Grosseto

23 dicembre 2022, venerdì

flag colombiaPartenza col brivido; ho prenotato un posto sul treno IC899 che parte da Grosseto alle 4.07 che, quando mi sveglio, il sistema lo porta fermo a Livorno da venti minuti. Controllo più volte e alla fine decido di raggiungere Roma col treno regionale che parte dieci minuti dopo; per curiosità ricontrollo uscendo da casa e incredibilmente l'intercity è già in stazione a Grosseto in anticipo. Mi tocca correre per non perderlo.
Il treno è pieno; curiosamente quando ho prenotato era l'ultimo posto disponibile, ma ha renderlo soffocante sono i bagagli da trasloco e quattro poveri cani di taglie medio piccole che si sono giustamente lamentati a turno fino a Roma Ostiense. C’è tempo per fare colazione e raggiungere l'aeroporto col treno regionale.
Si vede che siamo sotto le feste; l'aeroporto è gremito di viaggiatori. Al banco del check-in mi viene chiesta la certificazione Covid e copia del modulo per l'immigrazione colombiana fatta on-line; al controllo bagaglio a mano tutte le postazioni sono attive e l'enorme massa umana viene smaltita in pochissimo tempo. Preso un caffè da Eataly che si è sistemato su tutta una terrazza nella zona A del Terminal 1.
1494Anche questa volta aprono il Gate prima che l'aereo sia pronto e occorre aspettare un po' nel fingher; fila 31, praticamente l'ultima del Boeing 737-800. Il volo è l'UX1040 delle 10.30 per Madrid ma partiamo con un quarto d'ora di ritardo verso il mare.
Dopo leggeri aggiustamenti di rotta puntiamo dritti verso lo stretto di Bonifacio tra Sardegna e Corsica, poi sorvoliamo le Baleari e subito dopo la costa Spagnola; peccato che il cielo sotto di noi spesso è nuvoloso e ci impedisce di vedere quel che accade in mare. A quaranta minuti dall'arrivo tocchiamo terra a nord di Valencia; approcciando all’aeroporto Adolfo Suárez di Madrid sotto di noi c'è un bellissimo cielo nuvoloso dal quale emergono le cime più alte dei monti che la circondano. Le classiche isole in un mare di neve; bellissimo.
Appena entriamo nelle nuvole una serie di turbolenze ci accompagnano fin quasi a terra ma per noi non c’è pace perché il nostro autista deve essere un vecchio pilota di formula uno per come ha portato l'aereo al parcheggio finale percorrendo le piste laterali a velocità sostenuta anche in curva tanto che nessuno si è alzato dal proprio posto fino a che non ci siamo fermati.
Il prossimo volo per Bogotà parte tra poco più di un'ora e parte di questo tempo lo impieghiamo per raggiungere il Settore B dove sarà il nostro Gate; sui cartelli è segnato il tempo stimato che è di ventuno minuti. Passiamo anche il controllo passaporti che per noi europei è automatico e veloce.
Mangiato un panino accompagnato da una birra e poi in fila al nostro Gate; il volo è l'UX193 delle 15.15 pieno in ogni ordine di posti. L'aereo è un Boeing 787-800 e partiamo con quasi un'ora di ritardo; singolare che in fila in pista per partire ci sono dietro di noi altri due 787 e un 737 della nostra stessa compagnia, l'Air Europe e il 737 in confronto sembra un giocattolo.
1270Partiamo in direzione inversa a quella dalla quale siamo arrivati tanto è vero che gli 8000 e passa chilometri che ci separano dalla capitale colombiana aumentano dopo il decollo per poi diminuire una volta effettuata la virata; la durata del volo sarà di 10 ore.
Appena raggiunta una quota sufficiente, la prima azione compiuta dal personale di bordo è stata quella di provare a venderci le cuffiette per ascoltare l'audio del monitorino per tre euro; in tanti voli effettuati con le più disparate compagnie non mi era mai capitata una cosa simile; nel primo tratto da Roma a Madrid non ci hanno dato nemmeno un bicchiere d'acqua e ora cominciano subito col venderci qualcosa...
Lasciamo la Penisola Iberica sorvolando Lisbona poi mare aperto tranne le minuscole isolette atlantiche; pollo al cherry con riso e ortaggi e un bicchiere di vino bianco spagnolo sono il lauto pranzo offertoci. Il tempo non passa mai; un film qualche giochino ma 10 ore sono sempre 10 ore. Bello il tramonto sopra le nuvole che si colorano dal bianco al grigio e al rosa in tante sfumature.
