Puerto Madryn

8 febbraio 2010, lunedì

Colazione in albergo con caffè, the, latte, pane tostato con burro, marmellata e crema di latte dolce e mini cornetti semi crudi. Oggi l’itinerario prevedeva anche un giro in barca per vedere le balene e i loro piccoli ma ci dicono che sono andati via per cui desistiamo.
In direzione nord costeggiamo il Golfo Nuevo e a metà del tombolo che unisce la penisola di Valdés alla terraferma ci fermiamo al museo. Siamo già nella Riserva Faunistica Península Valdés dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità e nel museo c’è poca roba, solo lo scheletro di una balena d’altri tempi, alcune fotografie satellitari della zona e pannelli riguardanti fauna e flora della penisola.
C’è una torretta in cemento che permette uno sguardo d’insieme e la vista dei due mari. La caratteristica strana ma vera di questi due mari è che pur essendo divisi da una stretta striscia di terra hanno tra loro una differenza di marea di quattro ore; questa differenza farebbe del posto dove siamo il luogo ideale per la costruzione di una centrale elettrica pulita ma la volontà di mantenere il più possibile integro dal punto di vista naturalistico questo posto ha di fatto bocciato il progetto.
Riprendiamo la marcia e subito un nandù ci attraversa la strada; un attimo e si mimetizza nella bassa e poca vegetazione. Corre come uno struzzo ma è molto più piccolo e di colore grigio. Tra gli uccelli molto più presente è la pernice con la sua caratteristica cresta; in questo periodo è seguita dai pulcini come i fagiani da noi.
Nella steppa pascolano i guanaco, che sono della famiglia dei cammelli e somigliano ai lama, qualche cavallo sparso qua e la e tante pecore ma non tantissime; sono tozze e hanno il collo rugoso.
A Punta Pirámides finisce la strada asfaltata; seguiamo una pista sterrata che scende fino al mare. La strada è scavata nella sabbia e poiché questa zona qualche millennio fa era sommersa dall’acqua oggi leggendo i vari livelli dei sedimenti è possibile ricostruire la storia di quest’area. Sono tanti i resti fossili, soprattutto di conchiglie, ma è facile trovare resti di balene e altri animali preistorici.
Siamo su di un costone a una ventina di metri dal livello del mare e, sotto di noi a crogiolarsi al sole, una nutrita colonia di leoni marini; ci sono le mamme che allattano i figli e i maschi giovani che cercano di rubare le femmine dall’harem del maschio dominante che vengono regolarmente cacciati in malo modo da quest’ultimo. Molto bella la scena del piccolino che mentre allatta fa la pipì e quella del giovane maschio che dopo la faticaccia della risalita dall’acqua al pianoro dove bivaccano i suoi consimili ha cercato disperatamente di farsi una famiglia ma dopo essere stato ripetutamente cacciato sia dai maschi che dalle femmine si è rituffato indecorosamente in acqua a raffreddare i suoi bollenti spiriti.
A dispetto del nome, a Puerto Pirámides non c’è un molo praticabile ma solo i resti dell’antico porto dal quale veniva spedito il sale prodotto nelle saline ormai abbandonate site al centro della penisola. Facilitati dalla spiaggia che declina lentamente in acqua le imbarcazioni che arrivano si posizionano sul carrello opportunamente sagomato di un trattore che aspetta a mezz’acqua e che le traina in spiaggia dove i passeggeri vengono fatti scendere. Operazione inversa quando l’imbarcazione riparte.
Sono le 11.00 ed è bassa marea tanto che occorre camminare un bel po’ prima di poter raggiungere la riva; sul costone vicino c’è un pescatore che lancia ripetutamente in acqua il suo artificiale nella speranza di tirare su qualche pesce; è nato in Argentina da genitori siciliani di Noto, che lui pronuncia Nuoto, che sono venuti qui nel’60. Vive a Trelew ed è appassionato di pesca; in genere va sui torrenti della cordigliera a pescare la truchia e a conferma di ciò mi mostra la scatola di latta con tutto l’assortimento di mosche. Con un largo giro di parole cerco di capire se anche qui porta male augurare buona pesca a un pescatore; dallo sguardo torvo capisco di si e mi astengo.
Seguendo la Ruta 2 completamente sterrata raggiungiamo Caleta Valdés; qui c’è una nutrita colonia di Pinguini di Magellano. Hanno costruito il nido sul costone che degrada sulla spiaggia; è impossibile ridiscendere il costone perché questo farebbe inevitabilmente crollare i nidi e comunque sarebbe inutile perché abbiamo le bestioline a pochi metri da noi. Percorrono continuamente il tratto dalla tana al mare e viceversa per pescare e portare il cibo ai pulcini che sono nel nido; sono di un’eleganza unica e con il loro atteggiamento sembra che si mettano in posa. Non hanno paura dell’uomo tanto che è possibile fotografarli da pochi metri.
Oggi sulla Penisola Valdés era prevista pioggia, fortemente desiderata dai locali meno da noi, ma il vento ha scongiurato il pericolo; senza vento sarebbe stata una giornata uggiosa o torrida o entrambe invece questa ha tenuto lontano la pioggia e mitigato la temperatura.
