Ho Chi Minh

12 maggio 2004, mercoledì

Con un pulmino lasciamo Saigon dirigendoci a sud, verso il delta del Mekong. Al secondo incrocio ci imbattiamo in un funerale; ci sono due carri addobbati come edicole cinesi con stoffe rosse e pendagli e scritte gialle. La cassa dello sfortunato è nel secondo carro; seguono alcuni furgoni con un nastro rosso con scritte in giallo posizionato sul cofano anteriore con dentro il seguito del funerale.
A pochi isolati dal nostro albergo c’è il fiume Saigon. Dalle sue rive sale un ammasso di lamiere, stuoie di bambù e teli di plastica a formare la bidonville locale che purtroppo è presente ormai in tutte le grandi città del terzo mondo e raccoglie tutti i diseredati che dalle campagne arrivano in città in cerca di fortuna e si ritrovano in quest’inferno.
Appena fuori città inizia una strada a tre corsie per senso di marcia. A prima vista sembrerebbe una strada a scorrimento veloce ma l’autista è costretto a frenare di continuo; è un susseguirsi di sali e scendi provocati dall’assestamento della strada costruita su terrapieno che è scesa di livello rispetto ai manufatti in cemento come i ponti che sono rimasti stabili.
Ma la ciliegina sulla torta è data dalla palificazione della linea elettrica che a un certo punto attraversa la strada con uno dei pali piantato al centro della seconda corsia del nostro senso di marcia senza alcuna protezione o colorazione particolare!
Chi immaginava il Vietnam come una immensa distesa di risaie potrebbe rimanere deluso; sono chilometri che viaggiamo costeggiando impianti di acquacoltura dove allevano pesci, vongole ecc. In molte parti del mondo esiste una Venezia di… con cui denominano una parte del paese ricca di canali; per similitudine questa zona la chiamerei la Chioggia di Saigon per il gran numero di frutti di mare che allevano in queste ex risaie trasformate in vasche per acquacoltura dall’acqua dal colore improponibile.
Visto che la strada è un’opera d’arte è giusto che si paghi qualcosa per il privilegio che abbiamo nel percorrerla. Pagati 10000d a un casello, ma non siamo su un’autostrada visto che attraversiamo centri abitati e incrociamo numerosi viottoli di campagna da dove si immettono tante bici e moto che per non attraversare tutta la strada preferiscono viaggiare contromano!
La moto è indubbiamente tra gli oggetti di maggior valore posseduto dai vietnamiti e giustamente è tenuto nel miglior modo possibile, continuamente spolverata, pulita, quasi coccolata. In quest’ottica sono sorte decine di motolavaggi dove la moto sollevata da un pistone oleopneumatico viene maniacalmente insaponata, lavata e asciugata in ogni sua parte.
A Vinh Long saliamo su di un barcone coperto, stretto e lungo col timone comandato da un volante. Appena partiti effettuiamo una sosta a un piccolo villaggio tipicamente votato al turismo. La guida ci accompagna casa per casa mostrandoci donne intente a costruire, cucire o cucinare qualcosa di tipico come a esempio la carta di riso poi utilizzata tra l’altro per avvolgere i deliziosi involtini primavera. Logicamente poi è possibile comprare tutti questi prodotti.
Incrocio un vecchietto, lo reputo un ottimo soggetto fotografico e decido di seguirlo. Va dietro la sua casa di legno; c’è una vasca interrata in cui allevano pesci. Ai quattro lati di questa vasca ci sono piccole palafitte con su quelle che a prima vista sembrano cassette di legno. Penso si tratti di recipienti contenenti mangime per i pesci e il vecchietto si sta avvicinando a una di queste percorrendo un traballante passante di legno. Con mio stupore il vecchietto apre uno dei lati di questa cassetta come se fosse una porticina, entra, la richiude, si accovaccia… È il suo gabinetto!
Sono imbarazzato con la macchina fotografica in mano davanti a un vecchietto che sta facendo tranquillamente i suoi bisogni ma anche soddisfatto perché ho intuito subito che da quelle cassette cadeva… il mangime per i pesci!
In un porticato lontano dalle bancarelle per turisti una giovane coppia è al lavoro. Lei incarta a mano le gomme da masticare che sono contenute sfuse in un sacchetto di plastica e lui le igienizza imbustandole.
Il cielo diventa improvvisamente nero; un vento violento mette a dura prova la resistenza delle bancarelle e delle casette. La gente del posto fa segno di ripararsi ma non si capisce dove visto che è tutto tremendamente precario compreso gli alberi dai quali cascano frutti maturi e non. Il tutto dura pochi secondi e la tempesta d’acqua che in genere segue non c’è.
Ripartiamo e dopo poco transitiamo per uno dei tanti mercati che si svolgono nelle acque del Mekong; sono chiamati mercati galleggianti. In pratica è un mercato all’ingrosso dove arrivano grossi barconi carichi di pochi prodotti che vengono venduti e trasbordati su altre imbarcazioni più piccole che li trasporteranno lungo canali più stretti e meno profondi in altri posti dove daranno vita ad altri mercati e così via.
Ogni barcone, oltre all’altissima antenna TV, ha una lunga canna di bambù che gli fa da pennata con un pezzo del prodotto che ha a bordo legato in cima; è una insegna naturale che permette ai clienti di orizzontarsi meglio tra i barconi. Ci sono meloni, insalata, carote, mango, ananas, noci di cocco ecc.
