Città del Messico

28 marzo 1998, sabato

Alcuni minuti prima delle sei del mattino si apre il portone del palazzo Presidenziale che copre un intero lato dell'immenso zòcalo e ne escono una decina di MP (Militar Police messicani) in fila indiana che, a passo lento, attraversano la strada che separa il palazzo dallo zòcalo; uno alla volta gli ultimi della fila si fermano ed alla fine risultano distanziati di un paio di metri l'uno dall'altro bloccando di fatto lo scarso traffico mattiniero sulla strada. A questo punto dal portone escono un centinaio di militari in assetto di guerra che in un battibaleno occupano la piazza. Ora che la strada è bloccata e la piazza è occupata, dal portone esce la bandiera, dicono che è la più grande del mondo, portata da quindici uomini in divisa e seguiti dalla banda che con una classica marcetta squarcia il silenzio mattutino. Issata lentamente la bandiera rientrano tutti nel palazzo Presidenziale in ordine inverso a quello d'uscita.
In questa città chi ha urgente bisogno di un elettricista, di un idraulico, di uno scrivano o altro non consulta le Pagine Gialle e nemmeno sfoglia lo Spicciolo ma si reca allo zòcalo dove accanto alla Cattedrale, lungo la bella cancellata, trova tanti artigiani in attesa di ingaggio; sono facilmente riconoscibili perché ai loro piedi hanno un cartello che specifica il loro mestiere ed anche chi non sa leggere trova l'artigiano che cerca perché questi ultimi hanno con loro gli specifici attrezzi da lavoro dalla macchina per scrivere dello scrivano alla pinza e cercafase dell'elettricista.
Toast, burro e marmellata con latte e caffè è stata la nostra colazione per 10$, poi a piedi siamo andati alla Casa de Azulejos che, tradotto, é la casa delle piastrelle; il palazzo, costruito tra il 1700 ed il 1800, è completamente rivestito di piastrelle sia all'interno che all'esterno. All'interno oltre alle piastrelle ci sono bei murales che contribuiscono a dare un tocco di classe ai già lussuosi esercizi della catena Sanborns presenti; nel cortile oltre ad una bella fontana ci sono i tavoli del ristorante mentre nelle sale del piano terra e primo piano ci sono caffetteria, pasticceria, libreria e profumeria.
Preso un taxi per il Museo Antropologico; è uno dei numerosissimi maggiolini della Volkswagen utilizzati come taxi. Sono di tre colori: rosso, giallo o verde, tutti con tettuccio bianco; il rosso è la vecchia colorazione, giallo e verde sono gli attuali colori sociali, la differenza sta nel fatto che il verde contraddistingue i taxi che usano benzina verde. Scopriamo a nostre spese, o meglio a spese di Pio, che questi mezzi non hanno il sedile anteriore accanto al guidatore; essendo piccoli con bagagliaio praticamente inesistente, lo spazio del sediolino serve per eventuali bagagli o malcapitati... quarti passeggeri.
Il museo si trova all'interno del bosco di Chapultepec che oggi che è sabato è molto frequentato. La struttura è moderna, l'architetto è lo stesso della nuova basilica della Guadalupe. Si sviluppa su due piani; al piano terra l'esposizione riguarda le civiltà preispaniche mentre il primo piano è dedicato allo stile di vita degli indios odierni diretti discendenti delle civiltà preispaniche. L'enorme superficie espositiva ed i numerosi reperti richiedono un altrettanto enorme dispendio di energia sia fisica che mentale per mantenere alto il livello di concentrazione che il tutto merita. Nella sala dedicata a Teotihuacàn abbiamo seguito le spiegazioni in spagnolo di una guida ad un gruppo di insegnanti locali; la guida ha attribuito la decadenza della città alla non omogenea distribuzione delle ricchezze tra gli abitanti che ha scatenato rivolte interne che hanno portato alla rovina della città. Un po' come sta accadendo oggi ha detto; non ho capito se si riferisse alla situazione interna del Messico o più in generale a quella internazionale, però il concetto è lo stesso: visto i corsi e ricorsi storici è meglio favorire una più equa distribuzione delle ricchezze oggi che rischiare di estinguersi domani.
All'interno del bosco, nelle vicinanze del museo, un gruppo di Totonachi, in costume d'epoca, esegue la danza dei voladores. In cinque salgono su di un palo alto una ventina di metri; uno, su di una piccola piattaforma posta in cima, suona un flauto mentre gli altri, appena più in basso, si lanciano nel vuoto a testa in giù legati ad una corda che srotolandosi li fa volare lentamente al suolo ruotando intorno al palo. L'insieme è spettacolare; è il vecchio rito della fertilità totonaca in cui i voladores impersonano degli uomini-uccello che dopo aver rivolto invocazioni ai quattro angoli dell'universo scendono a terra portando sole e pioggia.
Torniamo allo zòcalo in metrò. Appena si scende sottoterra ci troviamo immersi in una marea di gente; le stazioni sono ampie con numerosi negozi. Si paga 1,5$ un biglietto che la macchinetta all'ingresso trattiene dopo aver aperto il cancelletto. Ci sono numerose linee che si intersecano tra loro. Le due che abbiamo percorso noi sono servite da treni francesi con ruote gommate; l'energia elettrica è data al treno da una terza rotaia. Visto l'alto tasso di analfabetismo, ogni stazione, oltre al nome, è contraddistinta da un logo cosicché sui treni l'itinerario della linea è fatto da tanti loghi affiancati. All'uscita della metropolitana, allo zòcalo, rimaniamo sorpresi nel trovarla gremitissima di gente che seduta ascolta il concerto dell'orchestra filarmonica di Città del Messico. E' la festa della polizia; tra un brano e l'altro le personalità di turno esternano le loro sviolinate a favore delle forze dell'ordine presenti nella piazza con delegazioni dei vari corpi e sottocorpi pubblici e privati.
In una casa adiacente il nostro albergo, da noi considerata un rudere disabitato, è in corso una festa di matrimonio con tanto di orchestra, d.j. e... è passata la mezzanotte ed ancora non si dorme!!!

