Puerto Madryn
8 febbraio 2010, lunedì
Colazione in albergo con caffè, the, latte, pane tostato con burro, marmellata e crema di latte dolce e mini cornetti semi crudi. Oggi l’itinerario prevedeva anche un giro in barca per vedere le balene e i loro piccoli ma ci dicono che sono andati via per cui desistiamo.
In direzione nord costeggiamo il Golfo Nuevo e a metà del tombolo che unisce la penisola di Valdés alla terraferma ci fermiamo al museo. Siamo già nella Riserva Faunistica Península Valdés dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità e nel museo c’è poca roba, solo lo scheletro di una balena d’altri tempi, alcune fotografie satellitari della zona e pannelli riguardanti fauna e flora della penisola.
C’è una torretta in cemento che permette uno sguardo d’insieme e la vista dei due mari. La caratteristica strana ma vera di questi due mari è che pur essendo divisi da una stretta striscia di terra hanno tra loro una differenza di marea di quattro ore; questa differenza farebbe del posto dove siamo il luogo ideale per la costruzione di una centrale elettrica pulita ma la volontà di mantenere il più possibile integro dal punto di vista naturalistico questo posto ha di fatto bocciato il progetto.
Riprendiamo la marcia e subito un nandù ci attraversa la strada; un attimo e si mimetizza nella bassa e poca vegetazione. Corre come uno struzzo ma è molto più piccolo e di colore grigio. Tra gli uccelli molto più presente è la pernice con la sua caratteristica cresta; in questo periodo è seguita dai pulcini come i fagiani da noi.
Nella steppa pascolano i guanaco, che sono della famiglia dei cammelli e somigliano ai lama, qualche cavallo sparso qua e la e tante pecore ma non tantissime; sono tozze e hanno il collo rugoso.
A Punta Pirámides finisce la strada asfaltata; seguiamo una pista sterrata che scende fino al mare. La strada è scavata nella sabbia e poiché questa zona qualche millennio fa era sommersa dall’acqua oggi leggendo i vari livelli dei sedimenti è possibile ricostruire la storia di quest’area. Sono tanti i resti fossili, soprattutto di conchiglie, ma è facile trovare resti di balene e altri animali preistorici.
Siamo su di un costone a una ventina di metri dal livello del mare e, sotto di noi a crogiolarsi al sole, una nutrita colonia di leoni marini; ci sono le mamme che allattano i figli e i maschi giovani che cercano di rubare le femmine dall’harem del maschio dominante che vengono regolarmente cacciati in malo modo da quest’ultimo. Molto bella la scena del piccolino che mentre allatta fa la pipì e quella del giovane maschio che dopo la faticaccia della risalita dall’acqua al pianoro dove bivaccano i suoi consimili ha cercato disperatamente di farsi una famiglia ma dopo essere stato ripetutamente cacciato sia dai maschi che dalle femmine si è rituffato indecorosamente in acqua a raffreddare i suoi bollenti spiriti.
A dispetto del nome, a Puerto Pirámides non c’è un molo praticabile ma solo i resti dell’antico porto dal quale veniva spedito il sale prodotto nelle saline ormai abbandonate site al centro della penisola. Facilitati dalla spiaggia che declina lentamente in acqua le imbarcazioni che arrivano si posizionano sul carrello
opportunamente sagomato di un trattore che aspetta a mezz’acqua e che le traina in spiaggia dove i passeggeri vengono fatti scendere. Operazione inversa quando l’imbarcazione riparte.
Sono le 11.00 ed è bassa marea tanto che occorre camminare un bel po’ prima di poter raggiungere la riva; sul costone vicino c’è un pescatore che lancia ripetutamente in acqua il suo artificiale nella speranza di tirare su qualche pesce; è nato in Argentina da genitori siciliani di Noto, che lui pronuncia Nuoto, che sono venuti qui nel’60. Vive a Trelew ed è appassionato di pesca; in genere va sui torrenti della cordigliera a pescare la truchia e a conferma di ciò mi mostra la scatola di latta con tutto l’assortimento di mosche. Con un largo giro di parole cerco di capire se anche qui porta male augurare buona pesca a un pescatore; dallo sguardo torvo capisco di si e mi astengo.
Seguendo la Ruta 2 completamente sterrata raggiungiamo Caleta Valdés; qui c’è una nutrita colonia di Pinguini di Magellano. Hanno costruito il nido sul costone che degrada sulla spiaggia; è impossibile ridiscendere il costone perché questo farebbe inevitabilmente crollare i nidi e comunque sarebbe inutile perché abbiamo le bestioline a pochi metri da noi. Percorrono continuamente il tratto dalla tana al mare e viceversa per pescare e portare il cibo ai pulcini che sono nel nido; sono di un’eleganza unica e con il loro atteggiamento sembra che si mettano in posa. Non hanno paura dell’uomo tanto che è possibile
fotografarli da pochi metri.