E’ tardi per cui non c’è molto movimento; le ore migliori sembra che siano dall’alba fino alle nove del mattino.
Le barche che navigano sul fiume hanno tutte un motore fuoribordo a gambo lunghissimo. Questo non scende in acqua perpendicolarmente ma si diparte dal motore obliquamente e il motorista lo manovra in modo da far girare l’elica sempre a pelo d’acqua, sollevandolo velocemente quando passa sui frequenti legni e detriti vari alla deriva. I motori non hanno il superfluo cofano protettivo e insonorizzante per cui scoppiettano in modo pauroso. Fortuna che a solcare il fiume ci sono tantissime canoe a remi, più faticose per il rematore ma sonoramente più… riposanti per noi.
Tantissimi barconi trasportano sabbia; sono talmente carichi che sembrano sfidare tutte le leggi fisiche sul galleggiamento.
La guida ci dice che in questo punto la profondità del fiume è di circa venti metri; considerando che da sponda a sponda sono alcune centinaia di metri e che questo è solo un ramo del delta del fiume è facile immaginare la gigantesca portata d’acqua di questo fiume che attraversa mezza penisola indocinese.
Boe galleggianti e strani segnali a riva regolano il traffico pesante; per gli altri vige la legge… della giungla.
In questa parte del fiume ci sono tantissime isole dalla rigogliosa vegetazione su cui si coltivano intensivamente alberi da frutto e ortaggi. A differenza delle isole marine che si riconoscono subito come tali perché più piccole rispetto alla distesa d’acqua che le circonda, qui è difficile individuarle perché sono più grandi della distesa d’acqua che le circonda; ne risulta l’impressione ingannevole di navigare in un comunissimo canale sulla terraferma mentre invece si sta circumnavigando un’isola.
Ad un certo punto incontriamo un po’ di barche turistiche come la nostra ferme nel canneto; la nostra guida ci informa che c’è un po’ di fiume mosso e ci chiede se vogliamo continuare. Alla nostra risposta affermativa il pilota ci fa sistemare in modo più bilanciato in barca chiedendoci di non muoverci troppo fino a che non si raggiunge l’altra sponda. La traversata longitudinale ci è costato un bagno fuori programma ma ne è valsa la pena.
Entriamo in un dedalo di piccoli canali con la vegetazione rivierasca a portata di mano. In questi canali erano famosi i precari ponti di legno che collegavano le varie isole tra loro. Oggi sono stati sostituiti da anonimi ponticelli di cemento che comunque sono stretti e senza balaustre protettive.
Ci fermiamo in un luogo dove è possibile mangiare, ammirare splendidi bonsai, farsi un giro col pitone sulle spalle… Tipicamente turistico anche se di stranieri siamo solo noi. Si è mangiato bene e in abbondanza; il pranzo completo di tutte le portate costa 5 dollari e non sono riuscito a mangiare tutto. Buono il pesce arrostito servito in verticale su di un apposito porta pesce e buoni anche gli involtini primavera; non ha avuto molto successo il minestrone di carne e verdure perché qualcuno ha cominciato a dubitare dell’origine suina della carne presente nella zuppiera.
Attracchiamo vicino al molo dove fanno servizio i traghetti che collegano le isole più grandi tra loro e la terraferma.
Vicino c’è un mercato; molto pittoresco. Sui banchi alcuni frutti a noi sconosciuti attirano la nostra attenzione. Assaggiamo un frutto grande come un pompelmo, color rosso porpora, buccia irregolare carnosa che si stacca facilmente dalla polpa bianca piena di semini tipo kiwi. Non è molto dolce ma estremamente saporito. 5000 dong per un frutto. E’ chiamato thanh long che tradotto in italiano vuol dire frutto del drago verde mentre nel resto del mondo è conosciuto come dragon fruit o pitaya; è della stessa famiglia dei fichi d’india, diffuso in Indocina con buccia rossastra e Sud America con buccia giallastra.
Bella la scena della madre che, seduta per terra come altre venditrici, legge la favoletta alla bambina che è seduta tra le sue gambe.
In un negozio di articoli sportivi comprato un Hai Dond. E’ simile alla pallina piumata del badminton, più grande e si colpisce con i piedi e non con le racchette. E’ il gioco del momento qui in Vietnam; nei parchi la mattina sono tanti che ci giocano e con l’ausilio di una rete si fa un ottimo e divertente calcio-tennis.
Azelio ha comprato un fischietto e lo prova all’uscita del negozio; impressionante il silenzio che è seguito al suono del fischietto nel movimentato e chiassoso mercato.
Nella zona riservata alla vendita di animali da segnalare le numerose tinozze con ossigenatore dove alloggiano i pesci che sono venduti ancora vivi come vivi sono venduti i serpenti tenuti in apposite teche. Una signora sta spellando rane e rospi; già non è una bella scena da vedere, se poi ci aggiungiamo una rana ormai spellata e creduta morta che improvvisamente decide di saltare…!
Arriviamo a Can Tho e alloggiamo al Quoc Te Hotel; sei dollari in media a persona. E’ il compleanno di Giosuè; dopo alcuni tentativi andati a vuoto nei bar del lungo fiume troviamo una bottiglia di spumante (?) caldo per festeggiare.

