Camp Mumake

28 dicembre 2022, mercoledì

1204Oggi è previsto un tappone fino al villaggio di Machete Pelao, poco più di diciassette chilometri. Dopo poco incrociamo una famiglia india mattiniera come noi; tutti con l’abito bianco d’ordinanza e capelli lunghi e neri. Lui con le foglie di coca in bocca e la zucca in mano, lei cuce disinvoltamente mentre cammina e i due bambini che seguono usano entrambi la testa per portare il classico tascapane, in questo caso, carico di mercanzia; qualcuno ironizzando afferma che questo è il motivo per cui la loro altezza resta… bassa.
La zucca che porta in mano l'uomo wiwa è il Poporo, detto anche Danburro. Le foglie di coca masticate in purezza non rilasciano tutti i suoi ingredienti; per ottenere il massimo occorre aggiungere un prodotto alcalino durante la masticazione. E' qui che entra in gioco il poporo che contiene gusci di conchiglie ridotte in finissima polvere; un bastoncino di legno è utilizzato per trasferire in bocca la polvere di conchiglia dal contenitore. La polvere molto alcalina reagendo con la saliva e le foglie masticate fa rilasciare a queste ultime tutti i principi attivi.
1243Il poporo, per l'uomo wiwa, ha anche un'enorme importanza simbolica; ogni ragazzo ne riceve uno all'età di 18 anni per segnare il suo passaggio all'età adulta. La polverina in eccesso mista a saliva è strofinata sull'esterno della zucca per pulire il bastoncino e qui si solidifica; col passare del tempo, ripetendo infinite volte quest'operazione, quello che in origine era una piccola e fragile zucca diventa un grande e forte poporo. Man mano che quest’oggetto sacro cresce, è credenza dei wiwa che cresca anche la conoscenza del mondo da parte del proprietario e di conseguenza la sua reputazione.
Oltre alla famigliola indigena nel sentiero incrociamo decine e decine di camminatori che vanno verso la città perduta; ancora una volta ci riteniamo fortunati ad aver visitato il sito praticamente da soli e siamo stati anche fortunati per la clemenza del clima che ci ha risparmiato la pioggia che qui non è affatto un evento occasionale. In questi tre giorni passati più volte ci siamo trovati in situazioni al limite e abbiamo provato a immaginare le stesse in condizioni meteo avverse; spero per quelli che sto incrociando che le condizioni atmosferiche continuino a essere ottimali perché più della metà di loro non ha scarpe adeguate. Mi viene in mente il caos sulle strade quando la prima neve sorprende gli automobilisti senza catene o gomme da neve.
1628In una zona disboscata l’erba rigogliosa delizia un bel numero di bovini di diverse razze guardate a vista da un buttero locale a cavallo. Poco più avanti ci fermiamo al Camp Alfredo per una sosta merenda. Ne approfitto per sciacquare la maglietta; per l’umidità e il poco tempo sicuramente non si asciugherà ma, bagnata per bagnata, almeno ho eliminato il sudore.
Il campo è stato abbellito piantando diverse piante che ora sfoggiano i loro fiori colorati e di questi ne sta approfittando un frenetico colibrì; memore dei fallimenti passati tentando di fotografare questo indemoniato animaletto, questa volta faccio direttamente una breve ripresa video.
Nella foresta che da giorni stiamo attraversando si sono centinaia di specie di alberi più o meno grossi, dal fogliame più o meno fitto ma l’albero che a me è sempre piaciuto per la sua forma è quello della famiglia del ficus con le radici esterne alla base del tronco che lo fanno assomigliare alle zampe dei dinosauri e come questi possono raggiungere dimensioni esageratamente grandi.
Siamo ai titoli di coda di questo straordinario trekking e una cosa che mi inorgoglisce è il fatto che solo in una parte del percorso si utilizzano i muli in appoggio, la parte centrale; mentre nella prima parte il servizio è svolto dai mezzi a due ruote motorizzati nell’ultima parte il percorso non è praticabile ne ai mezzi a due ruote ne a quelli a quattro zampe.
1640I muli sono utilizzati sia per il trasporto delle merci sia delle persone e a seconda dei casi hanno in groppa il basto o la sella; quest’ultima ha in dotazione delle staffe bellissime, sono di alluminio e riproducono delle pantofole, tra l’altro, molto ben rifinite.
C’è un pennuto bianco della grandezza di un pollo che razzola nelle aie assieme ai suoi consimili che si differenzia per un ciuffetto di penne in testa a metà tra Elvis Presley e l’ultimo dei Moicani; si delizia a ripulire le zampe dei muli parcheggiati da fastidiosi insetti e il quadrupede non sembra affatto infastidito da ciò.
Più ci avviciniamo all’ingresso del parco più la presenza umana con la sua mano si fa più presente; quando c’è la necessità di fare un recinto si usa piantare degli alberelli per sostenere il filo spinato, questo perché col clima caldo umido i pali conficcati nel terreno marcirebbero in breve tempo.
Arriviamo alla spicciolata al villaggio di Machete Pelao dove giorni fa è iniziata l’avvenuta; una veloce rinfrescatina, pranziamo, salutiamo le nostre guide e soprattutto la cuoca che ha camminato quasi quanto noi con un paio di stivali di gomma ai piedi, recuperiamo i bagagli e con i 4x4 raggiungiamo la statale 90 all’ingresso del parco. Qui cambiamo mezzo e con questo ci dirigiamo verso Riohacha.
1656La strada per diversi chilometri, almeno fino al mare, corre all’interno di un bananeto senza fine con tutti i caschi avvolti in teli azzurri che, se non altro, smorzano la monotonia cromatica; nei fiumi grandi e piccoli che attraversiamo si vedono tante persone in acqua in cerca di frescura.
Sulla strada ci sono tanti camion stile americano con il muso davanti alla cabina di guida, i long-nosed; la maggioranza traina un semirimorchio con il tendone non squadrato in cima ma a forma semicilindrica come i carri ferroviari.
La strada è buona ma stretta, una sola corsia per senso di marcia con la doppia striscia continua al centro perché tutta saliscendi con diverse curve; è abbastanza trafficata e qualcuno azzarda i sorpassi tanto che sul ciglio della strada ci sono diversi mezzi pesanti, bus e auto pesantemente incidentate lasciate lì forse per monito.
Fermi a un incrocio, dal camion che ci precede sono scesi dal cassone telato diverse persone e non capisco se sono clandestini o se l’autista era a conoscenza della loro presenza.
Sulle strade ci sono diversi posti di blocco effettuati sia dalla polizia che dall’esercito; in entrambi i casi c’è sempre un importante dispiegamento di uomini armati fino ai denti con ghigno superbo. Ci fermano a uno di questi ma fortunatamente ci lasciano andare velocemente dopo aver controllato le autorizzazioni al trasporto turistico.
Una bella schiera di avvoltoi è appollaiata tranquilla a bordo strada; speriamo che non sono in paziente attesa di un incidente. Arriviamo all’Hotel Santa Cecilia, non prima d’aver girato a vuoto per qualche quadra; ormai il copione è il solito con gli autisti che non conoscono il luogo dove devono portarci e la completa sfiducia nei confronti dei navigatori gps che noi mettiamo a disposizione. Il risultato è sempre una inutile perdita di tempo.
La signora si offre di caricare la lavatrice con i nostri abiti provati dai giorni di trekking ma non ne garantisce l’asciugatura. Un paio di belle birre fredde bevute al chioschetto sulla spiaggia dell’animato lungomare ci preparano al meglio per la cena.

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