la coltivazione. L'albero comincia a essere sfruttato a partire dai 5-6 anni d'età praticando delle incisioni ortogonali ai canali laticiferi che non danneggiano la crescita dell'albero e raccogliendo il lattice di colore bianco giallognolo in ciotole legate al tronco. Qui delle ragazze stanno passando d’albero in albero a raccogliere il liquido dalle vaschette.
Ci fermiamo perché attratti dall’attività che si svolge nell’aia delle case di questa zona; stanno stendendo a seccare all’aperto le foglie di una qualità di palma come da noi stendiamo le foglie di tabacco. Queste foglie sono molto chiare, non
ne ho mai viste di questo colore; sicuramente vengono sbiancate artificiosamente. Serviranno per la costruzione dei tipici cappelli conici.
Arriviamo a Mui Ne. Ci dirigiamo verso il mare seguendo un camion carico di cubetti di ghiaccio. La spiaggia in questo punto non è proprio un bel vedere e il profumo non è quello tipico del mare. Le barche sono tutte fuori a pesca; l’orizzonte è una fila continua di centinaia di imbarcazioni.
Lasciamo la spiaggia e risaliamo verso il paese costruito sulle rocce di una scogliera. A un certo punto una simpatica signora mi punta l’indice prima e sghignazzando poi mi mostra la ragazza seduta fuori dalla porta a fare il bucato. Sempre sghignazzando e indicando alternativamente me e la ragazza fa il segno dell’unione. In men che non si dica si organizza il matrimonio con tanto di consenso dei genitori, scambio di foto e indirizzi tra la gente del paese che è accorsa contenta per non perdersi lo spettacolo. Un ragazzo fa da interprete storpiando i nostri nomi tanto che Azelio è ormai diventato per tutti noi Azonzo.
La mia sposa si chiama Nguyèn, ha ventuno anni, carina e fisicamente non è male; purtroppo ha un occhio strabico e forse ricoperto da cataratta che sicuramente non le ha permesso di sistemarsi prima.
Per noi è stato un divertente quarto d’ora con Paola che inzuppava il pane e spero, mi dispiacerebbe il contrario, che anche per loro sia stato un divertente diversivo.
Tornando verso il pulmino, ridendo dell’accaduto, siamo attratti dal pavimento di un basso dove crediamo d’aver visto pascolare cinque bei topi di discrete dimensioni. Torniamo indietro increduli
ma la nostra incredulità si trasforma in stupore quando vediamo che i topi non solo non vanno via in nostra presenza ma rispondono come gatti al richiamo delle due signore sedute in amichevole conversazione fuori al basso e che sono ora divertite dal nostro stupore.
Lungo la strada che porta a Mui Ne ci sono tantissimi hotel e residence di buona fattura e ristoranti. La spiaggia è pulita, a parte le foglie di posidonia portate a riva dalle onde. L’insieme è carino, in espansione.
Ci sono due ristoranti italiani vicini; entriamo in quello segnalato dalla Lonely e che ha il forno a legna. Si chiama Luna d’autunno, è gestito da Alessandro con personale vietnamita. Alessandro è di origine veneta ma è da anni in giro per il mondo; ultime tappe sono state la Germania, la Cina e ora Vietnam. Parla volentieri con noi appena ha un po’ di tempo libero. Ha cominciato ad Hanoi con altri due amici italiani investendo 500 dollari; ora dopo cinque anni gestiscono due ristoranti dal valore di 150000 dollari. L’inizio è stato un po’ duro perché sono partiti in un momento in cui tutto l’oriente era in crisi, Giappone e Cina in testa; questo gli ha permesso però di strappare degli ottimi contratti d’affitto di cui beneficiano oggi. La svolta c’è stata quando hanno deciso di fare il forno a legna che poi è stato quello che ci ha invogliato a entrare.
Il locale è un enorme cono di bambù sotto il quale c’è la sala, la cucina e il bar. L’insieme è bello è le pietanze sono molto buone; è la prima volta che mangio bene in un ristorante italiano all’estero. 120000d a testa.
Alloggiamo all’Hotel Hai Gia, un piccolo residence con buone camere doppie e discesa al mare. 35000d a testa.
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