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Can Tho

13 maggio 2004, giovedì

Ci accordiamo per un giro in barca con una signora che ci avvicina all’uscita dell’hotel; 25 dollari per cinque ore di navigazione sul Mekong che ci permetteranno di vedere due mercati galleggianti. Si parte dal molo davanti al Golf Hotel. Alla partenza un tizio dall’aria impettita controlla i documenti del nostro guidatore, forse la patente nautica o comunque il permesso per effettuare questo tipo di viaggio. Dopo cento metri di navigazione la donna con cui avevamo trattato e il pilota in regola con i documenti trasbordano su di una piccola imbarcazione che nel frattempo ci ha abbordato e sul barcone rimane un anziano accanito fumatore ai comandi e una ragazza con una busta piena di mercanzie; o gli diamo un passaggio al mercato o siamo noi i suoi futuri possibili clienti.
Il barcone è lungo una quindicina di metri, di legno massiccio, largo un paio di metri con motore entrobordo diesel molto rumoroso. Un tendone di colore azzurro ci proteggerà dai raggi del sole mentre a poppa tre poltrone fungono da soggiorno prendi sole.
C’è una grossa bassa marea tanto che numerose barche e barconi sono in secca; sono stati ormeggiati questa notte o ieri sera e il periodo di bassa marea viene sfruttato per il carico e lo scarico delle merci. Lungo il fiume ci sono numerosi punti di attracco contrassegnati da grossi cartelli quadrati con una P bianca su sfondo blu simili ai nostri cartelli che indicano il parcheggio. Questi punti d’attracco sono privi delle attrezzature tipiche che si vedono nei porti come le gru o altro; i barconi rimangono insabbiati nella melma e a questo punto con l’ausilio di passerelle di legno e bambù organizzati al momento si carica o scarica la merce a mano.Credo di aver capito perché sulle strade è quasi assente il traffico pesante; in questa parte del Vietnam il trasporto delle merci avviene quasi esclusivamente sull’acqua. Lungo il fiume è un susseguirsi quasi ininterrotto di costruzioni grandi come capannoni o piccoli come empori con doppio ingresso uno lato fiume e l’altro sulla strada che costeggia il fiume. Poiché il livello dell’acqua fluttua in funzione delle maree queste costruzioni poggiano su palafitte; mentre un ingresso è sullo stesso piano della strada l’altro può trovarsi molto rialzato rispetto al pelo dell’acqua, come stamattina, per effetto della marea.
Questi magazzini servono come centri di stoccaggio per le merci a lunga conservazione come materiali edili, legno, granaglie, mobilia, elettrodomestici ecc. Giovani volenterosi scaricano le merci dai grossi natanti, li stivano nei magazzini e poi li ricaricano su imbarcazioni più piccole da un lato o su motofurgoni dall’altro.
Guardando fiume e canali dalla strada avevo notato in acqua dei recinti fatti di rete vicino a tutte le abitazioni e mi ero convinto che si trattasse di piccoli allevamenti domestici di pesci. Ora che è cambiato il punto d’osservazione e che la bassa marea ha scoperto un bel tratto di spiaggia si possono vedere chiaramente queste reti, sono tante e non servono a conservare il pesce ma a pescarlo. E’ una rete a forma di parallelepipedo di un metro per due che, alla base, finisce con una nassa in cui viene posta l’esca; paletti di bambù la tengono ancorata alla spiaggia e l’altezza è tale che con l’alta marea i pesci possono entrare per gustarsi l’esca e restare imprigionati quando la marea scende fino a che il pescatore va a raccogliere il pesce che si gusterà a pranzo senza neanche bagnarsi i piedi.
La benzina costa 5600d al litro quella da 83 ottani e 6000d quella da 92 mentre il gasolio costa 4600d. Molti pescatori su piccole canoe raccolgono il pesce rimasto imprigionato nelle reti che hanno calato ieri sera; queste reti sono segnalate alle imbarcazioni con mezzi di fortuna tipo bottiglie di plastica colorate.
Sul fiume e sulle sue derivazioni i ponti stradali sono pochi; in due ore di navigazione ne abbiamo incontrati solo due di cui uno poco fuori città. In compenso c’è un’infinità di punti di traghettamento da riva a riva svolto con mezzi abbastanza nuovi; i collegamenti sono veloci, non ci sono tempi morti, il tempo di scaricare persone e mezzi traghettati, caricare quelli presenti sul molo in attesa e si riparte senza aspettare orari precisi o che il traghetto si riempia.
Il traffico di canoe, barche e barconi si sta intensificando e un groviglio di imbarcazioni in lontananza ci annuncia un primo mercato. E’ un mercato all’ingrosso di merci deperibili, quasi esclusivamente frutta, verdure e ortaggi. I barconi carichi di merci sono ormeggiati al centro del fiume e tutt’intorno le barche più piccole e le canoe con ananas, meloni, insalata e noci di cocco che dopo essere passati da un proprietario all’altro passano volando da un’imbarcazione all’altra. I prodotti la cui pezzatura è più piccola come le patate, le melanzane o i limoni vengono messi in buste di plastica o ceste di vimini e pesate dopo di che avviene il trasbordo.Il concentramento di barche in un centinaio di metri di fiume è notevole e si capisce l’importanza delle canne di bambù che si elevano dalle imbarcazioni con in cima legato il prodotto in vendita.
Questi barconi sono di legno, sono fatiscenti e fanno anche da casa agli uomini che la governano tanto che è normale la presenza a bordo di donne e bambini. Le uniche barche che non hanno nulla a che vedere con la compravendita sono i pochi battelli turistici come il nostro e le barche che riforniscono gli abitanti dei barconi di tutti quei generi che occorrono per vivere in una casa, anche se galleggiante; queste piccole barche si notano subito perché trasportano tanta mercanzia colorata, dai secchi ai pettini ecc.
Le barche abitate si riconoscono dalle altre per la presenza dell’altissima asta con l’antenna TV in cima e per il tentativo di abbellirle, per quanto è possibile, con piante sempre verdi.
Nel trasbordo di prodotti come l’insalata o i carciofi molte foglie finiscono in acqua ma non vanno perse; a bordo di piccole canoe vengono raccolte una per una…!
Il peso del motore da una parte e il lungo gambo con l’elica dall’altra devono essere abbastanza bilanciati tanto che il pilota delle imbarcazioni le manovra agevolmente con un piede sia per determinare la direzione sia per alzare il gambo dall’acqua quando sente la presenza di qualcosa che potrebbe urtare o impigliarsi nell’elica e danneggiarla.
Dopo un’altra mezz’oretta di navigazione sull’acqua dall’aspetto poco pulito ci immergiamo in un altro mercato galleggiante dalle caratteristiche simili al precedente; è meno vivo sicuramente per l’ora ormai tarda. Il grosso delle transazioni avviene dall’alba alle nove del mattino. Sulla strada del ritorno ci fermiamo a un piccolo approdo convenzionato in una piccola traversa del Mekong. C’è il solito piccolo zoo con tartarughe, pitoncini, pipistrelli, animali domestici e due scimmiette crudelmente legate al tronco di un albero come cani. Sono due esemplari giovani; un maschio calmo, pacato, riflessivo, dall’aria da intellettuale che ha mangiato la banana con la flemma di un lord inglese e una femmina frenetica e dispettosa che ha mangiato la sua in quattro e quattr’otto per poi cercare di fregare la banana all’altro.
