Palmarin

3 maggio 2023, sabato

Caratteristici in questa penisola di Palmarin sono i pozzi di sale; si presentano come piscine rotonde, ognuna con l’acqua di un colore diverso che va dal giallo al rosa, dal rosso al verde. Sembra un paesaggio lunare solo che qui, intorno ai tanti pozzi, c’è sabbia gialla e non grigia; scavano queste piscine circolari da un paio di metri di profondità e una decina di diametro che si riempiono d'acqua salmastra poi il sole asciuga l'acqua è ricavano il sale quando nella stagione secca il livello della laguna circostante scende. Se escludiamo la pesca, è la fonte di reddito maggiore della zona.
Ai margini delle paludi spiccano i caratteristici granai di paglia tipici della popolazione serere, la terza etnia per numero del Senegal; sono piccoli, di paglia, circolari con tetto conico e posti su palafitte per difendere riso e miglio dagli assalti d’insetti e roditori.
La foresta delle palme è strana, perché ce ne sono tante concentrate qui e non è l'albero tipico di questo paese; fortunatamente, c'è anche qualche baobab che ci ricorda dove siamo. Non lontano, dove gli alberi si diradano, stanno seminano il miglio; segno che la stagione delle piogge si avvicina.
A Nianing c’è il Baobab Sacré; è un gigantesco baobab con decine di bancarelle intorno con venditori di souvenir molto insistenti.
L'isola di Fadiouth si raggiunge dal piccolo villaggio di Joal o in canoa o passeggiando su un ponte sull'acqua bassa quasi paludosa; il ponte di legno è solo pedonale per cui sull'isola non ci sono auto.
La caratteristica dell'isola è che è costruita su cumuli di gusci di conchiglie che si sono accumulati in secoli di lavorazione; inutile dire che il rumore dei passi non è dovuto al calpestio della ghiaia ma dai frammenti di gusci rotti e sbiancati dal tempo. Le casette non sono messe molto bene e i muri, sgretolati dalla salsedine, svelano l’uso di conchiglie anche come materiale da costruzione.
A giudicare dalla notevole quantità di taniche di plastica di vari colori in attesa d’essere riempite, al centro dell’isola deve esserci l’unica fontana del villaggio; a fronte delle tante taniche, le persone sono poche, segno che a fare la fila sono… i contenitori che sono riempiti da un ragazzo che sicuramente lo fa per lavoro e le donne arrivano si caricano una tanica in testa e vanno via ottimizzando il tempo con pochi spiccioli.
Un altro ponticello di legno porta al cimitero; una grossa croce bianca in cima alla collina potrebbe trarre in inganno, infatti, non è un cimitero solo cristiano ma qui sono seppelliti tutti. La chiesa e la moschea nella piccolissima isola dimostrano che ci sono entrambe le comunità che convivono con la parte animista che ancora resiste.
Le tombe sono scavate nello strato di gusci alto fino a nove metri; è strano pensare che in questo cimitero di conchiglie siano sepolti quei pescatori che per vivere le hanno ammazzate. Le poche tombe degli animisti si riconoscono perché generalmente sono ornate da oggetti che in questo caso, trattandosi di pescatori, non possono che essere statuette a forma di pesce; le tante croci e qualche mezza luna contraddistinguono la maggioranza delle altre tombe.
Da questa collina ci sono degli scorci bellissimi sulla cittadina isolana e sulla foresta e i canali che la circondano. Nella laguna che separa l’isola dalla terraferma, ci sono ancora i tronchi che sorreggevano il vecchio ponte sostituito e in cima a ognuno di questi c’è un cormorano pronto a predare l’incauto pesce che passa nelle vicinanze nel basso fondale.
Nel momento di bassa marea l’isoletta si può raggiungere a piedi ed è proprio in questo momento che le donne del villaggio si dedicano alla raccolta dei molluschi, soprattutto ostriche e grosse vongole simili alle nostre capesante; raccolta effettuata rigorosamente a mano.
Arriviamo a Ngaparou, dove c’è l’ennesimo mercato del pesce con le tante barche colorate presenti sulla spiaggia e altre che arrivano in continuazione. Da un camion parcheggiato sulla spiaggia, stanno tirando fuori una grossa rete da pesca nuova; sono tanti giovani che con movimenti sincronizzati al tempo che si danno a voce, la stanno dispiegando.
Bisogna guardare sempre dove si mettono i piedi perché, in attesa di essere trasportato altrove, il pescato, suddiviso per specie, resta sulla sabbia in cumuli; anche qui, a dispetto delle tante nasse presenti, non si vedono aragoste.
Alle spalle della spiaggia c’è il mercato; al coperto e nei fondi che danno sulla strada c’è quello giornaliero, mentre per strada quello settimanale; c’è di tutto e di più. Il reparto stoffe, sartoria e stiratoria è quello più fornito visto finora.
A Mbour abbiamo prenotato alla cieca due camere di cortesia all’albergo Blue Africa per stasera per farci una doccia prima di partire per l’aeroporto e quando nel pomeriggio passiamo a lasciare le valigie scopriamo che è un posto delizioso, in riva al mare, con lettini sotto le palme, bar ben fornito, ristorante… Abbiamo prenotato anche la cena e deciso di passare qui le ultime ore in terra senegalese.
Pensavamo di essere in un piccolo villaggio invece l’albergo è situato nella periferia di una cittadina; ce ne accorgiamo verso le 22.00 quando partiamo. Una buona mezzora per lasciare le strade buie e polverose della città prima di prendere la statale che ci porterà all’aeroporto.

