Kolkata

Kolkata, 31 ottobre 2015, sabato

Ricca colazione in albergo. Tra riso saltato, uova ed altro… sembra più il continuo della cena di ieri! Con un pulmino con autista faremo un giro per la città; la prima tappa è il Mullik Ghat Flower Market ovvero il mercato dei fiori che si svolge nelle vicinanze dell’Howrah Bridge. Sono le 8.30 di una giornata semifestiva e la città si sta ancora svegliando; ci sono ancora molte persone che dormono a terra sui marciapiedi mentre molti cani dormono ancora per strada segno che il traffico ancora non è… caldo.

Lasciamo la strada principale svoltando a sinistra e troviamo subito un passaggio a livello chiuso con un discreto numero di veicoli in coda. Il treno passa subito e le sbarre si alzano repentinamente ma complice la strada stretta al di qua ed al di la della strada ferrata impieghiamo un po’ di tempo prima di riuscire a muoverci. Al di la del passaggio a livello da un lato della strada ci sono tantissimi veicoli grandi e piccoli parcheggiati alla meglio usati per il trasporto da e per il mercato; dall’altro lato tante baracche costruite alla meglio con i più svariati materiali riciclati utilizzati come abitazioni, officine, chioschi per street food o altro. Tra i tanti c’è il riparatore di ciclorickshaw cargo; penso che per la loro semplicità costruttiva e la conseguente facilità nel ripararli questi mezzi vivranno in eterno.

Questa strada che stiamo percorrendo a piedi si dirige verso l’Howrah Bridge e gli passa sotto parallela al fiume. Ad entrambi i lati ora è un continuo susseguirsi di variopinte bancarelle più o meno grandi che vendono fiori a numero, a peso o sotto forma di ghirlande; quelle di fiori color giallo o arancio la fanno da padrone.

I portatori con grossi cesti sul capo pieni di fiori che vanno o vengono dal mercato sono tantissimi; è un mercato al dettaglio e, soprattutto, all’ingrosso dove i piccoli commercianti acquistano per poi rivendere nelle varie zone della città. E’ difficile trovare un aggettivo per descrivere l’insieme; è un tripudio di fiori, colori e profumi in mezzo a montagne di rifiuti e baraccopoli…

All’altezza dell’Howrah Bridge c’è un ghat dove alcune persone stanno compiendo le loro abluzioni mentre altri più semplicemente si stanno lavando con tanto di sapone; c’è molto fango fresco, segno che la marea si è abbassata da poco. Da qui c’è una visuale maestosa sul ponte considerato il più trafficato del mondo; un’incredibile opera d’alta ingegneria che s’innalza sul fiume Hooghly con un’unica campata di 450 metri che è praticamente sulle nostre teste. Sull’altra sponda, c’è la presenza massiccia della stazione ferroviaria di Howrah con il suo chilometrico muro di cinta a mattoncini rossi.

Stanno girando un film in uno spiazzo tra il fiume e una strada laterale del mercato; riusciamo a passare tra un ciack e l’altro. Al ritorno il passaggio a livello è di nuovo chiuso ma questa volta le cose sono messe peggio dell’andata perché alla riapertura delle sbarre un grosso camion è rimasto intrappolato nella strada stretta e non riesce ad andare ne avanti e ne indietro facendo da tappo a tutto il traffico da e per il mercato.

Arriviamo al Belur Math Temple, centro religioso sulle sponde del fiume Hooghly circondato da grandi giardini che comprende templi, scuole, ghat ed altro. E’ il quartier generale della missione di Ramakrishna, il guru che predicava l'unione di tutte le religioni, ed il tempio principale è una costruzione singolare che a seconda dell'angolazione dalla quale viene osservato assume ora le forme di chiesa, ora di moschea o di tempio buddista in linea con gli insegnamenti del guru fondatore.

Le donne di mezza età in su sono quelle che più di altri seguono i dettami religiosi o tradizionali che dir si voglia. Quando scendono ai ghat portano un piatto di ottone pieno di offerte che per lo più sono i fiori che abbiamo visto stamani al mercato e che dopo vari passaggi di filiera sono arrivati qui. Entrano in acqua a mezzo busto, portano il piatto in testa mantenendolo con le mani e si immergono completamente compreso il piatto in modo che le offerte finiscano in acqua. Si rialzano quasi subito e con il piatto raccolgono l’acqua in superficie e la gettano più in la ripetendo l’operazione più volte; a questo punto risalgono il ghat ed iniziano le operazioni di… asciugatura visto che il bagno è stato fatto con i vestiti addosso. Gli uomini in genere si bagnano solo le mani nell’acqua o, fermi qualche gradino più su, vengono leggermente bagnati con qualche goccia d’acqua dalle loro donne. Le ragazze si fanno i selfie con lo smartphone bagnandosi leggermente i piedi stando attente a non bagnare e sporcare il vestitino buono. Gli anziani vengono accompagnati in acqua e si immergono lentamente sempre attentamente tenuti per le braccia dalle figlie. I bambini vengono denudati e subiscono la stessa sorte.

Come in tutti i ghat a queste persone che si bagnano per fini religiosi si affiancano quelli che si bagnano per… lavarsi. Si riconoscono per l’uso del sapone che usano per il proprio corpo prima e per gli abiti dopo.

Molti riempiono recipienti d’acqua santa, recipienti che possono essere brocche d’ottone o bottiglie di plastica riutilizzate o contenitori, sempre di plastica, da due, tre litri che sono in vendita negli shops all’esterno del tempio.

E’ sabato e molti sono venuti in autobus privato in pellegrinaggio da lontano; soprattutto le donne indossano l’abito nuovo con le pieghe del confezionamento in piena evidenza. Sui prati all’esterno del complesso templare questi fedeli consumano un fugace pasto preparato sul posto da uomini del gruppo muniti di pentoloni, mestoli, fuoco e… tanta volontà.

In questa parte della città circolano molti rickshaw elettrici, più snelli e più capienti dei vecchi cugini Apetti sempre agili, scattanti ed in perfetta forma. Deve esserci in zona una o più officine meccaniche con torni perché si vedono circolare tanti rickshaw carichi di trucioli di ferro.