Proseguendo con la Ruta 47 raggiungiamo Punta Cantor; nella penisola le strade sono tutte sterrate, abbastanza larghe e continuamente manutentate con trattori attrezzati che le livellano. Tutto intorno è la famosa steppa patagonica fatta di erbe arcigne e piccoli arbusti senza alberi che rende il paesaggio di una monotonia disarmante; i rettilinei sono esageratamente lunghi tanto che le poche curve sono precedute da segnali di attenzione che in questo caso sono frecce nere su sfondo giallo su cartelli quadrati.
A Punta Cantor c’è la possibilità di mangiare; presa una salsiccia alla brace tanto bella da vedere tanto brutta da mangiare. E’ di carne bovina con tanto grasso e, a dispetto del bel colorito esterno, praticamente cruda all’interno. Il primo dei due percorsi fattibili porta alla spiaggia dove sono parcheggiati alcuni elefanti marini del sud, mirounga leonina, che si crogiolano al sole; sono sulla battigia che degrada velocemente in acqua tanto che è possibile vederli solo dalla parte alta del percorso perché cercando di scendere nella parte bassa del costone nel tentativo di avvicinarsi alle bestiole queste scompaiono alla vista.
Sono pochi e sono tranquilli perché ormai la stagione degli amori è finita, altrimenti avremmo assistito a feroci lotte tra maschi dominanti che proteggono i propri harem di decine di femmine dai tentativi di accoppiamento dei maschi periferici. I 5 metri di lunghezza e le 4 tonnellate di peso del maschio ne fanno il più grande tra le specie di foche; è cinque volte più grosso della femmina che, grazie al doppio utero, è sempre incinta.
Primo incontro con un armadillo che però scappa velocemente nella vegetazione scomparendo alla vista e all’obbiettivo. Il secondo percorso è puramente panoramico; c’è una lunga striscia di sabbia che scende parallela alla costa per diversi chilometri come se fosse una penisola californiana in miniatura. Noi ci troviamo nel punto della terraferma che guarda alla punta di questa penisola di sabbia; questa mattina al museo abbiamo visto le foto satellitari della zona di cui una del ’70 e una dei giorni nostri dalle quali si vede che il fenomeno dell’erosione delle coste qui è inverso. E’ il mare che si ritira per far spazio alla terra infatti questa lingua di terra si è estesa tantissimo in quest’ultimi decenni tanto che l’imbocco si è ridotto a poche decine di metri.
Prima della partenza c’è stato l’incontro con un secondo armadillo che si aggira nel parcheggio; è iniziata subito una caccia all’ultimo scatto tra lui e un nutrito gruppo di assatanati fotografi. Abbiamo potuto constatare che nonostante il peso dell’armatura l’animaletto è molto agile e alla fine dribblando i goffi tentativi di placcaggio si è dileguato nella steppa.
Riprendiamo la marcia verso Punta Norte; la strada costeggia quello che sembra un canale tra la terraferma e la penisoletta di sabbia. a un certo punto c’è un’isoletta nel mezzo con una importante colonia di pinguini; è possibile vederli solo da lontano perché tutta la zona è interdetta. Questa lunga lingua di sabbia è priva di vegetazione nella parte meridionale, la più giovane, mentre nella parte nord, più antica, si vedono già i primi tentativi di colonizzazione vegetale con piccoli arbusti e sparuti ciuffi d’erba.
Dalla strada si vedono diversi gruppi di guanaco e cavalli che stazionano vicino al mare. La strada sterrata è abbastanza larga ma, quando viene tagliata da un recinto, questa si restringe; forse per permettere una più agevole chiusura del recinto e quindi della strada quando occorre radunare il bestiame.
A Punta Norte c’è qualche elefante marino e grandi colonie di leoni marini. Questi ultimi sono divisi in tanti gruppi formati dal maschio dominante, dalle femmine e dai cuccioli. I cuccioli o allattano o stanno insieme in una specie di nursery con un paio di femmine che li accudiscono.
I giovani maschi in cerca di femmine utilizzano la tecnica, molto crudele ai nostri occhi, di rapire un cucciolo e maltrattarlo sperando che la madre esca dal gruppo per proteggere il figlio e tentare così l’accoppiamento. Purtroppo i piccoli non sopravvivono quasi mai a questi maltrattamenti; la spiaggia è disseminata di piccole vittime e su quelle più recenti sono evidenti i segni della carne lacerata dai morsi dei giovani maschi con cui afferrano i piccoli per scaraventarli lontano.
Dal punto di vista… sonoro è un insieme di belati e ragli intervallati da rutti spaventosi del maschio dominante che marca il territorio.
Siamo ritornati all’Alojamiento Teuly e andiamo a fare una corsetta nella vicina pista di atletica. La pista in cemento è rovinata; è agibile solo la parte dei 100 metri. Le corsie sono delimitate da strisce bianche dipinte a mano… non molto diritte. Una ragazza sta provando le partenze dai blocchi; il suo allenatore la tiene con una camera d’aria da bici e funge da zavorra facendosi trainare per 40 metri.
Cena in un ristorante del centro dove per 48 $ puoi mangiare tutto quello che vuoi e quanto vuoi dai primi ai dolci, dalla carne ai gelati, dalle verdure al pesce. A parte si paga da bere; una bottiglia di birra Heineken da un litro prodotta in Argentina, buona, costa 17 $.