Oggi sulla Penisola Valdés era prevista pioggia, fortemente desiderata dai locali meno da noi, ma il vento ha scongiurato il pericolo; senza vento sarebbe stata una giornata uggiosa o torrida o entrambe invece questa ha tenuto lontano la pioggia e mitigato la temperatura.
Proseguendo con la Ruta 47 raggiungiamo Punta Cantor; nella penisola le strade sono tutte sterrate, abbastanza larghe e continuamente manutentate con trattori attrezzati che le livellano. Tutto intorno è la famosa steppa patagonica fatta di erbe arcigne e piccoli arbusti senza alberi che rende il paesaggio di una monotonia disarmante; i rettilinei sono esageratamente lunghi tanto che le poche curve sono precedute da segnali di attenzione che in questo caso sono frecce nere su sfondo giallo su cartelli quadrati.
A Punta Cantor c’è la possibilità di mangiare; presa una salsiccia alla brace tanto bella da vedere tanto brutta da mangiare. E’ di carne bovina con tanto grasso e, a dispetto del bel colorito esterno, praticamente cruda all’interno. Il primo dei due percorsi fattibili porta alla spiaggia dove sono parcheggiati alcuni elefanti marini del sud, mirounga leonina, che si crogiolano al sole; sono sulla battigia che degrada velocemente in acqua tanto che è possibile vederli solo dalla parte alta del percorso perché cercando di
scendere nella parte bassa del costone nel tentativo di avvicinarsi alle bestiole queste scompaiono alla vista.
Sono pochi e sono tranquilli perché ormai la stagione degli amori è finita, altrimenti avremmo assistito a feroci lotte tra maschi dominanti che proteggono i propri harem di decine di femmine dai tentativi di accoppiamento dei maschi periferici. I 5 metri di lunghezza e le 4 tonnellate di peso del maschio ne fanno il più grande tra le specie di foche; è cinque volte più grosso della femmina che, grazie al doppio utero, è sempre incinta.
Primo incontro con un armadillo che però scappa velocemente nella vegetazione scomparendo alla vista e all’obbiettivo. Il secondo percorso è puramente panoramico; c’è una lunga striscia di sabbia che scende parallela alla costa per diversi chilometri come se fosse una penisola californiana in miniatura. Noi ci troviamo nel punto della terraferma che guarda alla punta di questa penisola di sabbia; questa mattina al museo abbiamo visto le foto satellitari della zona di cui una del ’70 e una dei giorni nostri dalle quali si vede che il fenomeno dell’erosione delle coste qui è inverso. E’ il mare che si ritira per far spazio alla terra infatti questa lingua di terra si è estesa tantissimo in quest’ultimi decenni tanto che l’imbocco si è ridotto a poche decine di metri.
Prima della partenza c’è stato l’incontro con un secondo armadillo che si aggira nel parcheggio; è iniziata subito una caccia all’ultimo scatto tra lui e un nutrito gruppo di assatanati fotografi. Abbiamo potuto constatare che nonostante il peso dell’armatura l’animaletto è molto agile e alla fine dribblando i goffi tentativi di placcaggio si è dileguato nella steppa.
Riprendiamo la marcia verso Punta Norte; la strada costeggia quello che sembra un canale tra la terraferma e la penisoletta di sabbia. a un certo punto c’è un’isoletta nel mezzo con una importante colonia di pinguini; è possibile vederli solo da lontano perché tutta la zona è interdetta. Questa lunga lingua di sabbia è priva di vegetazione nella parte meridionale, la più giovane, mentre nella parte nord, più antica, si vedono già i primi tentativi di colonizzazione vegetale con piccoli arbusti e sparuti ciuffi d’erba.
Dalla strada si vedono diversi gruppi di guanaco e cavalli che stazionano vicino al mare. La strada sterrata è abbastanza larga ma, quando viene tagliata da un recinto, questa si restringe; forse per permettere una più agevole chiusura del recinto e quindi della strada quando occorre radunare il bestiame.
A Punta Norte c’è qualche elefante marino e grandi colonie di leoni marini. Questi ultimi sono divisi in tanti gruppi formati dal maschio dominante, dalle femmine e dai cuccioli. I cuccioli o allattano o stanno insieme in una specie di nursery con un paio di femmine che li accudiscono.
I giovani maschi in cerca di
femmine utilizzano la tecnica, molto crudele ai nostri occhi, di rapire un cucciolo e maltrattarlo sperando che la madre esca dal gruppo per proteggere il figlio e tentare così l’accoppiamento. Purtroppo i piccoli non sopravvivono quasi mai a questi maltrattamenti; la spiaggia è disseminata di piccole vittime e su quelle più recenti sono evidenti i segni della carne lacerata dai morsi dei giovani maschi con cui afferrano i piccoli per scaraventarli lontano.