Il Dakhineswar Kali Temple per la sua imponenza si vede da lontano, color nocciola con righe amaranto. E’ luogo di devozione indù alla dea Kali in uno dei suoi aspetti più cupi, Bhavatarini. È costruito sulla riva del fiume Hooghly ed i suoi due ghat, posti ai lati della fila delle 12 piccole cappelle che guardano l’acqua, sono molto frequentati dai fedeli. I rituali dei fedeli che utilizzano i ghat a fini religiosi sono tanti e non so se differiscono tra loro perché rivolti a divinità differenti o perché sono personalizzate, magari tramandate dai genitori o derivanti da tradizioni delle proprie comunità d’origine.

Uno di questi rituali prevede l’accensione di incensi nel piatto delle offerte, la recita a bassa voce nella massima concentrazione delle preghiere ed il lancio nel fiume il più lontano possibile di monete da 50 paise o da 1 e 2 rupie. Questa pratica molto usata su questi ghat ha generato di conseguenza una nuova categoria di… bagnanti; oltre a quelli che si immergono per fede ed a quelli che si immergono per igiene personale ci sono i… cacciatori di monetine armati di potenti calamite legate a corde più o meno lunghe che vengono lanciate e ritirate a se dragando il fondo del fiume sperando che qualche dischetto d’acciaio inox si attacchi!

Molti fedeli arrivano qui con auto agghindate con ghirlande di fiori ed indossando il vestito della domenica… anche se è sabato!

All’interno dell’area templare ci sono due gallerie coperte moderne lunghe una trentina di metri con due tappeti rossi stesi per terra, uno per lato, su cui camminano i fedeli che vogliono acquistare materiale da offerta o contenitori per l’acqua santa dai tantissimi piccoli negozietti tutti attaccati gli uni agli altri e che vendono quasi tutti la stessa mercanzia. I venditori sono comicamente posizionati in obliquo con i piedi sull’uscio dei propri negozi, con un braccio e la testa all’altezza del tappeto rosso e con l’altra mano ancorata alla porta per non cadere; ognuno di loro con voce squillante e slogans diversi urla qualcosa. L’insieme delle voci sommato all’eco ed all’amplificazione propri degli spazi angusti ed affollati ne fanno una bomba acustica unica ed irripetibile.

Anche sui marciapiedi delle strade attorno al tempio ci sono tantissimi chioschetti di un paio di metri quadri tutti attaccati gli uni agli altri, tutti che vendono oggettistica sacra. Qui i venditori non usano attirare i clienti con richiami vocali, non potrebbero mai superare i decibel prodotti dai veicoli a motore che dividono la strada con i pedoni a cui i venditori hanno rubato il marciapiedi.

Tra non molto in città ci sarà il Kali Puja, il festival in onore della dea Kali; in vari punti della città si stanno costruendo decine di pandal, piccoli templi finti e semplici portali con canne di bambù come ossatura e cartapesta per le finiture. Sono quasi tutti in via di costruzione con operai specializzati che in barba a tutte le norme di sicurezza si arrampicano tra i bambù, legandoli tra loro per dargli la forma voluta; pochi sono già pannellati, nessuno finito.

Arrivati al quartiere di Kumartuli siamo accolti da due grosse falce e martello dipinte sulla facciata di una casa… E’ una zona nella parte nord della città dove vivono famiglie di scultori con le loro piccole botteghe; un dedalo di vicoletti contornati da decine e decine di laboratori dove gli artigiani, specializzati in manufatti di creta con l’anima in paglia, producono statue utilizzate per i festival religiosi.

Alcune aste di bambù legate tra loro formano l’ossatura che poi viene ricoperta di paglia dando una prima forma grezza alla divinità come uno spaventapasseri prima di essere vestito. Qui il vestito è fatto con un impasto di argilla e paglia che da all’opera la forma definitiva; questi laboratori affacciano su viuzze strette in cui il sole ha difficoltà a penetrare per cui sono i ventilatori che hanno il compito di essiccare l’argilla. I laboratori sono organizzati e specializzati; ci sono quelli che fanno il grosso e quelli che fanno la minutaglia come mani, teste ecc ci sono quelli che assemblano i vari pezzi e quelli che verniciano, ci sono quelli che producono gli accessori e quelli che trasportano i vari pezzi da un laboratorio all’altro per essere assemblati o rifiniti. Questi ultimi sono altamente specializzati perché un conto è spostare una statua di un metro e altro discorso è trasportarne, senza romperla, una di tre metri con sei braccia su stradine sconnesse, strette e piene di gente a piedi o a bordo di moto a tutto clacson. Per i trasporti eccezionali si utilizzano slitte di legno trainate da cinque, sei persone con l’ausilio di corde mentre altre persone ai lati si occupano della stabilità dell’opera, tutti coordinati con comandi concisi urlati da altre persone che guidano il trasporto. L’insieme è spettacolare. Kumartuli è comunque uno dei luoghi più affascinanti della città.

L’ingresso al Victoria Memorial costa 10Rps. Il parco è grande e ben curato mentre l’imponente edificio di marmo bianco di epoca coloniale è sottoposto a lavori di sabbiatura della facciata per ridargli il colore originario. Il mix architettonico è evidente anche all’occhio del neofita dal neoclassicismo dei marmi bianchi allo stile moghul delle cupole.

Per la prima volta in India vedo un’impalcatura non in bambù ma fatta con tubi innocenti, quelli veri di una volta non quelli modulari moderni. Inutile dire che i lavoratori si muovono tra i tubi senza particolari protezioni antinfortunistiche a parte qualche sporadico casco.

La neogotica St. Paul's Cathedral è aperta ma… chiusa; è possibile entrare ed ammirare la sua ampia navata, le vetrate policrome e… i ventilatori a soffitto ma impossibile raggiungere l’altare perché stanno preparando una funzione religiosa.

Molto emozionante la visita alla tomba di Madre Teresa di Calcutta; è in una semplice stanza del refettorio dell’edificio dell’istituzione da lei fondata alla periferia della città, quella delle Missionarie della Carità. È possibile visionare anche la sua minuscola camera che lei usava quando era qui; inutile dire che è estremamente spartana. In una sala al piano terra, accanto a quella che ospita la tomba, sono esposti tanti cimeli che la riguardano come lettere scritte o ricevute negli anni, oggetti d’uso quotidiano, foto che la ritraggono dai primi anni di carriera agli ultimi accanto a personaggi noti che hanno fatto la storia del mondo. Tra tutti spicca il certificato del premio Nobel consegnatole.

