Cartagena
4 gennaio 2023, mercoledì
Oggi è previsto un giro in barca tra le isole e la Playa Blanca; ieri è stato difficile scegliere il tour migliore perché i venditori dei pacchetti indicano i luoghi ma non i tempi. Non si capisce se non li conoscono o se ci nascondono qualcosa, comunque scegliamo quello propostoci dal nostro hotel; dovrebbero passare a prenderci in albergo verso le otto, ma conoscendo i tempi colombiani immagino...
Quando piove qui, deve venir giù una quantità d’acqua industriale; le canalette per le acque bianche sono enormi e coperte da travi di cemento compresso, distanziati, a formare gigantesche griglie che corrono lungo le strade.
In taxi fino al molo dove una ragazza che ci aspetta ci porta fuori al tornello e ci affida a una sua collega che fa tutte le operazioni preliminari che ci permettono di entrare sul molo; finora l’organizzazione è perfetta ma visto il numero delle persone in attesa di essere chiamate e rapportate al numero di lance disponibili fa temere il peggio.
Invece alla nove siamo già a bordo su una lancia da cinquanta posti con il giubbetto salvagente indossato e partiamo dopo il controllo di un severo addetto della Capitaneria di Porto. Nel vicino molo c’è una nave da crociera della MSC che a quanto pare fa scalo anche qui a Cartagena nel tour caraibico.
La città si affaccia su di una grossa baia che è protetta da un’isola dall’insolito nome di Isla Tierra Bomba che lascia aperti due varchi, uno a nord e uno a sud, per l’ingresso via mare; gli spagnoli fortificarono questi due canali per proteggere la città sia dai pirati sia dai nemici francesi e inglesi.
Sostiamo pochi minuti, con la lancia spinta da due motori Evinrude da 200cv ciascuno, di fronte al Fuerte de San Fernando de Bocachica che assieme al dirimpettaio Fuerte de San José difendevano l’ingresso alla baia da sud. Assieme a noi c’è una guida che spiega la funzione e le caratteristiche del castello in modo simpatico visto che tutti quelli che lo capiscono ridono a ogni sua frase.
Intorno a noi piccole barchette da pesca e grossi mercantili portacontainer, poi mare aperto fino alla successiva fermata; il mare è leggermente increspato ma considerando che siamo in alto mare possiamo considerarlo calmo.
La prima sosta del tour la possiamo definire la prima fregatura perché la tanto reclamizzata Isla Rosario… non ha spiaggia; ci propongono due scelte: scendere sull’isoletta e vedere, a pagamento, la piscina con i delfini o fare snorkeling, a pagamento, su di una secca poco lontana.
Tranne qualcuno, quelli che sono scesi in acqua indossano tutti il giubbotto salvagente della lancia perché non sanno nuotare. Il basso fondale roccioso è bello con i soliti pesci più un’aguglia, un pesce trombetta, un pesce simile al nostro grongo ma con il contorno delle pinne bianco brillante e un pesciolino azzurro elettrico punteggiato da brillanti nei color oro.
Risaliamo nel barco e dopo aver aspettato sotto il sole due rimbambite ritardatarie, riprendiamo il largo per una seconda isola. È l'isola della perdizione con tavolini piantati in acqua dove si può consumare di tutto, persino fumare il narghilè. L'acqua è intorbidita dalla gente compressa tra la poppa delle decine di barche e la riva; i camerieri e i venditori ambulanti utilizzano pezzi di legno come vassoi galleggianti.
È quasi l'una e quando il capitano, davanti alla terza isola, propone di saltarla e dirigerci direttamente alla quarta tappa a mangiare, i colombiani a bordo, che finora non hanno fatto altro che sgranocchiare di tutto, hanno subito accettato di buon grado e siamo andati a mangiare alla Playa Tranquila accanto alla famigerata Playa Blanca.
Mangiamo il solito piatto con un dentice locale fritto, una coppetta di riso e un po' d'insalata più un’ottima limonata fredda. Dopo pranzo camminiamo un bel po’ prima di trovare un posticino sulla spiaggia non colonizzato dagli stabilimenti balneari; l'acqua è caldissima, esageratamente calda, tanto che quando metti la testa fuori, senti freddo.
Un signore alto, distinto, non più giovane che era anche lui con la sua famiglia sulla lancia, sentendomi parlare italiano mi approccia; è nato in Nicaragua e il suo bisnonno era italiano ma non sa di quale città o regione. Ormai lavora e vive con la famiglia in Colombia per motivi di sicurezza; il figlio, simpatico, parla benino l'italiano perché è stato sei mesi a Roma per prendere il brevetto di pilota d'aereo e ora lavora alla compagnia aerea americana Delta. Mi chiedono che ne penso della spiaggia e quando gli dico che per me hanno rovinato la più bella spiaggia della Colombia mi danno amaramente ragione.
Hanno costruito fin sulla sabbia e quel poco di arenile rimasto è occupato dai letti da spiaggia con le lance che si spiaggiano in continuazione per far salire o scendere i turisti; uno scempio.
Il ritorno a Cartagena ha dell'incredibile; siamo preceduti da una decina di lance e a nostra volta ne abbiamo un'altra decina che ci segue. Tutti corrono all'impazzata con il mare che si è un po' incazzato; il risultato è che ogni tre o quattro onde la lancia s’impenna e sbatte violentemente sulla successiva tra le urla delle donne a bordo.
Lo skyline di Cartagena è bellissimo, con decine di grattacieli; passeggiando per il centro storico sembra impossibile che facciano parte della stessa città. Dopo cena ci fermiamo a bere qualcosa in una piazzetta; ci sono tanti musicisti che si esibiscono ai tavoli, spesso in contemporanea creando nuove sonorità.