Arriviamo con una ora di ritardo all'aeroporto El Dorado di Bogotà; ottimo atterraggio che alla fine ha strappato un applauso ma non si sa se per l'atterraggio o perché è finita la tortura. Con altre compagnie il tempo passa meglio perché il personale passa con stuzzichini dopo il pasto ufficiale e comunque quando hai voglia di qualcosa vai in coda e c'è sempre qualcuno che è felice di servirti; qui non ti portano niente, in compenso spesso passano col carrellino a vendere i loro prodotti e magari ti svegliano se avevi deciso di schiacciare un sonnellino.
1450Stranamente le persone sono incanalate sul tapis rouland fermo e, dopo una prima sezione, inizia una lunga fila; pensiamo subito a un incidente ma dopo un po' capiamo che è la fila per l'inmigración ma, vedendone la fine, non ci preoccupiamo più di tanto. È quando arriviamo alla fine del corridoio che capiamo che questa fine è solo l'inizio della tragedia; ci immettiamo in un grandissimo salone con decine di postazioni attive e migliaia di viaggiatori in attesa incanalate nelle corsie fettucciate.
Un cartello a firma dei lavoratori si scusa in anticipo e chiede comprensione perché sono anni che chiedono di colmare i vuoti in pianta ma sono inascoltati e nel frattempo i viaggiatori in arrivo in questo scalo sono più che raddoppiati negli ultimi 10 anni.
In genere in questi casi si dà la colpa al personale che è lento ma, man mano che ci si avvicina ai box vediamo che il ritmo lavorativo è normale, siamo noi che siamo troppi. Dopo due ore di fila finalmente riusciamo a ottenere il fatidico timbro sul passaporto e andiamo a ritirare i bagagli; i caroselli dei bagagli sono al piano di sotto e dalla vetrata abbiamo riconosciuto i nostri bagagli che sono arrivati da parecchio tempo e, dato che più voli si sono succeduti e tutti erano come noi impossibilitati a ritirarli, per fare spazio ai successivi dei ragazzi con pettorina gialla li hanno tolti dal nastro e sistemati a terra suddivisi volo per volo e al nostro arrivo ce li hanno indicati gridando ripetutamente… Europa, Europa.
1554A detta di chi è già stato in Colombia il cambio di valuta migliore si ottiene stranamente qui in aeroporto ai box nell’area del ritiro bagagli, prima di uscire nella hall, così cambiamo tutti i soldi che dovrebbero servirci per la vacanza anche se il dubbio sulla convenienza rimane.
Ci sono cinque ragazzi allo sportello che ritirano, nel nostro caso, gli euro li contano e li mettono in una cassettina col numero della cassa ben evidenziato e la passano a una ragazza che dietro di loro ha il solo compito di sostituire il contenuto con l’altra valuta; nel frattempo il ragazzo allo sportello comincia a compilare moduli su moduli, a farli firmare, stampare ricevute e quando riprende la scatola con la nuova valuta timbra velocemente le banconote una a una, le riconta lentamente e consegna il malloppo con la ricevuta che serve per ricambiarli alla fine del viaggio se dovessero avanzare.
4850$, pesos colombiani, per un Euro; molto macchinoso ma ben organizzato anche se spero che si alternino alla conta dei soldi altrimenti non vorrei essere nei panni della ragazza che in piedi conta milioni e milioni di pesos utilizzando la macchina conta soldi solo per un riscontro. Il timbro sulla banconota serve per garantirci che le banconote sono buone, segno che in giro ci sono molti falsi… d’autore.
2186L’aeroporto si sviluppa su due piani, entrambi raggiungibili con le auto pubbliche e private e una superstrada ci porta in città; qui vedo che il parco macchine è mediamente buono e… la guida è abbastanza aggressiva. Chi ha necessità di sorpassare lo fa indistintamente a destra o a sinistra senza particolari fronzoli segno che già sa che quello davanti non cambia corsia.
Il nostro albergo è abbastanza centrale ma non lo sfrutteremo per questo visto che domani mattina presto risaremo in aeroporto per raggiungere il nord del paese.
Nella nostra stanza la porta del bagno è priva di parte della serratura, nel senso che al posto della maniglia c’è un grosso buco ma hanno lasciato il resto del meccanismo così il mio compagno di stanza, convinto che la serratura mancasse del tutto, come è logico che sia, è rimasto chiuso in bagno senza la possibilità d’aprirla ne dall’interno ne dall’esterno; vado a chiamare il ragazzo alla reception ma dopo varie telefonate e video ai tecnici che, a quest’ora, sono giustamente a casa l’unica soluzione che gli propongono è quella di sfondare la porta a calci come nei migliori films polizieschi.