start prev next end

Dakar

4 giugno 2023, domenica

Una mail della Royal Air Maroc ci avvisa che il volo AT500 è stato ritardato alle 3.05 quando siamo già in aeroporto; comunque c’è già una discreta fila al check-in e tante persone davanti a noi, al posto delle valigie, hanno diversi scatoloni da trasloco. Penso che non ci sarà molto tempo dopo da aspettare.
Il Boeing B787-800 è quasi pieno; nonostante l’orario ci portano la colazione, ma molti vogliono dormire e lo fanno.
Arriviamo a Casablanca all’alba con cielo nebbioso; raggiungiamo la zona delle partenze internazionali non prima di essere sottoposti nuovamente al controllo dei bagagli a mano, con relativa lunga fila.
Ora inizia la lunga attesa; il volo per Roma è alle 12.40 e cerchiamo un posto comodo e tranquillo per schiacciare un pisolino. Per far passare il tempo, facciamo colazione e spendiamo mediamente a testa più di quello speso ieri sera per le due camere di conforto.
Partiamo per Roma col volo AT940 della Royal Air Maroc con un Boeing B737-800 un po’ vecchiotto ma pieno in ogni ordine e di posti tanto che, per sicurezza, diversi bagagli a mano sono stati caricati in stiva.

start prev next end

Dakar

27 maggio 2023, sabato

La rotta quasi dritta corre nell'entroterra e finiamo in acqua di là della penisola con Dakar, poi con un’inversione repentina a U atterriamo da sud sulla pista dell'Aeroporto Dakar-Blaise Diagne che si trova al centro della penisola a una cinquantina di chilometri dalla capitale; è abbastanza grande e ben messo. Al controllo passaporti prendono impronte digitali e foto in cambio del timbro; a qualcuno chiedono il nome dell'albergo dove si alloggerà e, come al solito, c'è ne inventiamo uno a caso. All'uscita della sala un tipo in divisa controlla che il passaporto sia stato… controllato.
I bagagli arrivano in tre trance e quelli da Roma per ultimi; sembra finita ma all'uscita ricontrollano. L'autista del pulmino che ci accompagnerà in albergo allontana un ladruncolo che si era intrufolato nel gruppo; bisognerà stare con gli occhi aperti.
In autostrada mediamente ogni 10 km c'è da pagare il pedaggio, peggiore della Roma-Tarquinia. Da lontano si vedono le luci alte rosse per i varchi chiusi, verdi per quelli aperti e gialle per il Telepass locale dove, però, occorre fermarsi per far aprire automaticamente la sbarra; la tariffa per le auto è 1000 CFA.
Passiamo davanti al nuovo Stadio Abdoulaye Wade dall'aspetto avveniristico, inaugurato da appena un anno; più avanti il palazzetto dello sport, la Dakar Arena che svetta su di una collinetta. La strada dell'albergo è di sabbia; il gatto dorme comodo in cuccia mentre il guardiano sul duro pavimento. Sveglia col canto del gallo e di tanti altri strani uccelli. I taxi sono gialli con parafanghi neri; non sono messi molto bene.
Vicino al vecchio stadio ci sono una decina di campetti di calcio uno dietro l’altro accanto alla trafficata strada, delimitati da pneumatici che fungono anche da tribune; sono tutti occupati da ragazzi con i fratini. Le porte hanno i pali ma non le reti; in alternativa due birilli stradali. I campi sono in... sabbia battuta.
Il servizio di trasporto pubblico è svolto da pulmini Tata stracolmi; l’ingresso è anche posteriore con bigliettaio esterno. Le auto sono tutte color… sabbia e quelle ferme da un po' di tempo si riconoscono perché le ruote sono per metà nella sabbia.
Per i trasporti di mercanzia ci sono tanti carretti trainati da cavalli. In alcune aree ci sono i cavalli in sosta; stanotte dormivano in piedi. I copertoni usati, piantati per metà nel terreno, fungono da divisori come tra i campi di calcio affiancati e, in questi casi, fungono anche da panchine per il pubblico. La stazione ferroviaria è vicina al porto.
Abbiamo a disposizione tre fuoristrada e a noi è capitato Moustafà, il più imbranato dei tre autisti; venti anni passati a Bergamo e non si capisce una parola di quello che dice e si è già perso due volte solo per raggiungere il porto dal nostro albergo.