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Puerto Madryn

9 febbraio 2010, martedì

Oggi si va verso Punta Tombo dove ci aspetta una della più grandi colonie di Pinguini di Magellano. Lungo la strada ci sono degli altarini dedicati a Gauchito Gil, riconoscibili perchè sono colorati di rosso con bandiere e fiori dello stesso tipo, o dedicati alla Difunta Correa riconoscibili dalle tantissime bottiglie d'acqua lasciate nelle vicinanze. Entrambi sono legati a leggende che vogliono i protagonisti morti per dare la vita.
Uscendo da Puerto Madryn c'è una serie di colline di diverse altezze con una netta linea di demarcazione orizzontale che divide la parte inferiore di colore bianco da quella superiore color ocra; la Patagonia qualche anno fa era sotto il livello del mare e il colore bianco sta a indicare un periodo in cui le acque erano relativamente calde e calme mentre l’ocra testimonia il successivo raffreddamento delle stesse con conseguente cambiamento degli abitanti del mare e quindi dei sedimenti e del colore degli stessi.
Il sentiero inizia subito dopo l'ingresso al parco; in alcuni punti c'è una staccionata fatta con il fil di ferro come è d'uso da queste parti mentre per il resto del percorso la delimitazione è costituita da sassi per lo più bianchi. Le regole sono poche e vanno rispettate se si vuol salvaguardare questi siti; non oltrepassare le pietre, cedere il passo al pinguino che attraversa e soprattutto non toccare gli animali per non modificarne l'odore in quanto l'olfatto è l'unico mezzo che hanno per riconoscersi in mezzo a milioni di individui. Contaminandoli i piccoli non riconoscerebbero più i loro genitori e viceversa e sarebbero condannati a morte sicura.
I pinguini non riescono a guardare con entrambi gli occhi nella stessa direzione perchè questi sono posizionati ai lati della testa; se l'animaletto gira la testa come in senso di diniego è segno che non si sente sicuro, è a disaggio e potrebbe attaccare. In questo caso è meglio allontanarsi.
Pensavo che il sentiero portasse alla colonia di pinguini invece siamo già nel mezzo di uno degli spettacoli della natura più belli; non siamo seduti sulla poltrona a guardare il filmato di Piero Angela alla televisione ma siamo dentro la TV, davanti alla cinepresa e non dietro. Siamo circondati da pinguini; adulti, è difficilissimo distinguere il maschio dalla femmina, giovani nati l’anno scorso che stanno cambiando muta e che per questo non possono entrare in acqua e mangiare, e giovanissimi nati da poco che sembrano finti, dei peluche.
Siamo in piena steppa patagonica; il mare non è lontano ma non si vede. Le tane sono scavate nella sabbia o sono in mezzo ai cespugli o sono buche nella sabbia sotto i cespugli; alcuni sono dentro la tana ma la maggioranza è fuori.
I pinguini di Magellano trascorrono circa otto mesi in mare aperto al largo del Brasile senza mai toccare terra poi al momento della riproduzione vengono sulle coste della Patagonia; sono monogami, il maschio arriva per primo e torna al vecchio nido, ne prende possesso se è ancora agibile e aspetta l'arrivo della femmina. Chi trova il nido distrutto o occupato deve procurarsene un'altro; gli ultimi arrivati riescono a trovare spazio solo molto lontano dalla spiaggia, quindi dal mare che rappresenta il cibo.
La femmina depone due uova e si alterna col maschio alla cova mentre l'altro va al mare a mangiare. Quando nascono i piccoli i genitori vanno al mare a mangiare alternativamente e tornano al nido a rigurgitare il cibo ai pulcini. Le due uova si schiudono a distanza di una settimana per cui nel nido ci sarà un pulcino più grande dell'altro che sfrutterà la sua forza per mangiare per primo e a sazietà. Se il nido è vicino al mare i genitori possono fare più viaggi al giorno per fare provviste e di questo ne beneficiano anche i secondogeniti mentre per i nidi più lontani il discorso cambia e il secondo nato è condannato a morte sicura.
Per buona parte il sentiero che percorriamo è parallelo alla spiaggia quindi taglia la strada ai pinguini che vanno o tornano dal mare; nei punti dove il passaggio è più intenso è stata costruita una passerella rialzata in modo che le bestiole possano passare indisturbate sotto di essa. La lontananza dal mare per quelli che abitano lontano è accentuata dal fatto che il pinguino cerca la strada da fare con l’olfatto per cui è costretto a fermarsi dopo pochi passi per annusare l’aria e poi ripartire e quando finalmente arriva al mare dove c'è un grandissimo assembramento impiega molto tempo prima di immergersi in acqua. Questa lentezza gioca purtroppo a sfavore dei piccoli nati in fondo alla colonia.