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Bogotà

24 dicembre 2022, sabato

1025Dormito poco e male; pur essendo al sesto piano si sentivano tutti i rumori della strada fino all'ambulanza che ha sfoggiato tutte le sirene omologate nel mondo in rapida successione. Non ha aiutato ad attutire i rumori la parete vetrata che qui a quanto pare va molto di moda.
Il referente che stamattina ci accompagnerà in aeroporto si offre di cambiare i soldi a quelli che ieri in aeroporto non si sono fidati ma non ha sufficiente contante così deviamo verso casa sua.
Per strada c’è poco traffico ma sono le sei di mattina anche se la giornata è già luminosa; come la Metrobus di Quito anche qui a Bogotà c’è il servizio di bus rapido con bus a due rimorchi che percorrono una sede stradale propria con vere e proprie stazioni per la salita e la discesa dei viaggiatori a cui si accede solo muniti di tarjeta. Il volo per Santa Marta è l’AV9786 delle 7.59 e sarà effettuato dall’Avianca con un Airbus A320-200.
In aeroporto effettuiamo il check-in ai totem della compagnia; dalla scannerizzazione del passaporto la macchina infernale visualizza a monitor i dati relativi alla propria prenotazione, chiede un po’ di informazioni e in un attimo stampa la fascetta per il bagaglio da stiva e la boarding card. Al banco si posiziona il bagaglio sul nastro, si passa la carta d’imbarco sul lettore ottico per identificarsi, si punta con la pistola il codice a barre del bagaglio e questo per magia parte. In caso di problemi c’è il vecchio check-in ma i tempi si allungano.
Passati i controlli facciamo colazione ma non hanno idea di come servire più persone contemporaneamente e gli ultimi si son portati a bordo la pasta e lasciato il caffè per arrivare in tempo al gate.
1043Pochi posti vuoti; le hostess hanno un completino rosso corallo su camicetta bianca. La capitale vista dall’alto appare grande con poco verde, strade squadrate e circondata da monti.
In poco più di un’ora arriviamo al nord del paese in uno scenario inverosimile con le cime innevate della Sierra Nevada a destra e il mare caraibico a sinistra; alla pista si approccia dal mare e questa è parallela al lungomare tanto da vedere i bagnanti che in costume vanno in spiaggia mentre l’aereo è in frenata. L’aeroporto internazionale Simon Bolivar è piccolo; dall’aereo a piedi si va direttamente a recuperare i bagagli e poi via senza ulteriori controlli.
La cittadina è moderna con palazzoni bianchi di diversi piani e tanti turisti a passeggio per strada ma… non è Santa Marta che si trova a una ventina di minuti di macchina ad andatura lenta al di là della montagna che abbiamo davanti a noi.
L’albergo non è lontano dal centro ed è bellino ma le camere non sono ancora pronte così ci alleggeriamo dei bagagli e andiamo a fare un giro di ricognizione in città; il lungomare è ampio con la zona pedonale con un bel arredo urbano e molti alberi. C’è tanta gente in spiaggia; simpatici e originali gli equivalenti dei nostri ombrelloni. Sono dei cubi posizionati uno accanto all’altro con tre lati coperti dal telo, quello alto per ripararsi dal sole e i due laterali per privacy, mentre lato mare e lato monte sono liberi. È una sola lunga fila e tutti sono occupati; in acqua ci sono soprattutto i bambini.