Stamattina raggiungeremo la Île de Gorée; oggi è sabato e l’imbarcadero trabocca di aspiranti visitatori. Fatti i biglietti, siamo indirizzati in un enorme locale spartano, su due piani, con tantissime sedie, dove dovremo aspettare il traghetto, poiché abbiamo perso la corsa precedente. Pian piano il locale si riempie, sono tutti tranquillamente seduti poi ci siamo avviati all'uscita e si è scatenata la frenesia collettiva, tutti in piedi ad aspettare il ferry che non c'è. L'isola non è lontana dalla costa; era il posto di raccolta e imbarco degli schiavi per l'America.
Gli africani presero il posto degli indiani d'America come schiavi; i pellirossa si ammazzavano pur di non perdere la libertà. L'idea di usare gli africani come schiavi venne a un prete spagnolo perché questi, a suo dire, non avevano un'anima.
Il tutto è avvenuto con la complicità dei capi tribù africani stessi che recentemente hanno ammesso le loro colpe, ma le atrocità fatte dagli europei sono inenarrabili.
Oggi nell’isola c’è più gente del dovuto per le due manifestazioni a sfondo religioso che si stanno tenendo in contemporanea sull’isola. Una è denominata Ziarra Annuelle Imam Hamzatou Dia e per questo sbarcano sull'isola di continuo uomini e donne vestiti di tutto punto con sfoggio di oro incredibile. L’altra è cattolica e ha fatto arrivare sull’isola tantissimi giovani, tutti con la stessa maglietta e qualche tamburo.
Nella periferia di Dakar su di una collina c’è il Monumento alla Rinascita Africana costruito da una società della Corea del nord; rappresenta una famiglia che esce dalla collina e punta col dito alla Statua della Libertà che si trova dall’altra parte dell’oceano. La capitale senegalese è il punto più a est del continente africano quindi il punto più vicino all’America. E’ stato progettato da un artista senegalese e alla sua inaugurazione erano presenti decine di capi di stato africani; è considerata una delle più brutte opere al mondo. E’ grandissima e nella sua testa è stato ricavato un belvedere raggiungibile dall’interno; un po’ per il colore bronzeo, un po’ per la forma della vetrata, sembra il frontale delle littorine di una volta.
Lungo i marciapiedi terrosi sono stati creati numerosi vivai; ci sono alberelli ornamentali e piante fiorite. Se sono tanti, è segno che c’è mercato e se c’è mercato è segno che non c’è solo degrado come qui in periferia.
E’ l’ora di punta e i minibus che fungono da servizio pubblico straboccano di persone e molte sono appese fuori sul predellino posticcio di legno che tutti questi mezzi hanno aggiunto in qualche modo al modello originale assieme alla scaletta per accedere al tetto.
Nel traffico disordinato passa uno scooter giallo senza targa con il baule con la scritta Poste Italiane; all’inizio pensiamo subito a un mezzo rubato in Italia e finito non si sa come da queste parti, poi scopriamo che c’è un commercio di furgoni, auto e scooter teoricamente rottamati che invece arrivano qua dall’Italia e soprattutto dalla Francia per essere rimessi in circolazione e terminare dignitosamente qui il loro ciclo lavorativo.
Ripassiamo davanti allo stadio e nei vicini campetti ci sono ancora tanti ragazzi che giocano; molti appartengono a qualche scuola calcio perché ci sono anche gli allenatori di portieri.
Al casello autostradale un aiutante con pettorina ritira i soldi dagli automobilisti in fila; in questo caso sono 400 CFA e da’ in cambio, oltre all’eventuale resto, un gettone che l'autista consegna poi al casellante in cambio dello scontrino.
I motori di vecchia generazione sommati ai carburanti di scarsa qualità fanno un mix micidiale che rende l'aria della capitale irrespirabile; siamo sotto una cappa di smog che arriva fino all'isola visitata stamattina che, tra l'altro, non ospita mezzi a motore stradali.

