Grosseto
23 dicembre 2022, venerdì
Partenza col brivido; ho prenotato un posto sul treno IC899 che parte da Grosseto alle 4.07 che, quando mi sveglio, il sistema lo porta fermo a Livorno da venti minuti. Controllo più volte e alla fine decido di raggiungere Roma col treno regionale che parte dieci minuti dopo; per curiosità ricontrollo uscendo da casa e incredibilmente l'intercity è già in stazione a Grosseto in anticipo. Mi tocca correre per non perderlo.
Il treno è pieno; curiosamente quando ho prenotato era l'ultimo posto disponibile, ma ha renderlo soffocante sono i bagagli da trasloco e quattro poveri cani di taglie medio piccole che si sono giustamente lamentati a turno fino a Roma Ostiense. C’è tempo per fare colazione e raggiungere l'aeroporto col treno regionale.
Si vede che siamo sotto le feste; l'aeroporto è gremito di viaggiatori. Al banco del check-in mi viene chiesta la certificazione Covid e copia del modulo per l'immigrazione colombiana fatta on-line; al controllo bagaglio a mano tutte le postazioni sono attive e l'enorme massa umana viene smaltita in pochissimo tempo. Preso un caffè da Eataly che si è sistemato su tutta una terrazza nella zona A del Terminal 1.
Anche questa volta aprono il Gate prima che l'aereo sia pronto e occorre aspettare un po' nel fingher; fila 31, praticamente l'ultima del Boeing 737-800. Il volo è l'UX1040 delle 10.30 per Madrid ma partiamo con un quarto d'ora di ritardo verso il mare.
Dopo leggeri aggiustamenti di rotta puntiamo dritti verso lo stretto di Bonifacio tra Sardegna e Corsica, poi sorvoliamo le Baleari e subito dopo la costa Spagnola; peccato che il cielo sotto di noi spesso è nuvoloso e ci impedisce di vedere quel che accade in mare. A quaranta minuti dall'arrivo tocchiamo terra a nord di Valencia; approcciando all’aeroporto Adolfo Suárez di Madrid sotto di noi c'è un bellissimo cielo nuvoloso dal quale emergono le cime più alte dei monti che la circondano. Le classiche isole in un mare di neve; bellissimo.
Appena entriamo nelle nuvole una serie di turbolenze ci accompagnano fin quasi a terra ma per noi non c’è pace perché il nostro autista deve essere un vecchio pilota di formula uno per come ha portato l'aereo al parcheggio finale percorrendo le piste laterali a velocità sostenuta anche in curva tanto che nessuno si è alzato dal proprio posto fino a che non ci siamo fermati.
Il prossimo volo per Bogotà parte tra poco più di un'ora e parte di questo tempo lo impieghiamo per raggiungere il Settore B dove sarà il nostro Gate; sui cartelli è segnato il tempo stimato che è di ventuno minuti. Passiamo anche il controllo passaporti che per noi europei è automatico e veloce.
Mangiato un panino accompagnato da una birra e poi in fila al nostro Gate; il volo è l'UX193 delle 15.15 pieno in ogni ordine di posti. L'aereo è un Boeing 787-800 e partiamo con quasi un'ora di ritardo; singolare che in fila in pista per partire ci sono dietro di noi altri due 787 e un 737 della nostra stessa compagnia, l'Air Europe e il 737 in confronto sembra un giocattolo.
Partiamo in direzione inversa a quella dalla quale siamo arrivati tanto è vero che gli 8000 e passa chilometri che ci separano dalla capitale colombiana aumentano dopo il decollo per poi diminuire una volta effettuata la virata; la durata del volo sarà di 10 ore.
Appena raggiunta una quota sufficiente, la prima azione compiuta dal personale di bordo è stata quella di provare a venderci le cuffiette per ascoltare l'audio del monitorino per tre euro; in tanti voli effettuati con le più disparate compagnie non mi era mai capitata una cosa simile; nel primo tratto da Roma a Madrid non ci hanno dato nemmeno un bicchiere d'acqua e ora cominciano subito col venderci qualcosa...
Lasciamo la Penisola Iberica sorvolando Lisbona poi mare aperto tranne le minuscole isolette atlantiche; pollo al cherry con riso e ortaggi e un bicchiere di vino bianco spagnolo sono il lauto pranzo offertoci. Il tempo non passa mai; un film qualche giochino ma 10 ore sono sempre 10 ore. Bello il tramonto sopra le nuvole che si colorano dal bianco al grigio e al rosa in tante sfumature.