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Città del Messico

29 marzo 1998, domenica

Il caldo, ma soprattutto polvere ed aria inquinata hanno messo a dura prova il nostro fisico con mal di gola e sanguinamento del naso, così abbiamo deciso di anticipare la nostra partenza per il Chihuahua. La giornata inizia in modo tragicomico con Pio che rimane chiuso in ascensore per quasi un'ora; l'allarme suona solo all'interno dell'ascensore così all'esterno nessuno si accorge dell'accaduto. Non gli resta che urlare e far rumore sulle pareti dell'elevador ma, vista l'ora mattiniera, il primo camarero è passato dopo molto tempo e per giunta da solo non è riuscito ad aprire la porta per cui ha perso ulteriormente tempo per cercare aiuto.
Comprata la rivista Mèxico Desconocido consigliato dal libro-bibbia e comunque già visto in Italia il numero con l'articolo sui Tarahumara; 20$ l'ultimo numero e... 10$ un numero arretrato. Lasciata la stanza, 1840$ per tre notti in quattro; un taxi ci ha portati, per 80$, al Terminal Norte da dove partono i bus per il Chihuahua. Troviamo solo bus di primera clase, il prezzo è lo stesso per tutte le compagnie che servono la zona; scegliamo il bus della Chihuahuenses che parte alle 12:20 ed arriva alle 8:05 circa di domani. La ragazza alla biglietteria ci ha tenuto a sottolineare il circa; 539$ a testa. In sudamerica le stazioni dei pullman sembravano il centro di grandi mercati sulle cui bancarelle era possibile trovare di tutto, qui invece per comprare qualcosa da mangiare occorre rivolgersi esclusivamente ai negozi all'interno del terminal. Nelle toilette del terminal un cartello all'esterno indica il prezzo d'ingresso in due pesos mentre all'interno un altro cartello invita a lavarsi le mani con il sapone per salvaguardare la salute. I bagagli che vanno nel bagagliaio vanno consegnati entro l'ora che precede la partenza in cambio di una contromarca per ogni bagaglio.
Partiamo con quindici minuti di ritardo ed è una partenza lenta; girelliamo intorno al terminal a passo d'uomo fino a che l'autista non cede il volante ad un collega appena salito. Si esce da Mexico City seguendo strade a scorrimento veloce, non c'è traffico ma i numerosi semafori rossi hanno frenato la marcia. Imbocchiamo l'autostrada 57D verso nord; considerando che è domenica, ci sono molti più camion e pullman che automobili. I camion sono come quelli statunitensi, molto più grandi dei nostri. L'autostrada è a pagamento e nel primo tratto ci sono i lavori per la costruzione della terza corsia. Lungo la strada si vedono numerose officine; meccanico, elettrauto, gommista... tutti con una cosa in comune: scalcagnate al massimo. I prodotti petroliferi sono distribuiti solo dalla Pemex, la compagnia nazionale. Prima fermata a Querétaro, 220 km dalla partenza. Si sono alternate zone coltivate a zone incolte; poiché le zone coltivate sono ora solo arate il paesaggio sembra brullo, manca il verde delle colture. Ci son voluti molti chilometri per uscire dalla cappa di smog di Città del Messico e rivedere finalmente un po' di cielo limpido fino all'orizzonte.