Davanti alla spiaggia una piccola baia con un’isoletta, un paio di pescherecci abbandonati e sul lato destro un piccolo porto commerciale con le grosse gru,
continers impilati e una grossa nave cargo vuota ormeggiata con tanto rosso di antivegetativo fuori dall’acqua.
1086Degli operai con attrezzi manuali stanno ripulendo la spiaggia che continua oltre la fine del lungomare attrezzato e qui un sacerdote, con la veste sacra di qualche confessione cattolica, è bagnato a mezzobusto e la presenza di fedeli col vestito della domenica e un bambino mi fanno immaginare che hanno celebrato un battesimo.
In un mercatino di fronte al mare, un giovane prepara una specie di piadina, grande, ripiena di crema di latte o simile che due ragazzi e relativi genitori, visibilmente sovrappeso, stanno avidamente consumando. È difficile camminare con la testa in su del buon turista che ammira le bellezze del luogo a lui sconosciuto perché il marciapiede è pieno di buche e di grossi tombini senza copertura; sono delle pericolosissime trappole.
Nelle vie del centro, chiuso al traffico veicolare, c’è tanta gente a passeggio che lo rendono vivace. Ci sono tanti murales alle pareti delle case coloniali e quasi tutti hanno come tema le etnie precolombiane; a
questi si aggiungono gli stravaganti murales realizzati dalle attività commerciali.
Pranziamo in un cortile attrezzato a ristorante; è tutto verniciato di nero con tante lucine colorate sparse qua e la, ora spente, e sopra all’angolo bar c’è un soppalco utilizzato dalle band per la musica dal vivo. Penso che la sera questo locale si riempia di giovani festanti; la simpatica ragazza che ci serve, dopo averci spiegato i vari piatti del menù aiutandosi anche con Google per le immagini degli ingredienti, ci offre un po’ di brodo all’inizio e un caffè dopo la mancia.
Tra il centro e il nostro albergo c’è il cimitero e qui mi colpiscono i tanti piccoli loculi che però non ospitano bambini; forse contengono le ossa di defunti prima interrati e poi custoditi in queste minuscole nicchie.
1062Duro lavoro di divisione del contenuto del bagaglio tra quello che rimarrà in albergo e quello necessario ai quattro giorni di trek alla Ciudad Perdita.
Ceniamo in un ristorante del centro; c’è musica dal vivo ma il volume, come abbiamo imparato in queste poche ore in Colombia, è alto e non ci permette di parlare così, quando vediamo dei clienti andare via, chiediamo di spostarci al piano superiore dove vediamo una saletta protetta da porta vetrata. Però caschiamo dalla padella alla brace perché siamo su di un terrazzo che da sulla strada e dopo una ventina di minuti il locale accanto attacca la musica a palla per attirare clienti. Un patimento.