Arriviamo con una ora di ritardo all'aeroporto El Dorado di Bogotà; ottimo atterraggio che alla fine ha strappato un applauso ma non si sa se per l'atterraggio o perché è finita la tortura. Con altre compagnie il tempo passa meglio perché il personale passa con stuzzichini dopo il pasto ufficiale e comunque quando hai voglia di qualcosa vai in coda e c'è sempre qualcuno che è felice di servirti; qui non ti portano niente, in compenso spesso passano col carrellino a vendere i loro prodotti e magari ti svegliano se avevi deciso di schiacciare un sonnellino.
Stranamente le persone sono incanalate sul tapis rouland fermo e, dopo una prima sezione, inizia una lunga fila; pensiamo subito a un incidente ma dopo un po' capiamo che è la fila per l'inmigración ma, vedendone la fine, non ci preoccupiamo più di tanto. È quando arriviamo alla fine del corridoio che capiamo che questa fine è solo l'inizio della tragedia; ci immettiamo in un grandissimo salone con decine di postazioni attive e migliaia di viaggiatori in attesa incanalate nelle corsie fettucciate.
Un cartello a firma dei lavoratori si scusa in anticipo e chiede comprensione perché sono anni che chiedono di colmare i vuoti in pianta ma sono inascoltati e nel frattempo i viaggiatori in arrivo in questo scalo sono più che raddoppiati negli ultimi 10 anni.
In genere in questi casi si dà la colpa al personale che è lento ma, man mano che ci si avvicina ai box vediamo che il ritmo lavorativo è normale, siamo noi che siamo troppi. Dopo due ore di fila finalmente riusciamo a ottenere il fatidico timbro sul passaporto e andiamo a ritirare i bagagli; i caroselli dei bagagli sono al piano di sotto e dalla vetrata abbiamo riconosciuto i nostri bagagli che sono arrivati da parecchio tempo e, dato che più voli si sono succeduti e tutti erano come noi impossibilitati a ritirarli, per fare spazio ai successivi dei ragazzi con pettorina gialla li hanno tolti dal nastro e sistemati a terra suddivisi volo per volo e al nostro arrivo ce li hanno indicati gridando ripetutamente… Europa, Europa.
A detta di chi è già stato in Colombia il cambio di valuta migliore si ottiene stranamente qui in aeroporto ai box nell’area del ritiro bagagli, prima di uscire nella hall, così cambiamo tutti i soldi che dovrebbero servirci per la vacanza anche se il dubbio sulla convenienza rimane.
Ci sono cinque ragazzi allo sportello che ritirano, nel nostro caso, gli euro li contano e li mettono in una cassettina col numero della cassa ben evidenziato e la passano a una ragazza che dietro di loro ha il solo compito di sostituire il contenuto con l’altra valuta; nel frattempo il ragazzo allo sportello comincia a compilare moduli su moduli, a farli firmare, stampare ricevute e quando riprende la scatola con la nuova valuta timbra velocemente le banconote una a una, le riconta lentamente e consegna il malloppo con la ricevuta che serve per ricambiarli alla fine del viaggio se dovessero avanzare.
4850$, pesos colombiani, per un Euro; molto macchinoso ma ben organizzato anche se spero che si alternino alla conta dei soldi altrimenti non vorrei essere nei panni della ragazza che in piedi conta milioni e milioni di pesos utilizzando la macchina conta soldi solo per un riscontro. Il timbro sulla banconota serve per garantirci che le banconote sono buone, segno che in giro ci sono molti falsi… d’autore.
L’aeroporto si sviluppa su due piani, entrambi raggiungibili con le auto pubbliche e private e una superstrada ci porta in città; qui vedo che il parco macchine è mediamente buono e… la guida è abbastanza aggressiva. Chi ha necessità di sorpassare lo fa indistintamente a destra o a sinistra senza particolari fronzoli segno che già sa che quello davanti non cambia corsia.
Il nostro albergo è abbastanza centrale ma non lo sfrutteremo per questo visto che domani mattina presto risaremo in aeroporto per raggiungere il nord del paese.
Nella nostra stanza la porta del bagno è priva di parte della serratura, nel senso che al posto della maniglia c’è un grosso buco ma hanno lasciato il resto del meccanismo così il mio compagno di stanza, convinto che la serratura mancasse del tutto, come è logico che sia, è rimasto chiuso in bagno senza la possibilità d’aprirla ne dall’interno ne dall’esterno; vado a chiamare il ragazzo alla reception ma dopo varie telefonate e video ai tecnici che, a quest’ora, sono giustamente a casa l’unica soluzione che gli propongono è quella di sfondare la porta a calci come nei migliori films polizieschi.
Dormito poco e male; pur essendo al sesto piano si sentivano tutti i rumori della strada fino all'ambulanza che ha sfoggiato tutte le sirene omologate nel mondo in rapida successione. Non ha aiutato ad attutire i rumori la parete vetrata che qui a quanto pare va molto di moda.

Duro lavoro di divisione del contenuto del bagaglio tra quello che rimarrà in albergo e quello necessario ai quattro giorni di trek alla Ciudad Perdita.