Questa strada scorre lungo l'altopiano che si trova tra la Sierra Madre Occidentale e quella Orientale; siamo tra i 1500 ed i 2000 metri per cui le montagne che vediamo a destra ed a sinistra più o meno vicine ci sembrano poco più che colline anche se raggiungono i 4000 metri d'altezza. Si prosegue per Zacatecas passando per San Luis Potosì. Man mano che ci allontaniamo da Querétaro le terre coltivate diminuiscono sempre più tanto che ora le uniche piante che vediamo sono cactus, di tutte le forme e dimensioni, fichi d'india, maguey ed una pianta grassa di cui non conosco il nome ma che da anni è presente in Italia come pianta ornamentale: ha foglie strette e lunghe di color verde scuro che quando sono nuove sono rivolte dritte verso l'alto poi, man mano, si allargano per far posto alle nuove fino ad essere rivolte verso il basso quando sono secche. L'insieme di foglie nuove e vecchie sembra una palla spinosa poggiata su un tronco dritto; vedendo queste piante da lontano si ha l'impressione di vedere tante persone che si aggirano disordinatamente tra cactus, maguey e fichi d'india.
I rancheros a cavallo controllano piccole mandrie e greggi soprattutto di capre; le zone di pascolo sono delimitate da muretti a secco, cactus e fichi d'india. Da Potosì una strada stretta prende il posto dell'autostrada e per l'autista diventa difficile effettuare i sorpassi; è un nastro d'asfalto largo quanto basta a farci passare due mezzi pesanti, le curve si susseguono al ritmo di ogni... 20, 30 km; lunghissimi rettilinei dove la striscia nera scompare dietro un dosso per riapparire poi mentre si inerpica sulla collina successiva con a lato i tralicci di legno dell'energia elettrica. Poco prima di Zacatecas ci fermiamo a mangiare; non siamo i soli; in questo posto ci sono molti ristoranti lungo i lati della strada ed una infinità di camion fermi. Improvvisamente compare il secondo autista, quello che aveva guidato i primi quindici minuti e che poi aveva lasciato il volante al collega; pensavamo che fosse rimasto a Città del Messico invece era andato a dormire (???) in una cuccetta ricavata accanto al vano porta bagagli ed ora fresco e riposato (???) ci guiderà a destinazione.
A Zacatecas arriviamo alle otto di sera, siamo a 400 km da Querétaro; la sosta al terminal terrestre é breve, giusto il tempo di comprare e bere un caffè. Vediamo per la prima volta cielo stellato e luna messicani, cose che gli abitanti di Città del Messico probabilmente non hanno mai visto a causa dello smog. Riprendiamo la statale 49 che da Potosì va verso il nord. La strada stretta, il buio e la mancanza per lunghi tratti dei catarifrangenti rende arduo il compito dell'autista e poco rilassante il viaggio a noi che siamo seduti in prima fila. Sulla carta si sarebbe potuto fare una lunga dormita fino alle 5:40 quando era prevista la successiva fermata a Ciudad Camargo ma non è andata così: tre posti di blocco della polizia, Giosuè con mal di gola e catarro ed Azelio che ha dovuto chiedere all'autista una fermata straordinaria per... evacuare (!!!) hanno fatto sì che si dormisse poco e male. Cd Camargo e Cd Delicias sono due cittadine piccole ed accoglienti, almeno questa è stata l'impressione avuta per quel poco che si è visto durante il transito e la sosta. Albeggia, si vedono più campi coltivati e pascoli, sono scomparsi cactus e fichi d'india anche se il paesaggio è prevalentemente brullo.