start prev next end

Grosseto

26 maggio 2023, venerdì

Prenotato un posto sul Freccia Bianca 8605 che parte alle 10.22; oggi è sciopero, tra l'altro, del personale FFSS per l'intera giornata e Trenitalia ha inserito questo treno tra quelli garantiti. E' da stamattina che seguo la sua marcia ma fino a che non lo vedo... non credo.
Un viaggio tranquillo, tranne la sosta per un incrocio a Tarquinia e la seguente ripartenza col... botto. A Roma Termini il marciapiede del binario 24 è gremito di... aspiranti viaggiatori davanti alle porte chiuse di un elettrotreno in partenza per Fiumicino; penso sia la conseguenza dello sciopero. Mi conviene mangiare in fretta e raggiungere l'aeroporto il prima possibile per evitare sorprese.
Al check-in, tra viaggiatori improvvisati e personale imbranato, si è creata una fila enorme; poi ci si mette anche il capo che inverte le file tra chi ha fatto e chi no il check-in on-line creando ancora più confusione di quanto non c'è ne sia già.
Per il secondo volo consecutivo mi tocca il posto vicino all'uscita di sicurezza del Boeing B737-800 che è pieno; però questa volta a nessuno importa se parlo inglese e se so come e quando si apre il portello. A parte questo, la location non è delle migliori; dietro di me due ragazze emanano un olezzo di sudore… sudato che contrasta con la loro bellezza e, accanto a me, approfittando dello spazio maggiore per l'uscita di sicurezza, si è seduto un over size che prima di dire buon giorno si è tolto le scarpe. Penso che queste tre ore di volo saranno… lunghissime.
Il volo è l’AT941 della Royal Air Maroc delle 17.45 per Casablanca. Ci stacchiamo dal terminale alle 18.30 e, alla fine, decolliamo con un'ora precisa di ritardo; piccoli aggiustamenti di rotta in… alto mare poi dritti alla meta.
Dal monitor si evince che sorvoliamo il nord della Sardegna, le Baleari con Ibiza e La piccola Formentera, Gibilterra... ma la foschia sotto di noi non ci fa vedere nulla. Nell'ultimo tratto però assistiamo al bellissimo spettacolo offertoci dal sole basso in complicità con le nuvole; le parti delle pecorelle esposte al sole hanno assunto la colorazione rossastra mentre il resto va dal bianco al grigio. Uno spettacolo che da solo vale il costo del biglietto... o quasi.
Giretto col bus tra le piste poi una volta nell'aerostazione dell’Aeroporto di Casablanca-Muhammad V il percorso per i Transit è ben evidenziato; il controllo bagagli a mano e del passaporto è in contemporanea con un tizio in divisa dall'aria enigmatica, nessuno capisce al primo colpo se deve andare avanti o fermarsi.
La zona del duty free è molto striminzita e nel settore E, dove c'è il nostro gate d'imbarco, c'è un solo bar, ma per pagare con la carta vuole che si spenda un minimo di 10 euro; occorre spostarsi in un altro settore.
Il volo AT501 delle 22.40 per Dakar della Royal Air Maroc è stranamente effettuato con un Boeing 787.800 poiché il tratto è breve; comunque è quasi pieno. Partiamo senza mai fermarci da quando lasciamo la piazzola, evidentemente a quest'ora non c'è molto traffico; accanto a me c’è un altissimo… giocatore del Napoli basket.