C’è una grandissima spiaggia con al centro un piccolo promontorio di porfido; è tutto pieno di pinguini che aspettano il momento buono per immergersi. Dopo poco si comincia a riconoscere le tane abitate dal colore chiaro del guano che le circonda e dando uno sguardo d’insieme alle colline circostanti si riesce a capire meglio l’immensità della colonia.
Tanti guanaco condividono il territorio senza entrare in conflitto con gli eleganti pinguini; qua e la si vedono piccoli roditori di media grandezza senza coda e piccolissimi topolini di pochi centimetri con coda dal potente squittio.
La giornata è piacevolmente ventosa e nulla fa presagire quello che di li a poco succederà; senza il benché minimo preavviso il vento cresce di intensità provocando una tempesta di sabbia che copre il cielo e riduce la visibilità a pochi metri. Una sabbiatura in piena regola; scene apocalittiche con le persone piegate per offrire meno superficie al vento, nebbia color ocra dal quale a sprazzi fa capolino qualche raggio di sole, cespugli piegati e fantasmini alti poco più di mezzo metro che ti circondano e che mantengono la loro eleganza nei movimenti anche in queste condizioni.
Il vento forte rimane ma fortunatamente la sabbia in sospensione diminuisce cosicché dopo una quindicina di minuti la visibilità torna quasi normale pur rimanendo difficile deambulare. Dal punto di vista… sonoro sembra di essere in un grande allevamento di asini infatti il verso di questi simpatici animaletti è incredibilmente somigliante a quello degli altrettanto simpatici somarelli tanto che vengono chiamati anche Jackson Penguin.
Essere a mezzo metro da due piccoli fratelli che lottano tra loro per mangiare il cibo che il genitore rigurgita per loro è una scena che difficilmente si potrà dimenticare.
Trelew oggi è una tranquilla cittadina che vive soprattutto grazie agli affari che ruotano intorno all’aeroporto che serve tutta la regione. Nel 1972 la città divenne famosa nel mondo per l’uccisione a sangue freddo di decine di prigionieri politici detenuti nel carcere cittadino che avevano tentato la fuga in massa cercando di fuggire via aereo dalla base militare. Questa storia è documentata ma si vocifera che buona parte degli oppositori politici desaparecidos siano passati da questa base militare e lanciati nel vuoto nella sterminata e deserta steppa patagonica durante voli notturni.
Nella piazza principale di Trelew, vicino al padiglione per la musica, incontrato un signore emigrato in Argentina coi genitori quando aveva undici mesi; il suo italiano è fantastico, un misto di siciliano e spagnolo condito da tanti macari che ultimamente Andrea Camilleri ci ha fatto conoscere con i suoi scritti.
Vicino Trelew c’è la cittadina di Gaiman; è di origine gallese e del suo passato rimangono diversi edifici in classico stile anglosassone come la vecchia stazione ferroviaria, il vecchio ufficio postale e diverse abitazioni civili tutte assorte a patrimonio cittadino protetto.
I gallesi furono tra i primi a giungere in Patagonia; non tutti erano agricoltori e la steppa patagonica che trovarono non era facile da coltivare. All’inizio sopravvissero solo grazie all’aiuto dei Tehuelche, la popolazione indigena, poi trovarono la verdeggiante valle del Rio Chubut e vi si stabilirono.
E’ prassi fermarsi in una sala da tè, tè che viene servito accompagnato da dolci della tradizione gallese. Il locale è nuovo ma arredato con oggetti antichi a cominciare dalla enorme vecchia cassa. Il tè è ottimo, tante le qualità di dolci più o meno buoni a seconda del gusto personale; 45 $ a testa seguiti da cinque minuti di sana follia al vicino parco giochi nell’attesa del minibus.
Cenato al ristorante Puerto Marasco con un’ottima bistecca e patate fritte per 48 $ più 16 $ per un litro di birra scura. In questi giorni in Penisola Valdés siamo stati accompagnati da Juan, una guida preparata, disponibile e soprattutto simpatica; il minibus con autista e Juan ci sono costati 75 euro a testa.