In una città come Calcutta, piena di smog e polveri più o meno sottili, i vigili non potevano che indossare una divisa di colore… bianco; un paio di bretelle d’ordinanza la abbellisce o… ridicolizza a seconda dei punti di vista. Dopo la cena al Blue Sky, 200Rps, ottimo lassi all’arancia, 45Rps.

Andiamo verso Sealdah railway station; è una delle più grandi della città tanto che sono in realtà tre stazioni in una. Per la North e la Main si accede dallo stesso fabbricato viaggiatori mentre la South è una stazione indipendente dalle altre con un proprio fascio di binari ed un proprio fabbricato viaggiatori posizionato accanto all’altro. I tre terminals servono soprattutto per il traffico suburbano mentre per quello a lunga percorrenza, che serve a noi ora, collega le città a nord ed ad ovest di Calcutta.

Appena arrivi i facchini ti assalgono; sono riconoscibili dalla fascia che portano in fronte e che all’occorrenza utilizzano come cuscinetto tra la testa ed il bagaglio. Ci accordiamo per 50Rps a bagaglio non senza difficoltà visto che loro parlano solo il Bengali. La stazione è affollata ma seguendo i facchini arriviamo subito al binario; siamo in anticipo ma il marciapiede è già stracolmo di persone in attesa dello stesso nostro treno. Cerchiamo inutilmente di sapere in anticipo dove si posizionerà la nostra vettura, la S3, quando arriverà il treno; c’è un treno in partenza dal binario accanto al nostro e ci posizioniamo all’altezza della sua carrozza S3 sperando di indovinarci.

Il tempo passa e gli annunci vocali si moltiplicano ma la maggior parte sono in lingua Bengali e quelli in inglese risultano incomprensibili; l’unica cosa certa è che ora è in ritardo ma al contempo non riusciamo a capire come ciò sia possibile visto che il treno ha origine da questa stazione. Una spiegazione potrebbe essere che avevamo capito male e che il treno è in transito; se così fosse il problema non è il ritardo ma il fatto che il convoglio arriverà già con viaggiatori a bordo e quelli che sono in attesa qui con noi e che ci sembrano già tanti… diventerebbero troppi!

Dopo l’ennesimo incomprensibile annuncio qualcuno si siede per terra mentre altri, tirato fuori il lenzuolino dalla borsa, si sdraiano addirittura. Capiamo che la cosa è più grave del previsto. Cerchiamo di avere notizie dai nostri compagni di sventura ma con scarsi risultati fino a che un tizio si avvicina e ci informa che il nostro treno è deragliato e che verso mezzanotte ci daranno delle informazioni più precise.

Passa la mezzanotte ma notizie fresche non ne abbiamo, solo ritardo imprecisato che non ci permette di trovare soluzioni alternative, ammesso che a quest’ora se ne possano trovare. Intanto dei nostri ipotetici compagni di viaggio pochi sono in piedi; seduti o sdraiati mangiano, giocano a carte o dormono. Nessuno si agita o si arrabbia nel classico stile indiano, una calma atavica.

Una cosa che avevo notato era la pulizia della massicciata che è in cemento; dopo ore di attesa di questa moltitudine di persone un po’ di sporco si è riformato ma tre addetti ripercorrono tutto il binario ripulendo il tutto.

Nonostante la pulizia si vedono molti topi ma la cosa incredibile è la scena di una famiglia che sta mangiando utilizzando una seduta di cemento intorno ad una colonna della pensilina come tavolo per appoggiarci le cibarie; forse attratta dall’odore da un buchino ai loro piedi appare la testa di un topo che dopo poco, sincronizzandosi col movimento dei piedi umani, comincia ad uscire e rientrare rubando velocemente qualche briciola. Cerchiamo di attirare l’attenzione di queste persone che quando se ne accorgono, invece di cacciarlo…, gli danno del cibo da mangiare!

Tra ansia, paura e divertimento nella più assoluta indifferenza arriva a sorpresa il treno che cala sul binario di partenza con una lentezza esasperante. Sono le due di notte ed il treno arriva vuoto segno evidente che l’incidente è avvenuto tra lo scalo e la stazione; è per questo che sono bastate solo… 4 ore.

Le porte sono chiuse dall’interno ed un addetto si fa tutto il treno e le apre una per volta dando così il tempo ai viaggiatori di prepararsi davanti alla propria carrozza prenotata riducendo al minimo la temuta calca. Sono le stesse carrozze stile americano usate negli altri viaggi in India negli ultimi venti anni; non ci sono addetti così ogni viaggiatore fa da se sia meccanicamente tirando su ed agganciando agli altri la cuccetta centrale, sia preparandosi il letto con i propri lenzuoli e cuscini che non sono in dotazione. Cesso alla turca pulito ma atavicamente maleodorante.

Partiamo alle 2.30 con porte aperte che ormai nemmeno rimangono chiuse se provi ad accostarle, ventilatori, prese high tech e finestrini con barre antintrusione e vetri che non si chiudono completamente. I vicini non sono molto tranquilli e si dorme poco e male ed appena comincia ad albeggiare cominciano a passare i venditori di chai che con la loro voce impostata rendono impossibile ogni tentativo di dormire.

Oltre al via vai dei numerosi venditori di chai, avvolte il fato ne fa materializzare due contemporaneamente nella vettura, ci sono tanti altri personaggi che passano ad allietare… il sonno. Una bambina salta, si contorce, fa capriole lungo il corridoio, dopo aver energicamente fatto spazio allontanando chi occupa il suo palcoscenico, al ritmo dello strumento musicale suonato dal grande fratello o… dal piccolo padre. Ha un bel visino, serio, con molto carattere; esibendosi sul pavimento di una carrozza ferroviaria ne ha inevitabilmente assorbito i… colori!

Il trans si rivolge agli uomini generalmente giovani; è serio, non pronuncia parola, si annuncia battendo un colpo con le mani, un applauso… singolo, tra le dita delle mani ha tanti biglietti da 10Rps che deve essere la sua tariffa. Se l’uomo paga la sua offerta il trans gli accarezza le guance con il palmo delle mani; tutto qui, deve essere una specie di portafortuna.

I venditori di colazioni servono generalmente riso con salsine che i clienti mangiano sul posto sdraiati o, se possibile, seduti nella posizione del loto, con le mani… tanto dopo una nottatina in queste vetture le mani sono pulitissime!