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Chihuahua

 31 marzo 1998, martedì

Ieri mi stupiva il fatto che nonostante il freddo intenso molti stessero per strada con indumenti estivi. Questa mattina invece tutti sono vestiti adeguatamente segno evidente che molti ieri sono rimasti sorpresi dalla temperatura e, soprattutto i pendolari, non hanno avuto la possibilità di correre ai ripari. Cambiato soldi a 8,40$ per dollaro. Lasciate le camere dove abbiamo pagato anticipatamente 140$ in quattro, poco ma tanto rispetto a quello che offre. In taxi raggiungiamo per 25$ il terminal terrestre dove un bus di seconda classe ci porterà a Creel; partenza alle 12:00, costo 97$ a testa, la compagnia è la Chihuahuenses del gruppo Estrella Blanca.
Il paesaggio passa dal deserto pietroso della periferia di Chihuahua alle immense pinete nell'avvicinarsi a Creel passando per le grosse piantagioni di mele che sono la maggiore risorsa della regione. Nei pullman spesso salgono dei venditori che con la loro dialettica riescono a vendere prodotti a dir poco improbabili. Oggi è il turno di uno che vende grasso di coyote che a sentir lui è la panacea per ogni male; un altro vende un non ben specificato prodotto che però fa miracoli contro la caduta dei capelli e... dei denti. Il salario minimo degli operai è di 200$ la settimana, la stessa cifra che guadagna il nostro autista al giorno. Gli autisti dei bus sono molto rispettati, sono dei veri e propri capetti mentre il fattorino è poco più di un mozzo. Un ragazzo che era riuscito a salire alla portoghese quando è stato scoperto ha pagato il costo del biglietto senza fiatare vedendo l'autista maneggiare minacciosamente un grosso martello!! Il costo del biglietto è proporzionato alla durata del viaggio; il nostro guidatore è ossessionato dalla possibilità che qualche viaggiatore possa fare il furbo pagando meno del dovuto. Controlla spesso dallo specchietto retrovisore interno il numero dei passeggeri e lo confronta con il numero dei biglietti emessi: niente da ridire a parte il fatto che si ricorda di fare questi controlli sempre quando ci sono delle curve.
A Creel alloggiamo alla Casa de Huéspedes Margarita che da sullo zòcalo centrale dove sono concentrati tutti i servizi di questa piccola cittadina, 3000 abitanti a 2350 mt d'altitudine, dalla stazione ferroviaria a quella dei bus, posta, banca e chiese. 140$ la camera doppia comprese colazione e cena; offre dalle camerate con letto a castello con bagno esterno alle camere doppie con bagno interno. Si mangia tutti attorno a due tavoli posti all'ingresso dove c'è anche la cucina. Nelle stanze c'è un termosifone a gas a fiamma pilota di quelli che da noi sono stati dichiarati fuorilegge da parecchi anni; con termosifone spento è freddo, acceso è pericoloso, allora si opta per il termosifone acceso con... finestra aperta!