Verso mezzogiorno torniamo al molo da cui siamo partiti. Siamo attratti dalla musica proveniente dal ristorante di fronte al Gold Hotel; c’è un banchetto di matrimonio d’alto bordo. Più di duecento invitati, gli sposi che passano tra i tavoli per le foto e le riprese di rito e due cantanti che si alternano sul palco. Entriamo in punta di piedi, facciamo qualche foto agli sposi e subito ci invitano a bere una birra; solo che appena allontaniamo la bocca dal boccale c’è qualcuno che lo riempie e fa segno con insistenza di bere. Alla fine scopriamo che per buon augurio verso gli sposi occorre bere il boccale di birra tutto d’un fiato fino all’ultima goccia dopo di che scoppia l’applauso di ringraziamento; facile, solo che prima di capire il giochetto ho dovuto bermi tre birre di cui una calda!
Gli invitati seduti ai tavoli dove gli sposi fanno di volta in volta le foto di rito fanno il brindisi d’augurio che consiste appunto nel bere il boccale di birra tutto d’un fiato; solo gli sposi sono esentati, per ovvi motivi, ma non possono esimersi dal sorseggiare la birra assieme agli ospiti.
L’ormai solito, violento e breve acquazzone giornaliero ci accompagna mentre facciamo un po’ di spesa in cibarie.
Come in tanti altri posti anche qui gli autisti dei pochi mezzi in circolazione si scambiano a gesti informazioni sullo stato delle strade. L’autista non pratico della strada che sta percorrendo chiede se ci sono pericoli nel tratto di strada che andrà a percorrere lampeggiando all’autista di un mezzo che incrocia e che ha quindi appena percorso il tratto interessato. Se la situazione è tranquilla l’autista risponde di no con la mano aperta nel gesto che per noi significa quasi. Se invece il pericolo c’è lo imita con la mano, poi ne indica la quantità, poi ripete il tipo di pericolo; per esempio: cunetta, due, cunetta.
In questa parte del Vietnam sono in funzione i nuovissimi semafori a luci multiled, una vera novità anche per noi in Italia.
La strada costeggia un ramo del delta del Mekong; ci sono numerosi brevi tratti sterrati e alcuni restringimenti di carreggiata dovuti alla costruzione di un nuovo ponte. Per procurarsi la sabbia necessaria all’impasto del cemento hanno creato delle vasche con i bordi di sacchi di juta pieni di sabbia. Dentro queste vasche pompano l’acqua melmosa dal fondo del fiume; i sacchi di juta fungono da filtro lasciando passare l’acqua e fermando la sabbia che rimane intrappolata nella vasca. Un sistema ingegnoso ed elementare al tempo stesso e soprattutto economico e veloce.
Siamo attratti dal trasbordo di pesci dal cassone di un camion a un carretto a mano. A un più attento esame notiamo che non sono pesci interi ma quello che rimane dopo lo sfilettamento.
Un ragazzo armato di rastrello tira giù rudemente le carcasse di pesce e riempie il carretto dalle sponde alte che due ragazzi a fatica spingono all’interno su viottoli sterrati ricavati tra vasche, risaie, palafitte e banani. Seguendo il carretto ci troviamo immersi in un villaggio posto sulla riva del fiume i cui abitanti sono tutti dediti alle varie lavorazioni del pesce.
Le carcasse di pesci di discrete dimensioni vengono lavate in grosse vasche dopo di che mani esperte, anche di bambini, li sviscerano prima di essere posti su grosse stuoie rialzate da terra per una leggera asciugatura prima di essere posti in salamoia in grosse vasche spesso posizionate sotto le abitazioni. Tra qualche mese da queste vasche ricaveranno litri di ottima salsa di pesce che qui chiamano nuoc nam che è alla base della cucina vietnamita come la salsa di soia lo è per quella cinese. Sembra che i vietnamiti ricavino il venti per cento del proprio fabbisogno proteico proprio da questa salsa.
In un’altra zona del villaggio stanno lavorando il pesce fresco; vari gruppi di persone lavorano a quella che potrebbe sembrare una catena di montaggio. Il pesce viene lavato e poi sfilettato; i filetti vengono posti in salamoia in vasche di cemento. Dopo qualche giorno i filetti vengono tolti dalle vasche, lavati e posti su stuoie rialzate da terra per la disidratazione; a questo punto sono pronti per la commercializzazione.
L’essiccazione del pesce è una lavorazione indispensabile in un paese come il Vietnam dove gli elettrodomestici, tra cui i frigoriferi, non hanno una diffusione capillare come da noi.C’è un ragazzo che ha il compito di raccogliere i filetti dalla vasca dopo il passaggio in salamoia. Usa uno scolapasta di plastica colorata che dopo aver fatto sgocciolare passa col carico di filetti ad altri ragazzi o ragazze che lo trasportano nella zona del lavaggio. Potrebbe essere un lavoro come un altro se non fosse per il fatto che questo ragazzo è immerso fin sopra le ginocchia nella salamoia senza alcuna protezione; spero che l’effetto della salamoia sulle sue gambe ora dopo ora, giorno dopo giorno, sia altrettanto protettivo come sui filetti che lui lavora… ma ho qualche dubbio!
In tutto il villaggio c’è un pungente odore di pesce ma non possiamo lamentarci più di tanto visto che queste persone col pesce non solo ci lavorano di giorno ma ci dormono anche sopra di notte visto che la gran parte delle vasche per il nuoc nam sono posizionate sotto le assi di legno del pavimento delle palafitte.
Al centro del villaggio c’è una vecchia casa colonica francese abbastanza malridotta. All’interno due donne vestite di nero vivono nelle due stanze al pian terreno trasformate in tempio; ci fanno accomodare ma sfortunatamente ogni tentativo di dialogo tra noi fallisce.
Alloggiamo al Delta Adventure Inn di Chau Doc, un residence fuori città con camere pulite e personale simpatico. 3 dollari a testa in media.
Al posto di traghettamento Ben Pha Con Tien di Chau Doc ci accordiamo per 80000d per tre piroghe a remi per fare un giro tra le famose case galleggianti della zona. Siamo quasi al tramonto e la luce da un tocco di magia a questo emozionante giro in barca. Il rematore è posizionato in piedi a poppa come il più famoso gondoliere veneziano ma, a differenza di questo, usa due remi. Le canoe sono larghe circa cinquanta centimetri per non più di tre metri. Il legno ha perso la sua consistenza tanto che l’unghia affonda senza sforzo in esso. Finalmente possiamo goderci questa crociera sul fiume senza il rumore assordane di un motore che qui, più che in altri posti, si capisce perché è detto a scoppio.
Le case galleggianti più che l’alternativa alle palafitte ne sono la naturale prosecuzione verso l’acqua. In pratica tra l’argine e la riva che si forma nel momento di bassa marea ci sono le palafitte dopo di che ci sono le case galleggianti. Queste sono costruite sui classici bidoni di metallo e fasci di legno che ne garantiscono il galleggiamento. Sono delle vere e proprie case con tanto di energia elettrica portata in casa con fili volanti e antenna TV. Quasi tutti hanno una veranda con piante sempreverdi, cani abbaianti e gatti. Curiosa la presenza su queste case di bici e motorini che anche in presenza di veranda sono parcheggiate in casa. Le pareti sono fatte con materiali di risulta con netta predominanza di lamiere, paglia e legno.
Sotto casa ci sono recinti fatti di reti in cui allevano pesci che vengono alimentati e pescati attraverso botole poste sul pavimento di casa.
Mangiato al ristorante Me Kong, all’aperto nel cortile di un bel palazzo coloniale francese. Spaghetti e riso cucinati in diversi modi a partire da quelli vegetariani con… bacon e gamberetti a quelli non vegetariani con… bacon e gamberetti. 27000d a testa.