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Camp Alfredo

26 dicembre 2022, lunedì

1141Dormiamo in letti a castello di legno massiccio posizionati uno accanto all'altro su più file; verso le due e mezza sono svegliato da un forte rumore causato dai letti che si sono violentemente toccati. Questa mattina scopriamo che si è trattato di una scossa di terremoto, violenta ma fortunatamente di brevissima durata.
A colazione due uova strapazzate più frutta fresca di stagine dopo una tazza di caffè offertoci appena svegli. Gli indumenti messi ad asciugare ieri sera sono ancora più bagnati e non c'è da stupirsi visto che l'umidità è più del 90%; dalle grondaie gocciola l'umidità che si è accumulata sul tetto.
Il sentiero è single track e ha il vantaggio del non transito delle moto che comunque ieri ci hanno sempre rispettato; unico mezzo di trasporto ora sono i muli. La luce mattutina, già bella di per se, fa brillare la copiosa rugiada accumulatasi sulle foglie durante la notte rendendo l’atmosfera magica.
Oltre alla nostra ci sono altre compagnie che organizzano questi treck gestendo tutta la logistica, dagli accompagnatori agli interpreti, dal cibo all’acqua, dai muli ai posti sosta notturni e, importantissimi con questo caldo umido, delle postazioni lungo il percorso con tanta frutta fresca a disposizione dei propri trekkers. A una di queste un mulattiere con nonchalance affetta col machete sulla sua coscia scorze di anguria e le da al mulo che gradisce.
1164Ci fermiamo a Capanna Wiwa per una sosta rigenerante alla vicina piscina naturale sul rio Buritaga; la scenografia è superba circondata com'è dalla foresta e la mancanza di nuvole, oltre a regalarci un cielo azzurro, conferisce alla foresta una lucentezza bellissima. Ci sono delle rapide prima e dopo, l'acqua è limpidissima e cambia colore dal verde bottiglia delle zone d'ombra al verde smeraldo delle zone assolate. È freddissima e la corrente è forte; nuotare controcorrente è bellissimo, sembra di essere sul tapis rouland... acquatico.
Riprendiamo la marcia seguendo il corso del fiume. Dei campesinos a forza di machete stanno limpiando un pezzo di foresta, poi col fuoco faranno la rifinitura; pianteranno caffè, cacao e altro.
Siamo nel territorio Wiwa; sono di piccola statura, vestono di bianco, classica fisionomia indios con capelli neri, lunghi e lisci sia per uomini che per le donne.
Il villaggio di Mutanji è praticamente disabitato; un maialino e qualche tacchino tradiscono la presenza di qualcuno ma il grosso è fuori. Generalmente le persone vivono nel villaggio e vanno a lavorare fuori; qui usano fare il contrario ossia vivono dove lavorano abitando capanne nella foresta e tornano al villaggio per le cerimonie come matrimoni o festività varie. È abbastanza grande con capanne di paglia e fango; il tetto conico finisce con due punte che simboleggiano le montagne vicine e sono rotonde perché il mondo è rotondo.
1239La scuola è un edificio di legno riconoscibile da alcune tavole colorate; è chiusa con due pezzi di legno inchiodati all'ingresso e riapre a febbraio; i ragazzini di quest'etnia vanno a scuola con piacere ma molte famiglie abitato a molti chilometri da qui e quindi sono inevitabilmente tagliati fuori dalla cultura.
Pranzo al campo Mumake da dove riprendiamo la marcia dopo aver ammirato un bel lucertolone dalle zampe verdi; deve essere un maschio perché dopo poco altre due lucertole si sono avvicinati a lui ma i colori non sono brillanti come i suoi.
Mamma wiwa con simpatica figlia ha portato due maiali a mangiare l'erba vicino al fiume; lei ci da costantemente le spalle mentre la piccola si dimostra più socievole. Poco dopo incrociamo un lungo treno fatto di due carovane di muli che trasportano sacchi di juta con dentro spazzatura destinata a Santa Marta.
1374Una capanna è proprio lungo lo stradello; l’aia è delimitata da un’alta e fitta staccionata di bambù. All’interno una donna visibilmente incinta è intenta a spazzare il cortile mentre quattro bambini si divertono a nascondersi alla vista di noi passanti e lanciare pietre o sputare come cammelli se si tenta di fotografarli.
Le formiche che trasportano pezzi di foglie più grandi di loro sono sempre belle da vedere ma ora si sono superate; alcune di loro stanno portando pezzi di fiori rosso corallo che sembrano peperoncini.