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El Chaltén

11 febbraio 2010, giovedì

Le preghiere hanno avuto effetto; ci siamo svegliati con un cielo limpido, azzurro con la cima rosata dal primo sole mattutino del Fitz Roy che sbircia da dietro le montagne che circondano la piccola cittadina. Il nome tehuelche della montagna è El Chaltén che significa vetta di fuoco forse proprio per il colore che assume il Cerro in mattinate come questa.
Colazione con un occhio al piatto e l’altro alla cima che sembra chiamarci al di là della vetrata della sala da pranzo del nostro albergo, il Lago del Desierto. Con il minibus guidato dal Mario tuttofare raggiungiamo l’Hostaria El Pilar che si trova lungo la RP 23 che costeggia il Rio de los Vueltos nella direzione opposta a quella dalla quale siamo arrivati ieri in città.
La Hostaria si trova a 467 metri slm e da qui inizia il percorso che ci porterà alla Laguna de los Tres dal quale sembra ci sia una vista ottima sul Fitz Roy. Si parte costeggiando il Rio Blanco; ha molta acqua ma a giudicare dal letto conosce tempi migliori. Dopo un po’ si entra nel bosco e si inizia a salire; il sentiero è bagnato dalle recenti piogge ma non scivoloso se non in alcuni punti.
Il classico picchiettare tradisce un picchio dalla testa rossa che si lascia fotografare tranquillamente senza lasciare il suo lavoro. A 660 metri d’altitudine sulla destra appare in tutto il suo splendore il ghiacciaio Piedras Blanca con in cima la vetta del Fitz Roy; si continua a salire dolcemente nel bosco fino a che ritroviamo davanti una grande spianata priva d’alberi e decidiamo di attraversarla, abbandonando il sentiero. Grave errore!
Al termine della spianata acquitrinosa troviamo alcuni laghetti ottimi da fotografare con la cima del Fitz Roy e il ghiacciaio come sfondo. Ritroviamo il sentiero e seguendolo entriamo in una fitta macchia di vegetazione in cui questo è l’unica via; usciamo allo scoperto e attraversiamo un torrente su un ponticello fatto con due tronchi di legno e un passamano sempre di legno su cui è possibile passare uno alla volta.
Dopo un centinaio di metri troviamo un cartello, il primo dopo quello incontrato all’ingresso del Parque Nacional los Glaciares; siamo io, Manuela, Tiziana, Letizia, Luca e Alberto. La prima impressione è che le indicazioni del cartello siano sbagliate; indica che stiamo andando a El Chaltén mentre a destra potremmo raggiungere le Lagune Madre e Hija e solo tornando indietro potremmo raggiungere la nostra meta. Tutti concordiamo che il cartello è sbagliato o posizionato male. Passa un turista tedesco, chiediamo lumi e lui ci risponde che dobbiamo tornare indietro; ci basta uno sguardo per… capire che non capisce nulla.
Fortunatamente passa una coppia di ragazzi e questi ci spiegano che poco più indietro c’è una deviazione che porta a Los Tres. Svelato l’arcano; tagliando per la spianata abbiamo shuntato il bivio così che stavamo effettivamente tornando a El Chaltén.