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New Jalpaiguri

New Jalpaiguri, 1 novembre 2015, domenica

Il nostro treno è trainato da un locomotore diesel; ci sono molti bivi, segno che la rete ferroviaria è molto vasta. Questi sono presenziati da personale ferroviario che espone una bandiera verde fino a che la coda del treno non è transitata. Su alcune linee confluenti con la nostra si vede un principio di elettrificazione con la palificazione già messa in opera; dove già esiste, il sistema deve essere ad alto voltaggio, tipo 25000 volt, perché la linea di contatto è ad unico filo, segno di basso amperaggio.

Nelle campagne circostanti la coltura predominante è il riso; in effetti siamo nel nord del West Bengala, una regione ricca d’acqua e con clima caldo. Non c’è molta gente al lavoro nei campi ma quelli che ci sono utilizzano i vecchi sistemi arcaici come i buoi per trainare l’aratro ed il secchio manovrato con sincronia e maestria da due uomini tramite corde per allagare le risaie poste più in alto rispetto all’acqua disponibile; in pratica se l’acqua arriva dall’alto le risaie vengono allagate facilmente per caduta, se invece l’acqua è disponibile a valle entrano in gioco queste pompe umane.

Arriviamo a New Jalpaiguri alle 12.00; siamo subito assaliti dai portatori che si propongono. La tariffa è trattabile; noi offriamo sempre la stessa cifra di 50Rps a bagaglio che ci sembra un buon compromesso per non farci fregare da un lato e la volontà di lasciare un po’ di soldi alla base della piramide sociale.

Partiamo con tre fuoristrada con autisti ed una guida per raggiungere Darjeeling; man mano che si sale la strada è sempre più in condizioni peggiori, fortunatamente il clima da caldo umido si rinfresca rendendo più piacevole il viaggio.

Passiamo per Ghoom dove c’è la piccola stazione del Toy Train, il trenino che corre su binari a scartamento ridottissimo; c’è un piccolo deposito al lato della strada, subito dopo la stazione, dove ci sono un paio di piccole locomotive a vapore che davvero sembrano giocattoli.

Mangiamo in un locale sulla strada principale ed all’uscita scopriamo con sorpresa che la ferrovia è subito accanto alla strada ed una colonna di fumo è l’inequivocabile segnale che un treno trainato da una macchina a vapore è in arrivo. C’è solo la locomotiva ed una vettura, un macchinista e due manovratori con bandiere per gli attraversamenti stradali.

Proseguendo il viaggio vediamo come la stradina ferrata viaggi accanto alla strada asfaltata un po’ a destra e un po’ a sinistra incrociandosi più volte; la velocità del trenino non è alta per cui i manovratori segnalano con le bandiere l’arrivo del treno che comunque fischia all’impazzata salendo e scendendo a volo. Questa macchinetta ha comunque una buona accelerazione, agli incroci con la strada rallenta e riparte a razzo senza troppi fronzoli tanto che con le jeep riusciamo a raggiungerla solo dopo diversi chilometri.

Visitiamo il Yiga Choeling Monastery, il primo monastero buddhista tibetano costruito nella regione di Darjeeling nel 1850; al suo interno è possibile fotografare in cambio di un’offerta di 100Rps. L’interno si vede che è vecchio vero, non antichizzato; c’è una grande statua del Buddha Maitreya, il Buddha del futuro e, anche se in questo momento il gompa è vuoto, trasmette ugualmente un senso di serenità. In questo monastero si segue la scuola tibetana dei Gelukpa, i berretti gialli. All’esterno immagino ci sarà un bel panorama sulla valle, ma rimane un’immaginazione non suffragata dalla realtà perché la foschia ci… annebbia la vista.

A Darjeeling dopo il tramonto la temperatura cala di colpo; al centro c’è un concerto di un cantante con giacca rosa fucsia, neomelodico indiano molto amato dal giovane pubblico assiepato sugli spalti allestiti di fronte al palco. Nello spazio tra palco e spalti quattro ragazzi ballano con fare… equivoco suscitando apprezzamento e soprattutto ilarità da parte del pubblico.

C’è molta gente per strada e molti di questi sono turisti; molti negozi sono specializzati nella vendita del tè di cui la zona è famosa produttrice. Ceniamo in un piccolo ristorante tibetano, il Kunga, a gestione familiare; lui serve a tavola, lei cucina ed il figlio fa da trade union ed appena finiamo di mangiare scappa via.

Hanno molta fretta di chiudere e scopriamo che qui i tempi sono diversi dai nostri quando torniamo in albergo, Hotel Mohit, dopo una passeggiata al centro post cena e troviamo il portone chiuso alle 21.30 e siamo costretti ad entrare da una porta-garage laterale giusto perché siamo tra i pochi ospiti e la nostra assenza è stata notata dal personale.

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Pelling

Pelling, 3 novembre 2015, martedì

Questa mattina sveglia alle 5.10 per andare a vedere una bellissima alba; il sole sorge alle 5.45 ma piove, e non poco, per cui si ritorna a dormire.

Per raggiungere il Sanga Choeling Monastery occorre seguire un agevole sentiero che parte subito fuori il piccolo centro di Pelling; agevole perché largo ma mal acciottolato e con discrete pendenze. E’ dell’ordine dei Nyingmapa, berretti rossi, uno dei monasteri più antichi del Sikkim, fondato nel 1697.

Pioviggina ma non è freddo ed in cima al monastero troviamo i piccoli monaci che hanno da poco finito di far colazione e che si avviano alla spicciolata al salone delle preghiere dove un monaco batte colpi su di un tamburo per invitare tutti alla puja. La preghiera è a due toni; con ritmo musicale i giovani monaci recitano le preghiere che leggono su fogli stretti e larghi che hanno davanti. È un botta e risposta continuo, un canto e controcanto che finisce con l’azione di strumenti musicali antichi come piatti, trombe, pifferi, tamburi e corno; trombetta e piffero sono molto belli, sicuramente d’argento lavorato.

All’interno del Monastero affreschi con strani personaggi ed animali tra il mitico ed il fantasioso; è avvolto da nuvole basse che con i vecchi chorten ed i piccoli e spartani alloggi dei monaci formano un insieme suggestivo.

Il monastero di Pemayangtse, perfetto loto sublime, è il più importante in Sikkim per la setta Nyingmapa, i berretti rossi; è più grande di quello appena visto, si paga per l’ingresso, 20 Rps, ha uno shop dove vendono bandierine ed altro ma non ha lo stesso fascino del precedente. Arriviamo quando i monaci sono già seduti ai loro posti a pregare; la puja qui è diversa dalla precedente ma segue lo stesso filone con alcuni monaci che si impegnano di più mentre altri appena sussurrano… non si sa cosa.