start prev next end

Lac Rose

28 maggio 2023, domenica

Prima di colazione, Antonio prova il suo drone; la sala è su di una palafitta sul lago Rose. Il costoso giocattolino si alza, ci riprende da lontano e da vicino mentre lo salutiamo, fa il giro del lago trasmettendoci immagini bellissime col sole ancora basso; il tutto sapientemente manovrato dal tamburino sardo che a un certo punto decide di far rientrale il volatile meccanico che come programmato si ferma davanti a noi e, pochi attimi dopo, tra l’incredulità generale, s’inabissa senza una spiegazione logica.
Vani sono stati tutti i tentativi di ripescarlo; l’acqua decisamente salata si oppone energicamente ai nostri tentativi subacquei e dobbiamo arrenderci all’abbondante strato melmoso che l’ha inghiottito per l’eternità.
Per questa mattina abbiamo prenotato il giro del lago a… cavallo dei quad; nessuno di noi ha mai guidato uno di questi mezzi. Non è difficile perché ha il cambio automatico e i freni non servono perché appena si smette di accelerare l’attrito della sabbia e tale da fermare il mezzo immediatamente; l’unica difficoltà è la manovrabilità non dovuta al mezzo ma alla sabbia su cui viaggiamo, difficoltà che ho riscontrato anche guidando in riva al mare o nel deserto le auto a trazione integrale. E’ solo questione di pratica e quando tutto ci sembrava più facile… ci siamo ritrovati in hotel.
Il lago non è lontano dal mare e la prima tappa è proprio l’oceano; nel tratto di strada che abbiamo percorso, tante case sono state demolite e tanti picchetti delimitano lotti in concessione. Questo è dovuto al fatto che le autorità hanno deciso di fermare il fenomeno dell’abusivismo edilizio e al contempo dare in concessione aree demaniali per uno sviluppo più armonioso e rispettoso delle leggi dell’area.
Le ragioni che attiravano qui frotte di turisti erano fondamentalmente due; una è l’arrivo della famosa gara di rally estremo denominata Parigi-Dakar e l’altra dovuta all’incredibile colore rosa delle acque del lago. Oggi la gara non si svolge più essendo stata spostata in Patagonia per l’impossibilità dell’attraversamento della Mauritania flagellata da guerre intestine e il lago non è più rosa perché il livello delle acque si sta gradualmente alzando riducendo la percentuale del sale nelle acque che era il motivo per cui l’acqua assumeva la colorazione rosa.
Il risultato è che qui non arriva più nessuno, tranne noi, e delle lottizzazioni sono rimasti solo i picchetti e le poche case iniziate e non finite sono impietosamente messe in vendita come dimostrano i giganteschi numeri di telefono pitturati sulle pareti delle incompiute. Percorriamo in quad l’ultimo tratto della famosa corsa di rally fino al traguardo ricordato da una commovente targa.
Ci fermiamo in una cittadina non lontano dal lago per comprare qualcosa da mangiare nel mercato settimanale; bella la scena del bambino col pannolino che a stento si mantiene in piedi che da’ una mano alla mamma a scartare i pomodori ormai marci da quelli vendibili nella cesta.