Torniamo indietro pensando divertiti alle parole di Mario che prima di lasciarci aveva sentenziato che era impossibile perdersi; come se non bastasse da quando eravamo usciti dalla spianata avevamo incrociato tante persone che venivano da El Chaltén e noi convinti che scendessero dalla vetta ci chiedevamo a che ora fossero partiti questa mattina!
Dopo il bivio che avevamo saltato c’è il Campamento Poincenot che raggiungiamo non prima dello spettacolare tuffo di Manuela lungo il sentiero fortunatamente senza danni. Dopo poco incontriamo il Rio Blanco che in questo punto è a carattere torrentizio e le sue acque scendono in modo tumultuoso e noi lo attraversiamo su un poco rassicurante ponte di legno i cui tronchi sono sbiancati dalle intemperie e che un cartello consiglia di attraversare uno per volta. Si riprende a salire e a 750 mt d’altitudine troviamo il Campamento Rio Blanco; un cartello ricorda a chi si accinge a continuare che la salita è molto ripida e difficoltosa. Un altro cartello più benevolo informa che l’acqua che sgorga da due tronchetti di legno è potabile.
La salita in effetti è molto impegnativa; la vegetazione è costituita da piccoli arbusti e qualche stentato alberello. A 850 metri d’altitudine riappare la cima del Fitz Roy; l’emozione è tanta anche perché siamo consci che una giornata bella come oggi è rara e questo ci incita a proseguire con entusiasmo.
Ai 1000 metri troviamo la prima neve; più si va avanti più diventa difficile la salita anche perché la stanchezza comincia a farsi sentire. Intanto la vetta si fa sempre più grande e vicina fino a che si sbuca in un pianoro tutto innevato; la vista è splendida ma ancora non siamo al clou. Altri pochi metri e la vista del Fitz Roy che si specchia nel Lago de los Tres toglie il respiro; non solo il cielo è di un azzurro intenso ma l’assenza completa di vento fa del lago uno specchio su cui si riflettono splendidamente tutte le cime che ci circondano.
Il lago è a 1177 metri slm e salendo sul vicino costone si apre alla vista anche il Lago Sucia, più basso del primo tanto che l’acqua che tracima dal Lago de los Tres verso il Sucia forma una cascata. L’insieme è a dir poco spettacolare anche perchè l'acqua del Sucia è verde smeraldo al contrario dell'altro.
La discesa è ancora più traumatica della salita mettendo a dura prova le ginocchia di noi trekkers. Giù a valle foto ricordo dei desaparecidos del mattino davanti al cartello incriminato e via verso El Chaltén. Lunghissimi saliscendi che si percorrerebbero facilmente se non fosse per la stanchezza che via via si è accumulata.
La prima parte attraversa laghetti e torrentelli che convogliano le acque verso la cascata che abbiamo visto ieri. Alcuni specchi d’acqua hanno un colore rossiccio al contrario degli altri vicini che sono di un azzurro acceso. A seguire entriamo in una fitta macchia dove a stento si riesce a passare nello stretto sentiero e poi in una foresta di caratteristici ñirè con alberi metà vegeti e metà con rami bianchi rinsecchiti.
Dopo l’ultima salita, a metà discesa appare come un miraggio la cittadina di El Chaltén; da questa mattina abbiamo percorso circa 25 chilometri, le gambe vanno avanti per inerzia ma ne è valsa la pena.