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Chihuahua

30 marzo 1998, lunedì

Arriviamo a Chihuahua con circa una ora di anticipo sulle 8:00 previste; il terminal è fuori città, contrattiamo un taxi che per 30$ ci porta all'hotel Roma consigliatoci dalla nostra amica romana. Restiamo giusto perché non abbiamo la forza sia fisica che mentale per opporci al destino che ci ha condotto qui. Gli altri abitanti dell'albergo sono tutti indios e la mattina si riuniscono nella hall per pregare con tanto di sermone finale. Azelio e Giosuè rimangono in camera per riprendersi mentre io e Pio andiamo alla stazione per informarci sulle partenze dei treni per Creel. C'è un treno di primera especial che parte tutti i giorni alle sette del mattino ed uno di seconda che parte alle otto del lunedì, mercoledì e sabato; il costo è di 105$ la prima, meno la seconda. Per non svegliarci nuovamente presto domattina decidiamo di raggiungere Creel in bus; non conosciamo gli orari precisi ma sappiamo che c'è una partenza ogni due ore il che ci lascia liberi di scegliere in base allo... stato di salute.
Vicino alla stazione ferroviaria c'è la casa che fu di Pancho Villa, ora trasformata in museo; è aperta tutti i giorni tranne il... lunedì! Villa iniziò la sua carriera coi furti di bestiame restando poi nell'ambiente... commerciando bestiame di dubbia provenienza. Nei primi del novecento si unì ai rivoluzionari che combattevano Dìaz e, sfruttando il passato banditesco, la popolarità e la conoscenza del posto, fece carriera fino a diventare generale della rivoluzione; qui è considerato un eroe.
Questa città è la capitale dello stato omonimo, il più grande per estensione; non offre molto a parte il museo chiuso e la cattedrale con la bellissima facciata barocca in piperno scolpito che da sulla piazza d'Arme. Tipico è l'abbigliamento maschile con stivali in pelle, pantaloni a vita bassa con cinturone in pelle e fibbia vistosa, camicia attillata e cappello a cowboy; in effetti l'origine di questa città è ranchera e molti continuano questa tradizione. Di conseguenza sono tanti i negozi che vendono stivali, cinture, borse, selle e finimenti per cavalli, tutto rigorosamente in pelle. Il mercato coperto è molto affollato sia di compratori che di venditori; la metà dei prodotti commerciati è alimentare. La frutta è tutta pulita (non incerata) e sistemata ordinatamente sui banchi; anche le cipolle sono sfogliate e le patate lavate. Tra i venditori ci sono anche alcuni mennoniti con il loro caratteristico abbigliamento che vendono soprattutto formaggio, prodotto con sistemi tradizionali che non prevedono l'utilizzo di coloranti, conservanti ecc. Da questa mattina c'è un vento fortissimo, tra l'altro molto freddo, che non invoglia a passeggiare. Cena a base di tacos e cerveza.