Si trovano ovunque distese di mattoni messi tutti in fila ad asciugare al sole sul terreno sabbioso; servono per le costruzioni vicine. Infatti, i mattoni necessari non si trasportano, ma si fanno in loco; una camionata di pietrisco a grana fine e una di sabbia sono mescolate col cemento e con quest’impasto si riempie lo stampo. I foratini si mettono ordinatamente ad asciugare al sole e quando sono pronti, si tira su una parete e… si ricomincia daccapo.
Le gobbe sulla strada sono estenuanti, molte non sono nemmeno segnalate; se ne salti una, butti la macchina o il camion anche perché il parco veicoli circolante è vecchio assai.
A Kayar, come per il resto del Senegal se si eccettuano le grandi città, il servizio taxi è svolto da calessi trainati da cavallini o asini; sono i barocci per il trasporto delle merci ma non hanno le sponde e le persone si siedono sul pianale lato ruota e poggiano i piedi su una pedana che è stata aggiunta; sono tantissimi e oggi, forse perché è domenica, trasportano tante donne che indossano il vestito buono della festa.
Questa è una città costiera e, finché non raggiungiamo il mare, sembra una tranquilla città come le altre attraversate finora; la spiaggia, al contrario, è animatissima. Non essendoci un porto, le barche sono tutte parcheggiate sulla sabbia e quando ritornano dalla battuta di pesca, si fiondano sulla battigia senza rallentare, in modo da insabbiarsi; appena toccano terra i pescatori a bordo scendono e, aiutati da gente a terra, rigirano immediatamente la barca a forma di canoa prima di spingere tutti assieme il legno sulla spiaggia a marcia indietro. Il natante è una grande piroga con la chiglia molto arcuata tanto che la prua e la poppa sono molto alte rispetto al centro chiglia; questa forma particolare non è casuale e aiuta tantissimo per le operazioni viste fare in arrivo. Quando si spiaggia, più della metà della barca si ritrova all’asciutto e l’elica del motore essendo più alto della chiglia può spingere fino alla fine, senza il rischio di raschiare la sabbia; poi girare la barca di 180 gradi è possibile solo perché con la chiglia arcuata la parte che tocca la sabbia è minima e ruotarla diventa un gioco da ragazzi. Per spingerla il più lontano possibile dall’acqua, l’arenile è pieno di rulli di legno; in alternativa ci sono dei carrellini a due ruote che funzionano come quegli aggeggi usati in Formula Uno per alzare le auto quando fanno il pit stop. Anche qui la forma della chiglia aiuta perché ne serve solo uno e la barca può essere spostata sulle due ruote; in ogni caso l’operazione è faticosa perché il natante è tutto di legno, quindi occorrono tante persone che spingono all’unisono al ritmo degli… oh oh.
Il pescato è scaricato sulla sabbia e si formano dei cumuli per ogni tipo di pesce e, intorno a questi, parte l’asta cui partecipano generalmente le donne; la moglie dell’armatore della barca tiene banco le altre offrono. Una volta aggiudicato, il cumulo rimane lì in attesa di essere portato via ed è pericoloso per i non addetti ai lavori come noi che distratti da tutto il caos che ci circonda rischiamo di finirci dentro.