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Puerto Madryn

10 febbraio 2010, mercoledì

Sveglia all’alba per raggiungere l’aeroporto Almirante Marcos Zar di Trelew. L’alojamiento a gestione familiare ci è costato 9 € al giorno compreso la colazione di questa mattina all’alba.
L’autista ci dice che questa notte il vento ha soffiato a 100 km/h; c’è ancora un po’ di vento ma il cielo è di un azzurro intenso, condizione di luce ideale per fotografare… ma andiamo via. L’aeroporto è in fase di ristrutturazione ma fortunatamente ci restiamo poco visto che l’aereo è in orario. Volo AR 1802 dell’Aerolineas Argentinas; la tassa di imbarco da pagare prima del controllo bagagli è di 17.55 $. L’aereo da raggiungere a piedi è un Boeing 737-700; ci sono gia i passeggeri in transito che devono essersi svegliati presto questa mattina a giudicare dagli occhi spenti.
Partiamo in orario alle 8.35 e alle 10.26 è previsto l’arrivo a El Calafate. La divisa del personale di bordo è nera con camicia bianca e cravatta o foulard a strisce oblique nera, grande, viola, media, bianca, piccola.
In fase di atterraggio sorvoliamo il fiume che porta via l’acqua del Lago Argentino che con il suo azzurro pastello contrasta a meraviglia con il color ocra che lo circonda; sempre dall’alto si vedono le onde sull’acqua del lago segno che il vento non manca. L’aeroporto di El Calafate non è grande; recuperiamo immediatamente i bagagli e usciamo senza controlli. Fuori ad attenderci c’è Mario con minibus e carrello per i bagagli che ci accompagnerà per il proseguo del viaggio fino a Ushuaia.
Non è freddo ma la temperatura è decisamente più bassa rispetto alla Penisola di Valdés. Ci immettiamo sulla Ruta 40 e costeggiando il Lago Argentino ci dirigiamo verso nord; il paesaggio non è cambiato di molto con la solita steppa patagonica senza alberi con la differenza che qui all’orizzonte ci sono colline, montagne, fiumi, laghi…
Il Lago Argentino è color turchese e contrasta a meraviglia con l’azzurro del cielo e l’ocra del terreno. Una piccola deviazione sterrata ci porta al Bosque Petrificado. Tutto ebbe inizio nel periodo giurassico, 150 milioni di anni fa, quando le Ande ancora non si erano formate e la Patagonia era una sterminata foresta; quando iniziò il processo di formazione della cordigliera si crearono numerosi vulcani che con la loro attività seppellirono queste foreste con lava e cenere. In alcune aree si crearono delle sacche prive di ossigeno in cui il legno rallentò di molto il suo naturale processo di decomposizione dando tempo e modo ai minerali presenti nell’acqua di sostituirsi lentamente alle cellule del legno; questo ha generato la pietrificazione di parti di foresta che oggi vento e piogge hanno riportato alla luce.
Mangiamo qualcosa all’Hotel la Leona, sia perché è un sito storico sia perché… è l’unico della zona. Prendiamo a sinistra la SP 23, in direzione ovest verso El Chaltén, costeggiando il Lago Viedma dal lato opposto a quello della foresta pietrificata.
Intanto si è alzato un forte vento trasversale che rende difficile la guida e nuvole basse hanno nascosto le montagne davanti a noi, dove noi siamo diretti. Ci fermiamo al Canyon de las Vueltas; un breve sentiero dalla strada porta al canyon attraverso la bassa vegetazione. Il vento è incredibilmente forte; sembra di stare a Trieste sotto effetto Bora. L’acqua ha scavato un profondo canyon ma è impossibile affacciarsi perché il vento soffia in direzione tale da spingerti giù. Straordinaria la parete opposta alla nostra; è di colore nero basalto che si è erosa nel tempo omogeneamente tranne una fetta quasi perpendicolare di materiale diverso, color crema, che ha resistito di più creando come un tramezzo perpendicolare alla parete sospesa sull’acqua.
Comincia a piovere e con il vento a questa velocità le gocce d’acqua arrivano come proiettili causando lo stesso effetto della grandine.
El Chaltén si trova in una valle circondata da monti sulla riva del Rio de las Vueltas; da l’impressione di essere un posto tranquillo. E’ un misto tra cittadina e centro servizi con negozi, ristoranti, alberghi, campeggi ecc.; è in continua e costante crescita a giudicare dalle nuove costruzioni.
Breve trek di un’ora fino alla cascata Chorillo del Salto. Il sentiero costeggia la strada sterrata e passa tra strani alberi di ñire che sugli stessi tronchi ospitano sia rami vegeti che rami secchi bianchissimi; questo, sommato al cielo cupo, alla pioggerellina e al vento, da un aspetto tetro alla zona che nemmeno la piccola cascata riesce a fugare.