Dormiamo in letti a castello di legno massiccio posizionati uno accanto all'altro su più file; verso le due e mezza sono svegliato da un forte rumore causato dai letti che si sono violentemente toccati. Questa mattina scopriamo che si è trattato di una scossa di terremoto, violenta ma fortunatamente di brevissima durata.
Ci fermiamo a Capanna Wiwa per una sosta rigenerante alla vicina piscina naturale sul rio Buritaga; la scenografia è superba circondata com'è dalla foresta e la mancanza di nuvole, oltre a regalarci un cielo azzurro, conferisce alla foresta una lucentezza bellissima. Ci sono delle rapide prima e dopo, l'acqua è limpidissima e cambia colore dal verde bottiglia delle zone d'ombra al verde smeraldo delle zone assolate. È freddissima e la corrente è forte; nuotare controcorrente è bellissimo, sembra di essere sul tapis rouland... acquatico.
La scuola è un edificio di legno riconoscibile da alcune tavole colorate; è chiusa con due pezzi di legno inchiodati all'ingresso e riapre a febbraio; i ragazzini di quest'etnia vanno a scuola con piacere ma molte famiglie abitato a molti chilometri da qui e quindi sono inevitabilmente tagliati fuori dalla cultura.
Una capanna è proprio lungo lo stradello; l’aia è delimitata da un’alta e fitta staccionata di bambù. All’interno una donna visibilmente incinta è intenta a spazzare il cortile mentre quattro bambini si divertono a nascondersi alla vista di noi passanti e lanciare pietre o sputare come cammelli se si tenta di fotografarli.
Le strade della movida che ieri sera erano stracolme e soprattutto rumorose per la musica sparata a palla da ogni angolo tanto da sovrapporsi in motivi assurdi, stamattina sono desolatamente deserte.
Finito il breve tratto asfaltato all’interno del villaggio inizia il sentiero che è abbastanza largo e dopo poco cominciamo a costeggiare il fiume El Mamey che non ha una grossa portata ma le sue acque impetuose si fanno sentire. Incontriamo una piccola comunità di indios e l’interprete che è rimasto dietro si ferma a fare un’offerta alla sua fundaciones. Siamo seguiti da più persone dell’organizzazione di cui una è sempre avanti e un’altra chiude il gruppo; sono in contatto tra loro con radioline ricetrasmittenti. Per fare qualche foto sono rimasto staccato dal gruppo e il ragazzo che chiude ha capito che non sono in difficoltà e lo comunica agli altri davanti per non farli preoccupare.
C’è un gran via vai di moto che favoriti dalla strada che ne permette il transito hanno preso il posto dei muli che comunque per carichi pesanti sono ancora insostituibili; infatti incrociamo una colonna di muli legati in fila indiana e guidati dal mulattiere che trasportano bombole del gas esauste, due per basto.
Un alberello dalla corteccia liscia che si sfoglia facilmente ha un frutto che ora è verde perché acerbo e somiglia al frutto del noce col mallo; è il Waiawa, molto vitaminico e dalla corteccia sfogliata si ottenere un tè ottimo per i problemi intestinali.
Ci aspettavamo tanta gente perché questo è il periodo migliore per andare in vacanza per i colombiani, soprattutto per gli abitanti di Bogotà; invece siamo solo noi nel campo mentre in strada qualche altro gruppo c'era, forse si sono fermati in un altro campo.
Dopo colazione partiamo per il terzo giorno di trek che ci porterà alla Ciudad Perdida A differenza di ieri notte, il campo qui era pieno di trekker; la speranza è che loro stamattina partano in direzione opposta alla nostra.
Dopo la carrucola iniziano i temuti 1200 scalini che finalmente ci porteranno alla Ciudad Perdida; dicono che, tranne qualche aggiustamento, sono ancora quelli originali con altezze e angolazioni differenti da scalino a scalino. La cosa è del tutto naturale visto che è realizzata con pietre adattate alla necessità; occorre la massima cautela e attenzione perché la pendenza avvolte è grande e viene naturale aiutarsi con le mani visto che i gradini superiori li vedi a pochi centimetri dal naso.
A differenza della città peruviana, qui le costruzioni erano di paglia e fango che col tempo sono state erose per cui del sito sono rimaste solo quelle che possiamo definire infrastrutture, come strade, scale e muri di contenimento dei terrazzamenti che erano fatti in pietra. Sintetizzando, quello che appare a prima vista sono una serie di piazzole rotonde sparse qua e la e tenute in piano da muri di pietra per contrastare la pendenza della montagna; ognuna di queste è accessibile da scale in pietra molto rifinite come i muri.
Colibrì alterna momenti di frenetica ricerca di cibo a momenti di relax sul ramo di un albero; è sempre uno spettacolo vederlo dal vivo.