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Santa Marta

25 dicembre 2022, domenica

1137Le strade della movida che ieri sera erano stracolme e soprattutto rumorose per la musica sparata a palla da ogni angolo tanto da sovrapporsi in motivi assurdi, stamattina sono desolatamente deserte.
In spiaggia i bagnini stanno preparando le postazioni ma ci sono già bambini che giocano a riva. Con i 4x4 passiamo a prendere un’altra coppia di turisti austriaci, e quelli che scopriremo essere la figlia della cuoca e l’interprete spagnolo-inglese e, percorrendo la statale 90 arriviamo all’ingresso del Parque Nacional Natural Sierra Nevada de Santa Marta; è un grande parco, 383000 ettari con una biodiversità importante nato nel 1964 soprattutto per proteggere le popolazioni indigene dei Kogui, Arhuaco, Wiwa e Kakuamo che vivono in questa area tanto che la maggior parte di questo parco è interdetta ai visitatori, visitatori che comunque sono per la quasi totalità interessati alla Città Perduta ben nascosta al suo interno.
Veniamo marchiati con un braccialetto rosa e partiamo per il sentiero denominato Camino Ciudad Perdida; il primo tratto lo percorriamo in jeep; la strada sterrata è buona anche se alcune salitelle vanno affrontate in prima marcia. Arriviamo al piccolo villaggio di Machete Pelao, villaggio tecnico dove recuperiamo i bagagli dai 4x4, mangiamo e finalmente partiamo per il trek.
1209Finito il breve tratto asfaltato all’interno del villaggio inizia il sentiero che è abbastanza largo e dopo poco cominciamo a costeggiare il fiume El Mamey che non ha una grossa portata ma le sue acque impetuose si fanno sentire. Incontriamo una piccola comunità di indios e l’interprete che è rimasto dietro si ferma a fare un’offerta alla sua fundaciones. Siamo seguiti da più persone dell’organizzazione di cui una è sempre avanti e un’altra chiude il gruppo; sono in contatto tra loro con radioline ricetrasmittenti. Per fare qualche foto sono rimasto staccato dal gruppo e il ragazzo che chiude ha capito che non sono in difficoltà e lo comunica agli altri davanti per non farli preoccupare.
Un tubo che porta l’acqua del fiume in qualche punto all’interno della foresta perde ed è all’altezza giusta per una insperata doccetta rinfrescante; è caldo ma soprattutto umido e questo non favorisce l’incedere. Un ponticello ci porta dall’altro lato del fiume, quello sinistro risalendolo; quasi attaccato c’è un grosso albero che il ragazzo che mi segue dice che ha 400 anni.
Finora il percorso è stato tutto in salita; in alcuni punti spiana, in altri scende un po’ ma tendenzialmente sale, avvolte anche di brutto.
1304C’è un gran via vai di moto che favoriti dalla strada che ne permette il transito hanno preso il posto dei muli che comunque per carichi pesanti sono ancora insostituibili; infatti incrociamo una colonna di muli legati in fila indiana e guidati dal mulattiere che trasportano bombole del gas esauste, due per basto.