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Ho Chi Minh

15 maggio 2004, sabato

Cu Chi si trova a una sessantina di chilometri da Saigon. Seguiamo subito una videocasseta in una sala attrezzata allo scopo. E’ in spagnolo, in bianco e nero e racconta la storia della provincia. Entriamo nel parco e un ragazzo vestito da ranger ci fa da guida. Seguiamo un percorso all’interno di un bosco; la giovane guida ci fa notare subito che gli alberi sono tutti giovani. I vecchi furono vittime del disboscamento effettuato dagli americani nella zona.
La prima buca che vediamo è a grandezza naturale, non è stata allargata a fini turistici per permettere la visita a noi occidentali dal fisico più possente. Una tavoletta di legno fa da tappo mimetizzata sotto le foglie; è piccolo e sembra impossibile che qualcuno posa entrarci ma non è così perché dopo la guida locale dall’esile costituzione riesce a entrarci anche Azelio che tanto piccolo non è. Passiamo per una trincea; qui l’apertura che la collega alla rete di cunicoli è più grande.
Un rettangolo di bambù intrecciato, imperniato al centro e ricoperto da foglie, nasconde una grossa buca a forma di parallelepipedo con tantissime canne di bambù appuntite piantate sul fondo ad attendere gli ignari nemici. Questa è solo una delle tante e differenti trappole disseminate in giro; la maggior parte non aveva lo scopo finale di uccidere ma quello di provocare ferite gravi soprattutto alle caviglie o alle ginocchia.
All’interno dei cunicoli vivevano migliaia di persone che come tutti avevano bisogno di mangiare, dormire, lavorare, curarsi ecc. A soddisfare queste esigenze c’erano degli ambienti più grandi, alcuni dei quali sono stati riprodotti quasi in superficie per essere visitati più agevolmente. Si presentano come vasche interrate con copertura di foglie di palma. Nella prima che visitiamo ci sono dei manichini a grandezza naturale che si muovono come nei presepi; ci sono fabbri che fabbricano arpioni di ferro per le trappole mentre altri segano le bombe aeree inesplose degli americani per riciclarne la polvere da sparo in esse contenuta.
Nelle cucine e nei dormitori era necessario accendere il fuoco senza però tradirne la presenza all’esterno con il fumo; il camino era coperto da un grande coperchio con tanti forellini laterali da dove usciva il fumo come dai forellini del fornello di casa escono le piccole lingue di fuoco. A sua volta il coperchio era coperto da un grosso strato di foglie; il fumo, già diviso dai tanti forellini, veniva ulteriormente sezionato dallo strato di foglie tanto che diventava praticamente invisibile.
Come il fuoco anche le prese d’aria erano indispensabili per chi viveva sottoterra; queste erano mimetizzate all’esterno da grossi sassi che le coprivano ma sagomati in modo da far passare l’aria, magari nascosti alla vista dal tronco di vicini alberi.
Nell’infermeria oltre al tavolone centrale coperto da zanzariera ci sono degli stipi con dentro i ferri del mestiere dei chirurghi dell’epoca.
Hanno allestito un poligono di tiro dove è possibile sparare con le armi dell’epoca; entusiasti turisti americani, incuranti della pioggia, non si sono lasciati sfuggire l’occasione.
Un tratto di cunicolo è stato allargato per dare la possibilità ai visitatori occidentali di provare... a fare la fine del topo! Appena entrati c’è subito una curva per evitare colpi d’arma da fuoco diretti; la vista di uno scorpione e l’aria viziata provocano qualche defezione, in compenso per chi prosegue hanno anche messo le luci di posizione.
Poco più di venti metri di galleria allargata e con lucine mi sono costati fatica; non oso immaginare come si dovessero sentire quelli che erano costretti a viverci.
Riprendiamo la marcia con il nostro pulmino con autista. Si notano in questa zona tante piccole chiese cristiane di recente costruzione o restauro.
Il caldo e i lunghi tratti in pullman stanno cominciando a provocare gravi effetti. Candeliere --candelabro, gondoliere – gondolabro; porcile – porcilaia, cortile – cortilaia. Questi sono solo alcuni esempi di assonanza… demenziale prodotta dal gruppo.
Un po’ di giorni fa abbiamo visto un impianto di alberi da caucciù; qui ce ne sono grosse distese con alberi dal tronco molto grosso. L’albero della gomma, Hevea brasiliensis, è originaria della foresta Amazzonica ma solo nel sud est asiatico ha trovato l’ambiente adatto per la coltivazione. L'albero comincia a essere sfruttato a partire dai 5-6 anni d'età praticando delle incisioni ortogonali ai canali laticiferi che non danneggiano la crescita dell'albero e raccogliendo il lattice di colore bianco giallognolo in ciotole legate al tronco. Qui delle ragazze stanno passando d’albero in albero a raccogliere il liquido dalle vaschette.
Ci fermiamo perché attratti dall’attività che si svolge nell’aia delle case di questa zona; stanno stendendo a seccare all’aperto le foglie di una qualità di palma come da noi stendiamo le foglie di tabacco. Queste foglie sono molto chiare, non ne ho mai viste di questo colore; sicuramente vengono sbiancate artificiosamente. Serviranno per la costruzione dei tipici cappelli conici.
Arriviamo a Mui Ne. Ci dirigiamo verso il mare seguendo un camion carico di cubetti di ghiaccio. La spiaggia in questo punto non è proprio un bel vedere e il profumo non è quello tipico del mare. Le barche sono tutte fuori a pesca; l’orizzonte è una fila continua di centinaia di imbarcazioni.
Lasciamo la spiaggia e risaliamo verso il paese costruito sulle rocce di una scogliera. A un certo punto una simpatica signora mi punta l’indice prima e sghignazzando poi mi mostra la ragazza seduta fuori dalla porta a fare il bucato. Sempre sghignazzando e indicando alternativamente me e la ragazza fa il segno dell’unione. In men che non si dica si organizza il matrimonio con tanto di consenso dei genitori, scambio di foto e indirizzi tra la gente del paese che è accorsa contenta per non perdersi lo spettacolo. Un ragazzo fa da interprete storpiando i nostri nomi tanto che Azelio è ormai diventato per tutti noi Azonzo.
La mia sposa si chiama Nguyèn, ha ventuno anni, carina e fisicamente non è male; purtroppo ha un occhio strabico e forse ricoperto da cataratta che sicuramente non le ha permesso di sistemarsi prima.
Per noi è stato un divertente quarto d’ora con Paola che inzuppava il pane e spero, mi dispiacerebbe il contrario, che anche per loro sia stato un divertente diversivo.
Tornando verso il pulmino, ridendo dell’accaduto, siamo attratti dal pavimento di un basso dove crediamo d’aver visto pascolare cinque bei topi di discrete dimensioni. Torniamo indietro increduli ma la nostra incredulità si trasforma in stupore quando vediamo che i topi non solo non vanno via in nostra presenza ma rispondono come gatti al richiamo delle due signore sedute in amichevole conversazione fuori al basso e che sono ora divertite dal nostro stupore.
Lungo la strada che porta a Mui Ne ci sono tantissimi hotel e residence di buona fattura e ristoranti. La spiaggia è pulita, a parte le foglie di posidonia portate a riva dalle onde. L’insieme è carino, in espansione.
Ci sono due ristoranti italiani vicini; entriamo in quello segnalato dalla Lonely e che ha il forno a legna. Si chiama Luna d’autunno, è gestito da Alessandro con personale vietnamita. Alessandro è di origine veneta ma è da anni in giro per il mondo; ultime tappe sono state la Germania, la Cina e ora Vietnam. Parla volentieri con noi appena ha un po’ di tempo libero. Ha cominciato ad Hanoi con altri due amici italiani investendo 500 dollari; ora dopo cinque anni gestiscono due ristoranti dal valore di 150000 dollari. L’inizio è stato un po’ duro perché sono partiti in un momento in cui tutto l’oriente era in crisi, Giappone e Cina in testa; questo gli ha permesso però di strappare degli ottimi contratti d’affitto di cui beneficiano oggi. La svolta c’è stata quando hanno deciso di fare il forno a legna che poi è stato quello che ci ha invogliato a entrare.
Il locale è un enorme cono di bambù sotto il quale c’è la sala, la cucina e il bar. L’insieme è bello è le pietanze sono molto buone; è la prima volta che mangio bene in un ristorante italiano all’estero. 120000d a testa.
Alloggiamo all’Hotel Hai Gia, un piccolo residence con buone camere doppie e discesa al mare. 35000d a testa.