È ora di colazione; mentre è in atto la preghiera collettiva alcuni giovani monaci distribuiscono scodelle di plastica e piattini di metallo mentre altri li riempiono di chai e biscottini.

Sotto una campana di vetro in una stanza al piano superiore c’è lo Zangdok-Palri, una grande e complessa scultura lignea suddivisa su sette livelli che rappresenta una visione dell’universo celeste del Guru Rimpoche. È riccamente e finemente intarsiato, ricco di particolari, dipinto con colori vivaci; un mostro di bellezza. Notevoli anche gli affreschi di questa stanza, alcuni coperti da drappi gialli, che rappresentano l’unione della compassione maschile e della saggezza femminile.

All’esterno giovani monaci sono al lavoro come aggiustatori o come creatori di bastoncini d’incenso mentre un altro compie delle azioni rituali strane; riempie un mestolo d’alluminio con il chai contenuto in un recipiente, recita delle frasi e poi lancia il contenuto lontano verso valle urlando!?

Scendendo verso valle ci fermiamo a Legship, il Gateway to West Sikkim. Sulla riva sinistra del fiume Rangit, raggiungibile attraversando un piccolo ponte sospeso, visitiamo il Kirateshwar Mahadev Mandir un tempio Hindù dedicato a Shiva che racchiude una grande statua di Hanuman e scritte riferite a episodi mitologici del Mahabharata. Ci sono tanti ragazzini in giro e molti ci seguono nel tempio cercando timidamente di migliorare il loro inglese dialogando a fatica con noi. Oggi non sono andati a scuola perché è festa ma non si è capito quale.

Una nidiata di scimmiette ci ha allietato con i loro giochi, con le loro acrobazie sui massi in riva al fiume sotto l’occhio vigile di alcune mamme mentre un maschio è salito al tempio e ci sta vicino sperando in qualcosa da mangiare.

Risaliamo di quota su questa strada in condizioni pietose; tra l’altro non siamo a bordo di jeep ma di wagon basse che con tutte queste buche soffrono non poco. Lo Yung Drung Kundrak Lingbon Monastery è uno dei pochi monasteri dell’ordine dei berretti blu e l’unico nel Sikkim; piccolo ma interessante monastero Bon, l’antica religione animista diffusa in Tibet prima dell’avvento del buddhismo. L’inizio delle preghiere è dato da due monaci che dalla finestra più alta del tempio danno fiato a due grosse conchiglie.

Non lontano dal monastero mangiamo in un piccolo ed isolato ristorante sulla strada. Tutto buono, modica spesa; 150Rps in media a testa compreso le birre (150Rps) e Coca Cola. Incontrato un gruppo di lavoratrici che torna a casa dopo una giornata di lavoro in una piantagione di tè; hanno il classico cesto sulle spalle ma visto che piove questo è coperto da una tettoia che protegge dall’acqua anche la testa.

Viste delle bellissime orchidee color ciclamino; non è tempo di fioritura per questi bellissimi fiori quindi c’è ancora più soddisfazione nel vederli.

Gangtok è la capitale del Sikkim; vista da lontano copre la parete di un monte quindi anche le strade sono tutte in salita o discesa. La classica città in cui le case viste dalla strada sembrano piccole abitazioni di uno, massimo due piani per poi scoprire che lato valle sono di quattro, cinque piani. Nella parte alta della città c’è la main street, abbastanza larga e chiusa al traffico con bei negozi molto… illuminati. In percentuale ci sono molte farmacie e negozi di cosmesi, magari attaccati gli uni agli altri.

All’inizio del corso troneggia una statua dedicata a Gandhi mentre all’altro capo inizia una stradina stretta in discesa dove ci sono tantissimi negozi; ogni due metri un paio di gradini che non ti fanno… distrarre a sufficienza a guardare i barbieri con tante poltrone rispetto ai metri quadri del locale, poltrone che sono dei veri pezzi d’antiquariato o i negozi di stoffe che da noi sono quasi spariti con i classici rotoli piatti sistemati negli scaffali in obliquo. Sono più quelli per abiti maschili che quelli per abiti femminili; o le stoffe femminili sono in un’altra parte della città o il prêt-à-porter femminile è più avanti di quello maschile. Un altro negozio qui presente in abbondanza ed in via d’estinzione da noi è quello delle spagnolette di cotone per cucire; cassettiera con tanti cassettini e per ogni cassetto il cotone di tutte le gradazioni di un colore.

Alla fine di questa stradina c’è il mercato coperto che si sviluppa su quattro piani; al piano terra soprattutto frutta, ortaggi, riso, noodles, legumi e spezie. Molti ambulanti all’esterno del mercato vendono funghi bianchi con cappelle lamellate abbastanza grandi; li spezzettano e fanno dei mucchietti omogenei da vendere.

Le melanzanine oltre ad essere piccole non hanno nemmeno un buon colore, viene quasi il dubbio che siano altra cosa. I baccelli dei piselli sono talmente grandi che per un attimo ho pensato di essere a pasqua in presenza di altri baccelli. Le zucche oltre ad essere più piccole delle nostre sono di colore giallognolo e non arancio.

Ai piani superiori ci sono casalinghi, scarpe, abbigliamento e soprattutto tanti sarti; non ho capito se ognuno lavora per se o se tutti quelli che lavorano in uno spazio ben delimitato dipendono da un padrone.

Nonostante la serata uggiosa c’è molta gente per strada; quando la pioggia aumenta di intensità la strada diventa deserta per riprendere vita subito dopo. Mangiato al Taste of Tibet sul corso centrale; 250Rps a testa senza birre perché tardi. Non siamo rimasti molto soddisfatti; finito di mangiare cominciano subito a sparecchiare e pulire. Vogliono chiaramente mandarci via; non sono ancora le 21.00 e non troviamo un locale aperto per bere un lassi e, visto la serata uggiosa, tutti a nanna con le galline come a Darjeeling. Devono essere gli orari della montagna.

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Darjeeling

Darjeeling, 2 novembre 2015, lunedì

Nella parte alta della città c’è un belvedere da dove è possibile ammirare il Kangchenjunga che è il terzo 8000 al mondo con i suoi 8586 metri dopo l’Everest ed il K2. Si trova al confine tra India e Nepal ad una discreta distanza da qui ma il vantaggio di un 8000 è anche quello di farsi vedere da lontano.