Paese che vai formiche che trovi; una colonna di piccole lavoratrici ci taglia la strada trasportando un trancio di foglia, che loro stesse hanno tagliato, molto più grande di loro. Altre formiche, più piccole e rossicce sono intente a creare o manutentare un formicaio; questo è sulla parete di un terrapieno, a un metro circa d'altezza. Escono dal buco trasportando un grumo di argilla che hanno scavato all'interno delle gallerie, camminano una decina di centimetri e poi lasciano cadere il granello; il risultato è una piccola e vistosa frana rosso vivo di argilla.
C'è un buon numero di farfalle di almeno tre specie che volteggiano delicatamente da un fiore all'altro. Una di queste specie però oggi non è interessata al nettare; è di dimensioni medio grandi, con due grossi occhi disegnati sulle ali e penso siano in amore. Quando volteggiano una accanto all'altro emettono un suono scoppiettante che stride con l'idea di un animaletto delicato.
1146Un alberello dalla corteccia liscia che si sfoglia facilmente ha un frutto che ora è verde perché acerbo e somiglia al frutto del noce col mallo; è il Waiawa, molto vitaminico e dalla corteccia sfogliata si ottenere un tè ottimo per i problemi intestinali.
Macchie verdi di montagna disboscata, dove la foresta ancora non è rientrata in possesso, erano coltivazioni di coca; ora i contadini coltivano caffè, cacao e altri frutti. Sparse qua e là si trovano in giro tante piante di coca che per essere produttiva deve avere qualche anno; le foglie più arcigne sono buone per la produzione di coca perché ricche di principio attivo. Se invece si vuol fare il tè di coca allora servono le foglie giovani.
In alcuni punti se avesse piovuto sarebbe stato difficile avanzare perché il terreno è quasi tutto argilloso e quattro gocce d'acqua lo renderebbero scivoloso a tal punto da avere problemi anche con i bastoncini.
Arriviamo alle 16 e 30 al Camp Alfredo; a pochi minuti c'è una piscina naturale alimentata da una cascata. È un ambiente bellissimo e tuffarsi nell'acqua gelida dopo dieci chilometri di salite e discese con questo clima opprimente è un esperienza inimmaginabile.
1113Ci aspettavamo tanta gente perché questo è il periodo migliore per andare in vacanza per i colombiani, soprattutto per gli abitanti di Bogotà; invece siamo solo noi nel campo mentre in strada qualche altro gruppo c'era, forse si sono fermati in un altro campo.
La cena non è male con il riso che accompagna un pesce fritto; come dolce un wafer ricoperto di cioccolato al latte e una tazza di tè di coca completa l’opera.
Alle nove le luci nel campo si sono spente già da un po'; non ci resta che andare a dormire. Ci sono letti a castello con materasso, cuscino e net per i moschitos ma mancano le lenzuola e si ovvia con il sacco lenzuolo; il gruppo dei letti è coperto da una tettoia ma aperta ai quattro lati per cui è come dormire all'aperto. Il rumore della cascata e del fiumiciattolo che scorre ci accompagnerà per tutta la notte.