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El Chaltén

12 febbraio 2010, venerdì

Questa mattina il primo pensiero è stato quello di vedere la cima del Fitz Roy dalla vetrata della sala da pranzo; non è come ieri. Il cielo è semi nuvoloso e la cima in questione è nascosta dietro le nuvole. Alla periferia ovest della città, dopo una breve e ripida salita troviamo il cartello che indica l’inizio del sentiero. Dopo poco si sente il caratteristico rumore di una cascata che però non si vede. Inizialmente il percorso non è segnato molto bene tanto che a un certo punto siamo costretti a tornare sui nostri passi a ritrovare la pista perduta.
A 615 metri d’altitudine c’è un mirador dal quale però non si vede il Cerro Torre perché coperto dalle nuvole; in compenso si vede molto bene il Glaciar Grande. Il sentiero scende fino al livello del fiume che stiamo costeggiando alla sua destra; è una valle aperta, non ci sono alberi, solo arbusti più o meno alti. Troviamo la deviazione per la Laguna Madre e Fija e che funge da collegamento tra i due percorsi che raggiungono il Fitz Roy da una parte e il Cerro Torre dall’altro. All’altro capo di questa deviazione è dove ieri ci siamo accorti d’aver sbagliato strada.
Troviamo il bivio che ci porta al Campamento De Agostini che troviamo all’uscita di una boscaglia fatta da alberi d’alto fusto. Siamo a 626 metri d’altitudine e il campeggio è meno affollato di tende rispetto a quelli visti ieri. Siamo sul Lago Torre e sulla riva opposta a noi c’è il fronte del Glaciar Gande; il lago è chiuso su due lati da monti che degradano in acqua, dal fronte del ghiacciaio che è di fronte a noi e da una morena creata dal ghiacciaio stesso e che ora funge da diga e sulla cui cresta ci troviamo noi ora.
L’impressione è di essere sulla cresta di un cratere pieno d’acqua, acqua color crema con piccoli iceberg che il vento ha spinto verso di noi. Proseguiamo il trek verso il Rifugio Maestri seguendo il sentiero segnato con cumuli di pietra sulla cresta del cratere. Appena usciamo allo scoperto ci rendiamo conto che il vento soffia fortissimo e rende difficile l’avanzamento anche perché camminiamo su detriti pietrosi di diverse dimensioni, molti taglienti e altri instabili che non consentono un appoggio sicuro.
Come ieri la parte finale del percorso è quella più difficile ma mentre ieri siamo stati premiati da quella spettacolare visione oggi… siamo fermati da una frana che si è portato via il sentiero rendendo impossibile raggiungere il rifugio.
Siamo a 808 metri d’altitudine all’altezza del fronte del ghiacciaio e le tre cime con il Cerro Torre sono ancora nascoste dietro le nuvole. Consumiamo il fugace pranzo al sacco dietro un grosso scoglio che ci protegge un po’ dal vento e cominciamo la discesa verso il Campamento De Agostini; solo ora ci rendiamo conto della pericolosità del percorso. Sulle nostre teste ci sono centinaia di massi di discrete dimensioni in bilico che potrebbero provocare da un momento all’altro altre frane che inghiottirebbero il sentiero e chi malauguratamente si trovasse a percorrerlo in quel momento.
Nel frattempo Azelio complice il terreno instabile e una violenta folata di vento batte una musata… ma riesce a salvare la macchina fotografica; molta paura ma fortunatamente pochi danni.
A metà strada, sulla via del ritorno, uno squarcio tra le nuvole scopre alla vista le tre cime; solo la punta estrema del Cerro Torre rimane costantemente nascosta, sorda alle nostre preghiere. Possiamo accontentarci.

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