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Chau Doc

14 maggio 2004, venerdì

Ci alziamo presto per fare un giro nei piccoli villaggi visti ieri sera nelle vicinanze del nostro hotel. Nonostante l’ora mattutina c’è già un discreto movimento. Dei precari ponti in legno, scavalcando piccoli canali, collegano la strada a piccoli agglomerati di case su palafitte.
Un ragazzo in canoa sta raccogliendo i lumachini cresciuti sui pali di legno delle palafitte a pelo d’acqua. Sono considerati una leccornia; cotti a vapore vengono meticolosamente sgusciati, intinte in qualche salsina e mangiate accompagnate da un’immancabile tazza di the alla faccia degli spuntini fast food.
Un ragazzino di quattro, cinque anni mi ha seguito per più di mezza ora cercando ripetutamente di mettere le mani sulla mia borsa fotografica; alla fine ho scoperto che voleva semplicemente chiuderla per sentire il clik della chiusura. Se ne è andato felicissimo girandosi in continuazione per salutarmi.
E’ l’ora della colazione anche per gli abitanti di queste casupole; alcune donne con bilanciere passano di casa in casa a offrire i propri prodotti mentre altri, soprattutto ragazzini in procinto di andare a scuola, sono seduti al chioschetto, anch’esso costruito con materiali di fortuna, posizionato appena fuori il villaggio.
Tranne una sarta e qualche vecchietta che cucina nessuno svolge attività produttive; la maggior parte delle persone è sdraiata sulle amache. Come ha detto qualcuno sembra che si alzino presto la mattina per avere più tempo a disposizione di giorno per riposarsi.
Siamo a pochi chilometri dal confine cambogiano; anche se i rapporti tra i due paesi sono ormai buoni, ci sono ancora molte postazioni militari sulla collina che sovrasta il nostro albergo. Incrociamo una colonna di militari che procede a piedi in fila indiana; sono tutti giovanissimi, con zaino leggero in spalla e fucile in mano. Completano l’armamentario della colonna mortai, bazuka e mitragliatrici trasportati a mano da coppie di militari.Abituato ai nostri funerali caratterizzati dal predominante color nero e dagli occhi lucidi di parenti e amici al seguito, non riesco a capire se qui la morte ha lo stesso valore emotivo nostro visto che il colore predominante nei funerali locali è il rosso e nessuno del seguito è minimamente rattristato. Il carro è allestito come una edicola cinese di color rosso con ideogrammi cinesi gialli; la cassa che contiene il morto è di color giallo più alta delle nostre. Parenti e amici seguono su furgoni che hanno una fascia rossa con scritte gialle sul cofano anteriore.
Ci fermiamo nei pressi di una pagoda che si affaccia sulla strada che stiamo percorrendo. Siamo però attirati dalle aule della vicina scuola. Ci sono due aule con bambini delle materne; i bambolotti ripetono in coro alcune frasi suggerite dalla maestra, poi uno per volta si avvicinano alla maestra e rivolti alla classe ripetono singolarmente la filastrocca, dandosi il tempo battendo le mani tra loro o sulle gambe. Una volta finito è lui, o lei a decidere chi è il prossimo a dover essere interrogato indicandolo con un dito.
Nelle classi delle elementari, al nostro ingresso, i bambini scattano in piedi e urlano all’unisono una parola di saluto poi pian piano si sbracano contagiando le classi vicine. I banchi sono da libro cuore mentre in alcune aule la lavagna è assente; in sua vece un rettangolo di parete è stato verniciato di nero o verde!
Nessuna delle maestre parla inglese per cui ci è difficile comunicare; solo una bambina timidamente ci chiede il nome in inglese prima di scappare via contenta quando ha capito che abbiamo capito.Lungo la strada troviamo una piccola fabbrica di bastoncini d’incenso. E’ una baracca di legno e lamiera, molto piccola in cui lavorano quattro ragazzi in un’aria irrespirabile. Un mazzetto di bastoncini di legno viene immerso in un liquido in modo che si impregnino fino a una certa altezza; a questo punto i bastoncini vengono immersi in una vasca piena di polvere, in questo caso gialla, e lavorati in modo che la polvere si attacchi alla parte bagnata. Questa operazione, fatta con movimenti decisi e precisi, fa alzare un polverone che oltre a essere respirata dai ragazzi che vi lavorano, con improbabili buone prospettive per il loro futuro, si attacca al sudore dei corpi trasformandoli in tanti San Gennaro!
Una ragazza in avanzato stato di gravidanza mette i bastoncini ad asciugare sul ciglio della strada al sole e al vento prodotto dai veicoli che passano.
Spesso, lungo la strada, si trovano dei caselli dove gli autisti pagano dai 10000d ai 20000d; non si capisce se è il passaggio tra due province diverse o un finanziamento postumo per la costruzione di un ponte o altro.