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Alojamiento El Paraìso Teyuna

27 dicembre 2022, martedì

1530Dopo colazione partiamo per il terzo giorno di trek che ci porterà alla Ciudad Perdida A differenza di ieri notte, il campo qui era pieno di trekker; la speranza è che loro stamattina partano in direzione opposta alla nostra.
Partiamo leggeri lasciando qui, nel campo, tutto il superfluo che recupereremo al ritorno quando ripasseremo di qui; a poche decine di metri attraversiamo un ponte metallico traballante per cambiare sponda. Per sicurezza passiamo tre persone per volta; il sentiero è suggestivo e i continui saliscendi ci tengono sempre più o meno a riva con la colonna sonora dell’acqua impetuosa che ci accompagna.
Dopo qualche chilometro il sentiero passa per il vecchio campo El Paraìso ormai abbandonato e non so per quale motivo ricostruito più a valle dove abbiamo dormito stanotte. Più avanti arriviamo alla carrucola; occorre attraversare di nuovo il fiume che qui è abbastanza largo ma è anche poco profondo e tronchi e sassi ben posizionati ne facilitano il guado.
Per facilitare il passaggio quando la portata d’acqua cresce hanno messo su questa carrucola rudimentale che corre lungo un cavo d’acciaio ed è manovrato con l’ausilio di corde.
1479Dopo la carrucola iniziano i temuti 1200 scalini che finalmente ci porteranno alla Ciudad Perdida; dicono che, tranne qualche aggiustamento, sono ancora quelli originali con altezze e angolazioni differenti da scalino a scalino. La cosa è del tutto naturale visto che è realizzata con pietre adattate alla necessità; occorre la massima cautela e attenzione perché la pendenza avvolte è grande e viene naturale aiutarsi con le mani visto che i gradini superiori li vedi a pochi centimetri dal naso.
Arriviamo in cima che il sito è ancora all’ombra; è stata fondata molto prima del Machu Picchu, circa seicento anni e abitata da un paio di migliaia di persone. L’arrivo degli spagnoli e delle nuove malattie che portarono con loro che decimarono la popolazione indigena, convinse i pochi sopravvissuti a trasferirsi in zone ancora meno accessibili degli altipiani lasciando nel sito oggetti d’oro e terrecotte non più utili nella nuova vita da fuggiaschi; sono stati proprio questi oggetti apparsi improvvisamente in gran numero nel mercato clandestino negli anni settanta a far capire che i guaqueros, l’equivalente dei nostri tombaroli, avevano trovato qualcosa d’importante.
1636A differenza della città peruviana, qui le costruzioni erano di paglia e fango che col tempo sono state erose per cui del sito sono rimaste solo quelle che possiamo definire infrastrutture, come strade, scale e muri di contenimento dei terrazzamenti che erano fatti in pietra. Sintetizzando, quello che appare a prima vista sono una serie di piazzole rotonde sparse qua e la e tenute in piano da muri di pietra per contrastare la pendenza della montagna; ognuna di queste è accessibile da scale in pietra molto rifinite come i muri.
La città si suddivide in quattro parti collegate da stradine e scale e per ritornare al punto di partenza si percorrono due chilometri; nella parte più alta vive il capo degli indios del posto, discendenti dei Tayrona che fondarono questa città che loro chiamano Teyuna.
Nella cava il procedimento per ricavare lastre dai grossi massi era semplice ma lungo e laborioso; prima col fuoco si surriscaldavano i massi e poi l’acqua fredda ne favoriva lo sfaldamento.
Finito il giro ritorniamo al punto di partenza che ora è assolato ma soprattutto privo di altri visitatori; abbiamo imboccato una finestra temporale a noi favorevole che ci ha fatto percorrere i sentieri prima e visitare il sito poi senza la massa di turisti che solitamente vengono qui in questo periodo dell’anno. Un bel 1594Colibrì alterna momenti di frenetica ricerca di cibo a momenti di relax sul ramo di un albero; è sempre uno spettacolo vederlo dal vivo.
Per anni questa zona è stata teatro del conflitto armato tra l'esercito nazionale colombiano, gruppi paramilitari di destra e gruppi di guerriglia di sinistra come l'Ejército de Liberación Nacional, ELN e le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, FARC. Per questo motivo la zona è stata considerata per anni poco sicura per il turismo e i pochi che venivano da queste parti erano costretti a organizzarsi con scorte armate. Oggi, dopo l’accordo con le FARC che hanno deposto le armi la zona è finalmente sicura e non occorre più la scorta armata; speriamo che duri per molto anche se delle avvisaglie presagiscono il contrario.
Cominciamo la discesa che come sempre è più impegnativa della salita sia per il fatto che nei punti più ripidi è impossibile non guardare giù sia perché la maggioranza dei gradini non permette l’appoggio del piede intero per cui occorre posarlo in diagonale e questo obbliga a essere sempre concentrato sul come effettuare il passo successivo.
Gli ultimi metri si rivelano ancora più difficili perché alla stanchezza e alla tensione accumulata si aggiungono i gradini umidi e pericolosamente scivolosi per la ormai vicinanza del rio Buritaga. Questa volta azzardiamo il guado e passiamo indenni così potremo dire d’aver attraversato il rio sia in cielo che in terra.
Ci fermiamo al Alojamiento El Paraìso Teyuna per pranzare, recuperare i bagagli e un po’ d’energia e ripartiamo per il Camp Mumake dove ceniamo e dormiamo.

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