Oggi la giornata non è delle migliori ma la visibilità è decisamente migliorata rispetto a ieri così possiamo ammirare la cima innevata che sovrasta le nuvole; emozionante.

Himalayan Mountaineering Institute è una specie di scuola d’alpinismo specializzata sulle cime dell’Himalaya; qui si organizzano diversi corsi a tutti i livelli. Al suo interno c’è un interessantissimo museo dove sono custoditi ed esposti moltissimi oggetti ed indumenti usati dai conquistatori di vette himalayane più famosi durante le loro spedizioni.

Interessante vedere l’evoluzione dell’attrezzatura e dell’abbigliamento dalle prime spedizioni alle più recenti, poco più di mezzo secolo di continue innovazioni tecnologiche che valorizzano ancor di più quei temerari che negli anni 50 riuscirono a raggiungere per primi queste vette dopo anni di tentativi spesso finiti in tragedia. Bella la torta con le vette himalayane dall’Everest in giù perfettamente proporzionate dall’altezza alla distanza tra loro. Nel cortile del museo c’è la tomba del grande sherpa Tenzing Norgay che con Hilary per primo scalò l’Everest.

L’edificio dell’istituto si trova in cima ad una collina; tutt’intorno c’è uno zoo. È uno zoo particolare perché oltre a grossi felini come la povera tigre del Bengala e vari cervidi ospita degli animali in serio pericolo d’estinzione come il lupo tibetano, il leopardo delle nevi e soprattutto il bellissimo e simpaticissimo panda rosso di cui, ammetto l’ignoranza, ne ignoravo l’esistenza. Per queste tre specie è in atto qui un programma di conservazione che sembra stia dando dei buoni risultati.

Uscire dalla città è un’impresa ardua; il traffico è impressionante con una interminabile e impenetrabile fila di Jeep che s’infilano ovunque saturando ogni possibile spazio a disposizione.

A pochi chilometri da Darjeeling c’è il Druk Sangag Choling Monastery volgarmente conosciuto come il Dali Monastery dal nome della località. È facile da raggiungere perché la strada passa ai suoi piedi anche se come tutti i monasteri è in cima alla collina in posizione strategica.

Il complesso è molto grande ed al suo interno ci sono molti monaci. Bello il contrasto tra due monaci comodamente seduti a chiacchierare al tavolino all’ombra di un ombrellone mentre a pochi metri altri due monaci seduti al sole sul sagrato cercano di riparare quello che sembra un grosso bollitore d’acqua elettrico in acciaio inox.

Complice una finestra aperta osserviamo dei monaci studenti, ma non bambini, che sotto lo sguardo severo del loro maestro non si fanno distrarre dalla nostra presenza. La sala di preghiera emana spiritualità da ogni angolo complice la luce soffusa ed i personaggi che la frequentano a dir poco commoventi. C’è un piccolo altarino che scompare in confronto ai grossi cilindri di preghiera dorati. Ai piedi dei cilindri, seduti nella posizione del loto, ci sono degli anziani, uomini e donne, uno per ogni cilindro. Sono seduti in cassettine di legno alte circa 25 centimetri, quanto basta a nascondere alla nostra vista le loro gambe; si vede solo il busto di questi personaggi che esce dalla cassetta quadrata, una immagine inquietante.

In una mano hanno il rosario e con l’altra tirano a se una cordicella che attiva un meccanismo alla base del cilindro che lo fa ruotare e sussurrano delle preghiere che sanno a memoria. La luce soffusa, le preghiere sussurrate, il movimento dei cilindri e gli scatti del meccanismo che li attiva crea una suggestiva atmosfera.

All’interno del tempio troneggia un gigantesco Buddha dorato seduto nella posizione del loto; qui si segue la scuola tibetana dei Kagyura.

Darjeeling è cresciuta moltissimo negli ultimi anni grazie al turismo che ne ha fatto un punto di passaggio o sosta quasi obbligatorio per chi intende organizzare trekking in zona più o meno lunghi o impegnativi. Purtroppo l’infrastruttura dei servizi non è cresciuta di pari passo con quella edilizia per cui la rete viaria è rimasta la stessa creando paurosi ingorghi e cosa ancor più grave la rete idrica deve essere praticamente al collasso o addirittura inesistente a giudicare dalle decine e decine di camion cisterna che fanno la spola tra i ruscelli ricchi d’acqua più o meno a valle dove si riforniscono alle abitazioni private ed alberghi della città dove scaricano nei capienti serbatoi.

Qui le strade più che asfaltate vengono bitumate; uno strato di un paio di centimetri di denso bitume viene accuratamente steso a mano senza l’ausilio di macchinari. Vengono lavorati pochi metri quadri per volta e quando il bitume è perfettamente steso, prima che si raffreddi, l’ultimo della catena dei lavoratori che fino a quel momento è stato a guardare, affonda delle pietre nel bitume caldo ad una distanza di una decina di centimetri l’una dall’altra in modo da dare sufficiente grip agli pneumatici dei veicoli che vi transiteranno in futuro.

Oltre al tè famoso in tutto il mondo deve esserci anche una discreta produzione di carote e ravanelli che sono venduti in abbondanza sul ciglio della strada dai contadini che li coltivano in zona; hanno un bell’aspetto.

C’è un parco al lato della strada lato monte; fiori, prato, vialetti e tante bandiere Lhadhar ordinatamente piantate nel terreno… molto fotogenico.

Quella che per noi è una scalcagnata provinciale di… provincia qui è chiamata National Highway, la 31A, che, tra l’altro, collega Darjeeling a Gangtok. Per chilometri la strada tortuosa passa tra piantagioni di tè a perdita d’occhio, con gruppi di lavoratrici sedute all’ombra di qualche albero sul ciglio della strada, con i loro inseparabili canestri da spalla, che aspettano pazienti che qualcuno le accompagni al villaggio più vicino.

Dopo una breve sosta al view-point, con vista sulla confluenza dei fiumi Rangit e Teesta proveniente l’uno dal West Bengala l’altro dal Sikkim e sulle foreste di teak, sbuchiamo nella valle percorsa dal fiume Teesta che alterna fasi di calma a tempestose rapide. Questo fiume in questa valle fa da confine naturale tra i due stati indiani del West Bengala ed il Sikkim. Un lungo ponte che unisce le due parti della città di frontiera di Melli ci permette di entrare nel Sikkim. Curiosa questa città, poco più che un villaggio, che si sviluppa metà in uno stato e metà nell’altro; chissà se gli basta un sindaco o se ne ha due.