Siamo attirati da una voce fanciullesca che da quando siamo arrivati ripete delle frasi che uno potrebbe scambiare per un karma se non avesse il tono autoritario che ha. In uno spiazzo coperto da un tendone, ci sono una trentina di ragazzi allineati e coperti che eseguono gli ordini impartiti da un altro ragazzino come se fossero dei militari; sono tutti vestiti uguali di bianco e soprattutto verde e, seduti col vestito della domenica, i genitori assistono come fosse uno dei nostri saggi di danza.
Come in tutti i porti che si rispettino c’è il distributore di carburante ma qui, in assenza di un… porto, questo non può essere posto sulla banchina quindi lo troviamo alla fine della spiaggia; vende l’indispensabile liquido in taniche cubiche da una trentina di litri.
Riprendiamo la marcia; sono le ore pomeridiane più calde della giornata e vediamo che le persone usano passare questi momenti stesi su un telo all’ombra di un albero vicino a casa. Sono soprattutto donne e bambini.
I fabbri e i falegnami sono gli artigiani più visibili perché, a causa dei piccoli fondi che occupano, lavorano all’aperto sui grandi marciapiedi sabbiosi dove espongono anche i loro prodotti finiti come porte, letti con spalliere kitsch e comodini, cancelli e altro.
Si comincia a vedere qualche albero di baobab ma il grosso è quasi monopolizzato dalle piantagioni di mango; un altro paio di settimane e sono tutti maturi al punto giusto.
Stasera dormiremo in un campo tendato; non so se è solo per folclore o perché la pista è off limits anche per i nostri fuoristrada, fatto sta che abbandoniamo i nostri mezzi e saliamo sul cassone di un camion d’altri tempi. Impossibile risalire al modello per gli innumerevoli revamping cui è stato sottoposto; ora c’è solo l’indispensabile per viaggiare. Il cambio è manuale con una seconda leva per le ridotte e un’altra per l’innesto del 6x6; da brividi anche per le macchie rosse sul parabrezza che speriamo siano di vernice.
Le tende sono vere, con un ingresso principale che si affaccia su un ampio piazzale quadrato e un altro che permette di accedere ai servizi privati con tazza e doccia separati e delimitati da siepi secche e... cielo stellato.
Seduti ai tavolini del bar, ci gustiamo un buon carcadè fresco di benvenuto e la presenza dei bicchieri ci suggerisce di aprire una bottiglia di rosso della nostra riserva, accompagnata da una busta di patatine come stuzzichino. Il ragazzo del bar vuole 5000 CFO perché abbiamo bevuto una bottiglia di vino non sua.
Il tramonto sulle dune è bello ma… sul più bello, il sole è sparito dietro la coltre di foschia. A cena, dietro un basso tavolino su scomodi sgabelli, gustiamo una zuppa di legumi al rosso di ketchup e spezie varie e a seguire un tris con cous cous cotto in un tajine marocchino, ottima carne di pollo e montone arrosto e una zuppa di ortaggi. Per finire ci sono una fetta di torta e un minuscolo bicchierino di tè alla menta.
Un gruppetto di percussionisti ha allietato la serata dietro un fuoco alimentato spesso e pericolosamente con liquido infiammabile spingendo gli ospiti a balli etnici.
È difficile dormire perché si è alzato un discreto vento che in pratica ci entra in tenda perché non abbiamo le porte ma due pezzi di stoffa volante che svolazzano all’impazzata; una l'abbiamo fermata alla meglio ma l'altra è libera di... disturbarci.

start prev next end