Bunyonyie Lake
17 maggio 2024, venerdì
Una lenta barca a motore attracca al nostro pontile e ci porta a fare un giro sulle acque di questo lago circondato da verdi terrazzamenti che si trova quasi al confine con il Ruanda a un paio di migliaia di metri d’altitudine; stranamente le sue acque non fanno parte dell’enorme bacino di laghi e fiumi da cui ha origine il Nilo.
C’è una diatriba sulla profondità di questo lago con la voce ufficiale che la indica in una quarantina di metri e quella locale che lo vuole di 900 metri; logicamente il barcaiolo che ci fa anche da cicerone ci parla solo della versione locale collocandolo tra i laghi più profondi dell’Africa.
Il primo stop lo facciamo nella penisoletta di Bufuka, dove l’associazione Little Angels Volunteer gestisce un orfanotrofio che garantisce l’istruzione a circa 400 ragazzi tra orfani e bisognosi; i dormitori e le aule col pavimento di nuda terra sono quasi vuoti perché periodo di vacanze e qui sono presenti solo chi realmente non ha una famiglia e una ragazza malata che è nel suo letto.
Un’insegnante improvvisa una lezione d’inglese in un’aula mista tra noi e i pochi ragazzi presenti; chiede a noi di presentarci e lui sottolinea per i ragazzi alcune parole che diciamo. E’ molto entusiasta e il giochino andrebbe avanti all’infinito ma il barcaiolo lo richiama all’ordine e… riprendiamo la navigazione.
Sull’acqua, oltre a noi, ci sono i pescatori su piccole canoe di legno e imbarcazioni più grandi che trasportano persone e cose da un punto all’altro di questo immenso specchio d’acqua.
Passiamo davanti a un parco privato di proprietà del Ministro dell’economia del paese e vediamo delle bellissime zebre che vi pascolano tranquille; stranamente, nei parchi visitati finora, questo grazioso equino non era presente.
Attracchiamo all’isola dei lebbrosi, Bwama Island, dove a inizio secolo un missionario britannico fondò un centro di cura per la lebbra sull'allora disabitata isola; un rifugio volontario per molti lebbrosi che erano stigmatizzati nelle loro comunità. All’epoca questa malattia era una vera piaga sociale in questa parte del mondo; ora che la lebbra è stata debellata sull’isola si vive di pesca, agricoltura e turismo. Nelle vecchie strutture c’è ora una scuola gestita da volontari; la vecchia chiesa è ormai un rudere mentre è ancora visitabile il piccolo laboratorio chimico con tutte le datate attrezzature impolverate, usate all’epoca, per cercare di lenire in qualche modo le sofferenze degli sfortunati ospiti.
Una vicina isoletta, Akampene, sarebbe piccolissima e insignificante se purtroppo non avesse una raccapricciante storia alle spalle.
Queste terre erano abitate dai Bakiga e questi erano soliti lasciare le ragazze incinte non sposate su questa piccola isola e queste morivano di fame o mentre cercavano di nuotare verso la terraferma.
Spesso queste donne erano salvate dell’amante o da uomini squattrinati, senza bestiame proprio, che non potevano acquistare una moglie e sfruttavano quest’occasione; ma molte altre morivano realmente.
Questa pratica è stata abbandonata nella prima metà del secolo scorso e oggi sull’isola c’è solo albero ora secco con cormorani e i loro nidi.
Proviamo l’ebbrezza della zip line che non ti aspetti in Africa; percorso breve ma divertente con tanto d’imbracatura e casco protettivo.
Attracchiamo a un imbarcadero, dove è in atto un vivace mercato tra le barche che arrivano e partono e le stradine limitrofe. A piedi arriviamo al nostro resort, che si trova poco sopra, e ripartiamo verso il Lake Mburo National Park.
Ripassiamo tra le cave; ce ne sono molte di più di quante viste ieri. Cambiando il senso di marcia forse si vedono anche quelle che erano nascoste dagli alberi; quello che non cambia è la crudezza delle immagini. Siamo sempre in quota e attraversiamo paesaggi lussureggianti; anche i campi coltivati sono molto… verdi.
Accanto alla strada, in un enorme spazio, troviamo un vero e proprio mercato delle cipolle; sono solo cipolline rosse, tipo Tropea, di piccole dimensioni. I camion scaricano il cassone pieno di merce alla rinfusa a formare grossi cumuli per terra e sedute ai loro piedi le donne e i bambini ne fanno dei mazzi omogenei che poi sono venduti singolarmente o comprati all’ingresso e caricati su moto o bici.
Incrociamo molti camion dal carico ignoto perché coperto dal telo e sopra la merce decine di persone.
Arriviamo al Leopard Rest Camp, sul limitare del parco, quasi al tramonto e con la tanto temuta pioggia che ci dà il benvenuto; non siamo ancora nel parco, ma viaggiamo sulle strade rese fangose dall’acqua tra ungulati, facoceri e finalmente tante zebre.