Per entrare in questo stato indiano occorre un permesso che otteniamo consegnando il passaporto all’ufficio di frontiera che ci viene restituito dopo la registrazione, rigorosamente a mano, con tanto di timbro del Melli Check Post South Sikkim.

La strada è soggetta a lavori di ampliamento che ci costringono a fermate continue per consentire ai camion di essere caricati col materiale rubato a monte che poi viene scaricato a valle della carreggiata. Sui tetti, purtroppo in lamiera, delle poche case che incontriamo per strada ci sono distese di peperoncini di diverse qualità ad essiccare. Arriviamo a Pelling che è già buio e a tratti pioviggina. Cena nel ristorante dell’albergo.

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Gangtok

Gangtok, 4 novembre 2015, mercoledì

I nostri autisti non hanno il permesso per circolare nel Sikkim del nord dove siamo diretti questa mattina per cui dobbiamo prendere altre due jeep locali con autisti. Sono due Tata con ottimo motore diesel omologate per nove persone solo che la leva del cambio, che non sempre… cambia, è posizionato sul pavimento al centro per cui è impossibile far sedere il nono passeggero in prima fila accanto all’autista.

La questione dei permessi dimostra ancora di più che l’India è un paese estremamente burocratizzato; il Sikkim è uno degli stati più piccoli, se non il più piccolo, dell’India ed è assurdo che ci vogliano permessi speciali per piccole porzioni di paese. 54 e 48.49Rps è il prezzo al litro per benzina e diesel; il prezzo è alto rispetto al costo medio della vita indiana, ottimo se rapportato ai nostri prezzi ma a giudicare da quello che esce dai tubi di scappamento la qualità di questi carburanti non deve essere eccelsa.

Nel buddhismo la pratica più diffusa è quella della recita dei mantra, formule sacre dal potere quasi magico. Per i Tibetani un mantra autentico è in sanscrito. Sono formule costituite da parole o da sillabe, con o senza senso, in relazione con un rituale e una divinità; vengono recitate il massimo numero di volte possibile allo scopo di accumulare meriti e di ottenere la purificazione dei propri Karma negativi, una protezione, una guarigione, una realizzazione spirituale qualunque o anche prosperità o progenie.

La recita dei mantra può essere effettiva o, particolarità tibetana, essere operata con mezzi meccanici, grazie ai mulini da preghiera, delle ruote girate a mano sulle quali sono scritti dei mantra. Ne esistono sotto forma di enormi cilindri posti su degli assi verticali che i pellegrini fanno girare mentre compiono il giro dei luoghi santi. Altri sono azionati dall’acqua o agitati dal vento.

In questa zona ricca di ruscelli è massiccia la presenza di ruote di preghiera azionati dall’acqua; sono i mani chukor. Hanno la forma di un chorten bhutanese cavo all’interno per ospitare la ruota di preghiera; questa è solidale ad una turbina di legno che investita dall’acqua la fa girare. Una finestrella permette di vedere il cilindro che ruota e che ad ogni giro aziona un campanellino.

Phodong Monastery è dell’ordine dei Nyingmapa; ospita circa 250 monaci, quindi è di una certa importanza per questa scuola. All’esterno stanno facendo lavori alla pavimentazione del sagrato e stanno costruendo un nuovo edificio che si aggiungerà agli altri fabbricati annessi al complesso; c’è un gran via vai di donne con il classico cesto sulle spalle che trasportano il materiale edile dai punti di raccolta a dove serve e scalpellini di precisione che modellano le pietre nella forma voluta.

Mentre nel tempio si prega in cucina i monaci cuochi lavorano alacremente come i monaci, che in una stanza vicina, creano tutti quegli oggetti sacri che servono per le quotidiane funzioni religiose fatti impastando burro e cera, modellando, perfezionando ed alla fine verniciando con colori naturali.

C’è un grande fermento addolcito dalla presenza dei piccoli bambini delle lavoratrici che giocano, litigano e controllano il lavoro dei grandi.    

Anche il Labrang Gompa è dell’ordine dei Nyingmapa; è a 1814 mt di quota, è piccolo con un’insolita forma ottagonale e con l’esterno dell’edificio a pietra. Anche qui fervono i lavori; stanno pavimentando il sagrato con le pietre, un lastricato grezzo fatto con normali pietre portate dai… portatori nelle ceste a zaino sul luogo della posa in opera. Chi carica lo fa lasciando cadere i sassi di discrete dimensioni uno per volta nella cesta provocando continui contraccolpi alla povera schiena del portatore.

Oltre al piazzale stanno risistemando anche gli infissi; sfruttando un fantasioso ponteggio fatto con canne di bambù due persone stanno operando sul portone d’ingresso. Non hanno molti attrezzi così mentre uno dipinge con mano ferma e maestria l’altro cerca di inchiodare un chiodo da dieci con… una pinza.

In un angolino, riparato dal vento che non c’è, c’è un pentolone sul fuoco pieno d’acqua che bolle con dentro coppette e ciotole d’ottone che hanno contenuto impasti di burro e cera; un monaco ne prende uno per volta e lo pulisce meticolosamente.

Nella scuola ci sono pochi monacelli che leggono ad alta voce l’incomprensibile scritto di quaderni-libro. Approfittiamo dell’assenza degli insegnanti per fare un po’ di foto e scombinare la disciplina scolastica.

Quando la strada che segue il costone delle montagna arriva giù, all’inizio della valle, un ponte sul ruscello che l’ha creata la porta sul costone opposto. In uno di questi punti sono stati stesi da una parete all’altra un’infinità di bandiere di preghiera in tutte le direzioni che si incrociano tra loro che sommate a quelle sistemate lungo la balaustra del ponte danno un magnifico tocco di colore a quest’angolo di monotona boscaglia.

Sulla parete di fronte alle Seven Sister Waterfalls centinaia di scalini ti portano a diversi view points in sequenza da dove è possibile ammirare i sette spezzoni di cascata; la fatica è compensata dalla bellezza dell’insieme. All’esterno della vicina casetta una bambina si sta docciando con l’acqua ghiacciata che arriva direttamente dal ruscello che porta a valle l’acqua della cascata.