Ci fermiamo a Sa Dec per un fugace pranzo. Questa cittadina è famosa per le sue case coloniali francesi in una delle quali è stato girato il film L’amante di J.J.Annaud, tratto dal romanzo Margherite Duras.
Al mercato coperto delle solerti calzolaie assemblano gli zoccoli; si sceglie la forma e la misura degli zoccoli e il modello della fascia che fungerà da tomaia e con un paio di prove e veloci e martellate ti sfornano eleganti zoccoli su misura. Da notare che le etichette poste sulle calzature portano i nomi di Gucci, Umbro… Costano 30000d, la metà quelli piccoli per bambini.
Un tizio a cui avevamo chiesto delle informazioni al termine di una lunga chiacchierata ci invita a prendere un caffè in un chioschetto vicino; guardiamo incuriositi e divertiti al modo in cui viene preparato che, anche se diverso nei mezzi, è simile nella sostanza a quello che accadeva all’interno dell’ormai dimenticata macchina per caffè napoletana poi, dall’alto della nostra superiorità in materia, l’assaggiamo diffidenti. I nostri sguardi si incrociano interdetti, è ottimo! Diventerà una pietra miliare del nostro viaggio.
Arrivati a Saigon alloggiamo all’Hotel 265, vicino al precedente. Le camere sono buone ma... al quarto piano senza ascensore con scala stretta e gradini alti tanto che le inservienti hanno escogitato un sistema a corde per portare su e giù cuscini, lenzuola e altro senza fare più volte al giorno le scale. 3 dollari a testa in media.
Con due taxi raggiungiamo il quartiere cinese di Cholon. L’autista del nostro mezzo ha avuto l’audacia di protestare; secondo lui cinque passeggeri più lui in un taxi sono troppi. Si zittisce immediatamente quando gli facciamo notare che siamo circondati da motorini con quattro persone a bordo e per giunta senza casco.
Mangiamo al ristorante Hoa Don Ban Le, è grande, all’aperto, con una grande ruota dentata al centro che gira in una vasca trasferendo il moto ad altre due ruote più piccole. E’ stranamente illuminato e l’abbondante personale è vestito con abiti tipici.
Prendiamo un maialino intero cotto alla brace e gamberoni vivi cotti sul fornello messo sul tavolo. Nella pentola poca acqua e cipolle; quando è bollente giù i gamberoni e subito il coperchio per non farli saltare fuori. A morte avvenuta si toglie il coperchio e si lascia cuocere per qualche minuto. Si intingola nelle salsine che vanno dal molto dolce, poco piccante al poco dolce, molto piccante più le varie sfumature intermedie.
Qui, come in altri ristoranti del posto, le bottiglie di birra non vengono servite singolarmente a tavola; il cameriere porta una cassetta di birra e la posiziona vicino al tavolo, ci si serve da soli e alla fine si pagano solo le birre effettivamente consumate.
La cena è ottima, 83000d a testa, anche perché siamo stati consigliati nel menù da un vietnamita che ha lavorato diversi anni in Italia e che sta, con moglie e amici, al tavolo accanto al nostro; si è fatto avanti quando ha riconosciuto la nostra lingua.
Unico lato negativo il karaoke che ci disturba non poco; decidiamo di vendicarci. Andiamo sul palco a cantare La società dei magnaccioni dopo alcune prove effettuate al tavolo mentre si assaggia la grappa di riso. Ci facciamo presentare come Little Italy; un successone!
Al ritorno decidiamo di camminare un po’ a piedi prima di prendere un taxi ma quando ci accorgiamo di aver preso la direzione opposta saliamo in dieci più l’autista in un monovolume.
Arrivati all’albergo il tassista vuole più soldi di quanto segni il tassametro perché eravamo in molti nel suo mezzo; per far valere le sue ragioni si avvale di una ragazzina di una decina d’anni che traduce. Alla fine riesce a strappare 10000d in più e parte di questi vorrebbe darli alla ragazzina ma quest’ultima li rifiuta in malo modo(???).
Questa ragazzina avrà un futuro; vende gomme da masticare per strada, è simpatica e sfrutta ogni occasione per parlare in inglese con gli stranieri che gli capitano a tiro.
Per strada si trovano diversi massaggiatori che praticano il Ghac Hoi, una tecnica medica cinese che da qualche anno è praticata anche in occidente col nome di Coppettazione. L’operatore riscalda per qualche decimo di secondo l’interno di un vasetto di vetro con una fiamma creando in esso un vuoto d’aria e con la stessa velocità lo applica sul corpo del paziente; si crea una depressione tale che risucchia la pelle all’interno del vasetto e fa aumentare l’irrorazione sanguigna in quella parte del corpo. Si addice al trattamento di sindromi dolorose, applicando le coppette li dove il dolore è localizzato, e di molte sindromi depressive e ansiose applicando le coppette lungo i circuiti energetici ravvivandoli.
Una volta finita la seduta, sul corpo del paziente rimangono tanti segni circolari quanti sono stati i vasetti applicati.