Dal punto di vista… sonoro è un insieme di belati e ragli intervallati da rutti spaventosi del maschio dominante che marca il territorio.
Siamo ritornati all’Alojamiento Teuly e andiamo a fare una corsetta nella vicina pista di atletica. La pista in cemento è rovinata; è agibile solo la parte dei 100 metri. Le corsie sono delimitate da strisce bianche dipinte a mano… non molto diritte. Una ragazza sta provando le partenze dai blocchi; il suo allenatore la tiene con una camera d’aria da bici e funge da zavorra facendosi trainare per 40 metri.
Cena in un ristorante del centro dove per 48 $ puoi mangiare tutto quello che vuoi e quanto vuoi dai primi ai dolci, dalla carne ai gelati, dalle verdure al pesce. A parte si paga da bere; una bottiglia di birra Heineken da un litro prodotta in Argentina, buona, costa 17 $.
Oggi si va verso Punta Tombo dove ci aspetta una della più grandi colonie di Pinguini di Magellano. Lungo la strada ci sono degli altarini dedicati a
sente sicuro, è a disaggio e potrebbe attaccare. In questo caso è meglio allontanarsi.
vicino al mare i genitori possono fare più viaggi al giorno per fare provviste e di questo ne beneficiano anche i secondogeniti mentre per i nidi più lontani il discorso cambia e il secondo nato è condannato a morte sicura.
Tanti guanaco condividono il territorio senza entrare in conflitto con gli eleganti pinguini; qua e la si vedono piccoli roditori di media grandezza senza coda e piccolissimi topolini di pochi centimetri con coda dal potente squittio.
in massa cercando di fuggire via aereo dalla base militare. Questa storia è documentata ma si vocifera che buona parte degli oppositori politici desaparecidos siano passati da questa base militare e lanciati nel vuoto nella sterminata e deserta steppa patagonica durante voli notturni.
Le preghiere hanno avuto effetto; ci siamo svegliati con un cielo limpido, azzurro con la cima rosata dal primo sole mattutino del Fitz Roy che sbircia da dietro le montagne che circondano la piccola cittadina. Il nome tehuelche della montagna è El Chaltén che significa vetta di fuoco forse proprio per il colore che assume il Cerro in mattinate come questa.
Al termine della spianata acquitrinosa troviamo alcuni laghetti ottimi da fotografare con la cima del Fitz Roy e il ghiacciaio come sfondo. Ritroviamo il sentiero e seguendolo entriamo in una fitta macchia di vegetazione in cui questo è l’unica via; usciamo allo scoperto e attraversiamo un torrente su un ponticello fatto con due tronchi di legno e un passamano sempre di legno su cui è possibile passare uno alla volta.
come se non bastasse da quando eravamo usciti dalla spianata avevamo incrociato tante persone che venivano da El Chaltén e noi convinti che scendessero dalla vetta ci chiedevamo a che ora fossero partiti questa mattina!
L’insieme è a dir poco spettacolare anche perchè l'acqua del Sucia è verde smeraldo al contrario dell'altro.
Sveglia all’alba per raggiungere l’aeroporto Almirante Marcos Zar di Trelew. L’alojamiento a gestione familiare ci è costato 9 € al giorno compreso la colazione di questa mattina all’alba.
immediatamente i bagagli e usciamo senza controlli. Fuori ad attenderci c’è Mario con minibus e carrello per i bagagli che ci accompagnerà per il proseguo del viaggio fino a Ushuaia.
le montagne davanti a noi, dove noi siamo diretti. Ci fermiamo al Canyon de las Vueltas; un breve sentiero dalla strada porta al canyon attraverso la bassa vegetazione. Il vento è incredibilmente forte; sembra di stare a Trieste sotto effetto Bora. L’acqua ha scavato un profondo canyon ma è impossibile affacciarsi perché il vento soffia in direzione tale da spingerti giù. Straordinaria la parete opposta alla nostra; è di colore nero basalto che si è erosa nel tempo omogeneamente tranne una fetta quasi perpendicolare di materiale diverso, color crema, che ha resistito di più creando come un tramezzo perpendicolare alla parete sospesa sull’acqua.
L’impressione è di essere sulla cresta di un cratere pieno d’acqua, acqua color crema con piccoli iceberg che il vento ha spinto verso di noi. Proseguiamo il trek verso il Rifugio Maestri seguendo il sentiero segnato con cumuli di pietra sulla cresta del cratere. Appena usciamo allo scoperto ci rendiamo conto che il vento soffia fortissimo e rende difficile l’avanzamento anche perché camminiamo su detriti pietrosi di diverse dimensioni, molti taglienti e altri instabili che non consentono un appoggio sicuro.