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Creel

1 aprile 1998, mercoledì

Questa mattina andiamo a fare un tour con Manuel, un vecchietto dal fisico possente col quale abbiamo concordato il giro per 600$. Facendo colazione assieme a noi, un gruppo di quattro svizzeri ed un inglese decidono di seguirci; a Manuel non dispiace ma vuole 100$ in più rispetto alla cifra iniziale. Il ragazzo dell'albergo che ci vede parlare con il vecchio cowboy ci ricorda che a chi effettua tours non organizzati da Margarita non spetta la cena la sera.
In questa zona le rocce dopo millenni di erosione hanno assunto forme strane e con un po' di immaginazione e fantasia si possono trovare delle somiglianze con persone, animali ecc.; quando queste somiglianze sono tanto evidenti da non richiedere sforzi di fantasia alle rocce viene dato un nome e diventano meta di turisti. E' il caso delle due vicine rocce dell'elefante e della tartaruga che si trovano sulla strada che da Creel porta al lago Arareco, a poche centinaia di metri da questo.
Il lago non è grande, è a forma di ferro di cavallo e, immerso com'è nella pineta, ti trasmette un senso di pace e tranquillità. A pochi chilometri dal lago c'è la missione di Cusàrare intorno alla quale vivono molti tarahumara. C'è una chiesetta, locali adibiti a mensa e sala riunioni, una scuola, un campo di basket e tanti animali che pascolano liberi tra le stradine. Simpatici i ragazzini che entrano ed escono liberamente dal recinto della scuola. Il rapporto tra tempo d'istruzione e tempo di ricreazione è l'inverso che da noi. A valle c'è un ruscello dove alcune donne fanno il bucato, spiccano le tante coperte stese ad asciugare sui vicini recinti. Attraversato il ruscello troviamo una famiglia tarahumara nella sua abitazione di due vani ricavati in due... grotte vicine: una funge da camera da letto e soggiorno ed ha l'ingresso chiuso alla meglio con pietre e tavole di legno, l'altra fa da cucina con le pareti annerite dal fumo prodotto dal fuoco necessario a riscaldare la pietra su cui vengono cotte le tortillas. In questo momento la padrona di casa è intenta a preparare proprio le tortillas con i quattro figlioletti seduti assieme a lei intorno al fuoco.
Allontanandoci sempre più da Creel la strada degrada lentamente scendendo lungo canyons che di volta in volta cambiano nome a seconda del soggetto somigliante alle rocce che le sovrastano. Il canyon Roca Monche prende il nome da una roccia somigliante ad un gesuita vissuto da queste parti. Ad un certo punto questo canyon di allarga ed al centro si erge un'enorme collina che l'erosione negli anni ha scolpito dandogli l'inconsueta forma cilindrica. Ai piedi di questa collina c'è la missione di Basihuara, sempre popolata dai tarahumara, che ricalca per somme linee la precedente. Anche qui le case sono costruite partendo da grotte naturali sui costoni della montagna e finite con muretti di pietra a secco, legni e frasche.
I ragazzi giocano con le palline di vetro o facendo rotolare vecchi copertoni per gli impolverati viottoli. Molte donne stanno facendo il bucato nel ruscello lavando soprattutto coperte (?!?). Siamo rimasti in questa missione circa un'ora; per tutto questo tempo una giovane mamma è rimasta immobile seduta sotto il sole sopra un masso con in braccio il figlio di un paio d'anni (!?!).
Allontanandoci ancora da Creel arriviamo al Rio Urique che è il principale costruttore di questo bellissimo canyon. In questo periodo non c'è molta acqua ma questa poca scorre giù turbolenta, incuneandosi tra le rocce che lei stessa ha reso lisce ed arrotondate, dando una piccola dimostrazione di quel che può fare nel periodo delle piogge.
Sulla via del ritorno ci fermiamo alla cascata di Cusàrare; il pulmino Ford, che a detta di Manuel ha percorso finora due milioni di chilometri cambiando solo due volte il motore otto cilindri (???), ci lascia a poche centinaia di metri dalla strada principale, di qui si proseguirà a piedi. Percorriamo uno stradello segnato da pietre imbiancate che costeggia un piccolo rio che scorre nella valle tra gli abeti e le pareti verticali del canyon che ci sovrasta. E' uno splendido scenario, sembra di essere in una valle dolomitica d'estate; a dissolvere eventuali dubbi ci sono donne e bambine tarahumara che lungo il viottolo producono e vendono piccoli oggettini tipici tra cui fasce frontali e braccialetti tessuti con filo colorato su piccoli telai a mano e piccoli cestini, brocche, cappellini ecc. fatti intrecciando fili di un'erba che cresce da queste parti.
Si fa molta strada a piedi e quando notiamo che l'acqua del fiumiciattolo scorre nella nostra stessa direzione capiamo che incontreremo la cascata nel punto più alto. Anche se in questo periodo non è adeguatamente alimentata conserva un suo fascino con l'acqua che assume nel salto una colorazione giallo - verde dalla tinta della roccia che a tratti è ricoperta dal muschio; il dislivello è di un centinaio di metri.
Oggi abbiamo avuto un primo contatto con gli indios tarahumara; come sempre succede gli uomini sono i primi ad abbandonare gli abiti tradizionali che in questo caso sono rappresentati da una fascia di tessuto avvolto attorno al corpo e perizoma biancastro indossati ormai solo da qualche anziano. Le donne invece vestono ancora con gonnellone e camicetta non attillati e scialle multiuso dai colori vivaci come il foulard in cui raccoglie i capelli; rosso ed azzurro sono i colori più usati.
Mentre tutti li chiamano tarahumara loro preferiscono chiamarsi raràmuri, cioè corridori; infatti i loro avi erano degli abili cacciatori di cervi che inseguivano per giorni interi sui sentieri di montagna prima di ammazzarli ormai esausti. Ancora oggi effettuano una corsa rituale tra villaggi in cui i concorrenti percorrono un centinaio di chilometri su e giù dalle pareti del canyon calciando una pallina di legno.

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