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Mui Ne

16 maggio 2004, domenica

Partiamo in pulmino. Per arrivare a Mui Ne c’è una deviazione sulla strada costiera; poche centinaia di metri da questa deviazione c’è un casello dove si paga 15000d a veicolo sia che si entri sia che si esca. Lungo la strada costiera c’è un piccolo porto–canale con diverse barche ormeggiate; sono molto colorate a differenza di quelle viste navigare sul delta del Mekong che sono tutte color… legno.
In cento metri di strada parallela al canale si sta svolgendo un colorato mercato rionale. Nel pantano provocato dalla pioggia notturna venditori e compratori contrattano vivacemente il prezzo degli ortaggi, dei pesci, delle papere. Queste ultime sono vendute vive; a richiesta la venditrice l’ammazza, la mette in ammollo nell’acqua calda e, dopo un po’, la spenna, mentre il cliente continua tranquillamente il suo giro per il mercato.
Una signora di mezza età sta comprando due seppioline; non è convinta del peso. Toglie il piatto della bilancia con dentro le piccole seppie e asciuga il sottopiatto con il suo fazzoletto.
Ieri Alessandro ci ha consigliato di andare a vedere i vicini laghi bianchi, Bau Thang. Per arrivarci passiamo per un tratto di strada in costruzione, sterrato. Siamo costretti a fermarci per aspettare che un autista facesse con comodo manovra con la sua gru e dopo siamo stati rallentati da alcuni operai che con un’autobotte stanno rifornendo d’acqua i tanti bidoni disposti lungo la strada, bidoni dai quali i muratori impegnati nella costruzione di parapetti e muraglioni attingono l’acqua di cui necessitano per fare la malta.
I laghi sono carini, la sabbia è bianca, l’acqua limpida e un alberello fa anche un po’ d’ombra in caso di necessità. Anche se siamo vicinissimi al mare, penso che siano d’acqua dolce perché a riva ci sono tanti fior di loto. Girando intorno ai laghi il paesaggio non cambia; acqua e sabbia bianchissima e questo è lontano anni luce dallo stereotipo del Vietnam che io immaginavo come un’alternanza di fiumi, risaie e foreste.
Un non ben precisato tratto di strada sterrata ci avrebbe dovuto riportare in breve tempo sulla strada principale ma l’autista ha preferito ritornare indietro allungando di molto i tempi.
Difficile trovare autisti di pulmini che capiscano un po’ di inglese; il loro unico compito è guidare e se ce bisogno di parlare ci sono le guide. Quando queste mancano, come oggi che è un semplice viaggio di trasferimento, risulta difficile fare quelle piccole modifiche all’itinerario che poi spesso si tramutano nelle situazioni più divertenti e interessanti.
In mare e sulla spiaggia ci sono numerose barche a forma di ceste circolari del diametro di circa due metri; sono chiamate thung chai, sono fatte di bambù intrecciato e incatramato. Li ho visti usare da gente che pesca in mare con la canna o da quelli che pescano con le reti su bassi fondali; in questo caso i pescatori procedono a piedi in acqua e si trascinano dietro il grosso cesto con dentro le reti e i pesci pescati. E’ usato anche come mezzo per raggiungere la riva dalle barche e viceversa quando queste, in mancanza di un porto, vengono ormeggiate in mare. Può trasportare comodamente cinque persone.
La strada sterrata che stiamo percorrendo in questo momento e che è in fase di costruzione o di ampliamento attraversa una zona molto frequentata dal turismo locale. Ci sono molti pullman parcheggiati, grossi e piccoli, e in mare c’è gente che fa il bagno. Anche se il tempo non è dei migliori, sono moltissimi quelli che non hanno voluto rinunciare alla gita domenicale fuori porta che avevano programmato per oggi.
Finalmente torniamo sulla strada principale e subito ci imbattiamo in due camion incidentati i cui autisti sicuramente non se la sono cavata con poco. E’ il primo incidente di una certa gravità che vediamo; evidentemente la bassa velocità e soprattutto lo scarso traffico veicolare rendono gli incidenti molto rari.
Uno dei passatempi preferiti dai vietnamiti è senza dubbio il biliardo. Se ne vedono tantissimi sia nelle grandi città che nelle piccole e anche lungo le strade; sotto tettoie improvvisate si vedono biliardi impolverati e spesso non in piano. A differenza che da noi dove i giocatori di biliardo sono di età medio alta, qui i giocatori sono giovani e giovanissimi. E’ bello vedere ragazzini che con disinvoltura gessano la punta della stecca e poi, con il guanto alla mano d’appoggio, provano a colpire la palla al centro del biliardo, palla ancora troppo lontana per la loro piccola statura.
Siamo diretti a Nha Trang dove prenderemo il treno per Danang ma siamo molto in ritardo sulla tabella di marcia e rischiamo di trovare la biglietteria chiusa al nostro arrivo. Dalla cartina notiamo che la strada che stiamo percorrendo in questo momento è parallela e vicina alla strada ferrata; decidiamo di fermarci alla prima stazione che incontreremo per fare i biglietti.
In un binario morto della stazione di Thap Cham degli operai stanno caricando un carro con rottami di ferro; sei di loro prendono un pezzo di ferro per volta dal mucchio a terra e lo lanciano nel carro dove altri due li sistemano alla meglio.
Purtroppo non è possibile acquistare biglietti per treni che partono da altre città. A cinquecento metri dalla stazione ci sono delle magnifiche torri cham; data l’età, è ben tenuta. Sono le torri Po Klong Garai. Costruite in mattoni rossi in cima a una piccola collina nel 1300 quando la zona era ancora governata dai Cham.
Il meglio del regno di Champa si ebbe tra il II° e il XV° secolo, nella zona compresa tra l'attuale Danang a nord e le attuali Nha Trang e Thap Cham verso sud. A seguito degli intensi scambi commerciali con l’India i Cham adottarono l'hinduismo come religione, il sanscrito come lingua sacra e imitarono l’architettura indiana per le costruzioni sacre.
Infatti queste torri rispecchiano l’architettura dei templi indù con la grande torre costruita sopra il Santa Santorum mentre la statua di Shiva a sei braccia all’ingresso della torre principale, il toro nel vestibolo e il lingam nel santuario ne riprendono i simboli.
I maggiori introiti del regno di Champa derivavano dalle azioni piratesche contro le navi commerciali che solcavano il mare lungo la costa, questo perché il territorio da loro controllato scarseggiava di pianure coltivabili. A causa di queste azioni piratesche i Cham non erano ben visti dai vicini e soprattutto dai Vietnamiti a nord e dai Khmer a ovest contro i quali erano perennemente in guerra. I Cham rovesciarono il trono Khmer nel XII° secolo ma un paio di secoli dopo furono conquistati dai Vietnamiti che ne distrussero la cultura. A loro testimonianza sono rimasti solo i numerosi santuari in mattoni, le cosiddette torri cham, che hanno costruito in tutto il Vietnam meridionale e soprattutto a My Son, Nha Trang e Thap Cham.
Alla stazione di Nha Trang sono disponibili i biglietti per Danang per domani mattina e visto che l’attrattiva maggiore in questa zona sono le torri Cham e visto che abbiamo avuto la fortuna di visitare quelle che sono tra le più importanti e le meglio conservate decidiamo di partire.
Alloggiamo in un albergo vicino alla stazione, Ha Huong Hotel. Nella nostra grande camera non c’è il bagno ma per poche ore va bene. 2,5 dollari a testa in media.

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