Nei punti della strada privi di asfalto, dove l’acqua di una pioggia può creare fango che riducendo l’aderenza alle ruote motrici dei veicoli di fatto bloccherebbe la circolazione, viene steso uno strato di terreno asciutto su cui vengono inchiodate schegge di pietra di forma allungata, lunghe una ventina di centimetri, una accanto all’altra; il seguente passaggio dei veicoli compatta il tutto creando una specie di pavé irregolare, molto irregolare ma efficace.

Nei piccoli villaggi che si attraversano, anche nella precarietà infrastrutturale, nelle aie e alle finestre delle case ci sono molte piante da fiore nei vasi, alcune fiorite; sono vasi di fortuna ricavati da fondi di bottiglie o lattine di plastica o più semplicemente da pezzi di buste di plastica sagomate ad oc.

Rientriamo a Gangtok, trasbordiamo sulle nostre auto ed i nostri autisti ci guidano al Rumtek Monastery; ci sono tanti monaci ma anche tanti militari indiani la cui massiccia presenza inquina non poco la tradizionale fama pacifista dei buddhisti. Il monastero è stato completato nel 1964 e segue la scuola dei Kagyupa, i berretti neri, una delle maggiori scuole del buddhismo tibetano. Quando nel 1959 i monaci furono costretti a scappare dal Tibet occupato dai cinesi, l’allora Re del Sikkim dette la possibilità di costruire qui a Rumtek il monastero affinché l'antica tradizione Karma-Kagyu potesse continuare a vivere.

Tutto è filato liscio fino alla morte nel 1981 del 16° Karmapa, il Lama della setta. A questo punto si è aperta una disputa tra due fazioni interne per la scelta del successore, il 17° Karmapa; una fazione minoritaria fautrice di una riconciliazione con la Cina comunista che permetta loro di poter nuovamente avere la leadership temporale dentro il Tibet ha riconosciuto nel 1992 Urgyen Trinley Dorje come reincarnazione del 17° Kagyu Karmapa assieme al Dalai Lama ed a Pechino che addirittura lo ha definito The Living Buddha. Thaye Trinley Dorje è stato invece riconosciuto nel 1994 come reincarnazione del 17° Kagyu Karmapa dallo Shamarpa, la seconda eminenza spirituale della scuola Kagyupa e dalla maggioranza dei monasteri Kagyu che invece puntano alla leadership spirituale nella diaspora.

Lascia interdetti l’atteggiamento del Dalai Lama, capo della scuola tibetana dei Gelugpa, i berretti gialli, che appoggia la fazione pro cinese quando egli stesso ed i suoi monaci hanno subito la stessa sorte dei Kagyupa, ossia l’esilio dal Tibet.

Dal 1981 ad oggi le due fazioni dei Kagyupa si sono date battaglia a colpi di sacre lettere vere e false, ne sono apparse tre, due di troppo, monasteri occupati, accuse di assassini, incidenti, tribunali, violenze, manifestazioni di piazza; una vera faida interna alla scuola Kagyupa, la più antica tradizione buddhista tibetana. Il monastero di Rumtek oggi è nelle mani della fazione pro cinese ed i militari che sono qui per evitare nuove violenze… chiedono a noi il passaporto per entrare!

Un vialetto in salita con qualche negozio di souvenir ed arte sacra ci porta al complesso che è molto grande di cui fanno parte diversi edifici costruiti in stile tibetano. La costruzione centrale è un edificio a tre piani in legno e muratura con i muri affrescati con simboli del Buddhismo. La sala principale a pianterreno è ampia, bellissima con la grande biblioteca che ospita tutti i testi della scuola Kagyu, i buddhini ordinatamente sistemati nelle credenze, i bellissimi thanka di discrete dimensioni e di pregevole… manifattura e le pareti affrescate con rappresentazioni molto colorate dei vari lama buddhisti tibetani. il Buddha centrale è alle spalle della foto in cornice del 16° Karmapa.

Generalmente i monaci durante le funzioni, preghiere ecc. sono seduti uno accanto all’altro su un lungo scanno di legno, basso, ricoperto da tappeti e davanti a loro hanno un altro lungo scanno leggermente più alto della seduta che gli fa da leggio sopra, su cui appoggiano i testi con le scritture sacre, e porta oggetti sotto, dove stipano oggetti personali come ciotole, bicchieri,… telefonini ed altro. Qui invece c’è solo la lunga panca con tappeto per la seduta nella posizione del loto mentre per leggio hanno dei singoli, semplici mobiletti di adeguata misura che somigliano ai seggioloni per bimbi.

Generalmente nelle sale di preghiera dei templi buddhisti, a seconda della grandezza della sala, le sedute sono disposte su due o tre file da un lato ed altrettante dall’altra, di fronte. Davanti, nelle prime file, i più anziani e via via dietro i più giovani; se i posti a sedere sulle panche sono insufficienti gli ultimi della gerarchia monastica siedono per terra.

Salendo ripide scale che i giovani monaci percorrono correndo si accede ad una stanza in cui c'è un bellissimo stupa dorato, il Great Golden Reliquiari Stupa, contenente le reliquie dell'ultimo Karmapa protetto da un vetro che un monaco sta pulendo dall’interno con… alito e cencio. Un piccolo mulino di preghiera ha il cilindro di carta di riso con su scritte le preghiere; ha la base bassa vuota mentre la superiore è chiusa con la stessa carta che dei tagli precisi l’hanno trasformata in elica. Tramite un fil di ferro sagomato è tenuto in sospensione sul piedistallo di ferro su cui è acceso un mozzicone di candela; l’aria calda prodotta dalla candela sale su, entra nel cilindro vuoto alla base ed esce dalle fessure a forma elicoidali superiori innescando la rotazione continua del cilindro e quindi delle preghiere senza l’intervento umano.

Ci sono molti terrazzamenti di riso ricavati tra la boscaglia; dove il riso è stato mietuto la pianta sta rigermogliando creando un bel contrasto tra il giallo di quel che resta della mietitura ed il verde della germinazione. Dove il riso non è stato ancora mietuto questo è tutto abbattuto dalla pioggerellina di questi giorni.

Non è raro vedere piante di chayote. È originaria del Sud America e coltivata anche in sud Italia, dove è chiamata zucchina spinosa, melanzana americana o impropriamente patata americana creando confusione col dolce tubero visto che il chayote è un ortaggio di forma ovoidale, lungo una quindicina di centimetri; il colore va dal verde acerbo al giallognolo maturo, è dolce, ha la superficie spinosa e cresce appesa alla pianta rampicante.

Cenato allo Snow Lion.

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