Lake Mburo National Park

18 maggio 2024, sabato

In questo campeggio abbiamo passato la notte piacevolmente; le tende sono minimaliste ma i letti comodi. I servizi sono tutti concentrati fuori costringendoci a spostamenti al buio con le lampadine frontali; un disaggio che si è trasformato presto in divertimento. L’edificio di legno e bambù a due piani ha il ristorante e l’angolo bar sopra e il piano terra è riservato alla piccola reception e ai giochi vari per passare il tempo assieme a ossa e crani di strani animali.
Risveglio col frastuono dei gialli uccelli tessitori che vanno a procurarsi il cibo che portano ai pulcini nascosti nei nidi che, come al solito, hanno l’ingresso rivolto verso il basso.
All’interno del parco, tra alberi, erba, animali e uccelli ci sono dei contenitori colorati posti un po’ dappertutto che stonano maledettamente col bell’ambiente che ci circonda. Scopriamo poi che sono delle trappole per la mosca tsè-tsè, famigerato veicolo del parassita che provoca nell’uomo la cosiddetta malattia del sonno.
Le antilopi d’acqua sono numerose e, a differenza di quelle dei parchi del nord che avevano un mantello dal pelo raso color nocciola, hanno il pelo più lungo color castagna scuro.
Un giovane aquilotto in cima a un albero ha le penne tutte… spettinate e agita le ali a simulare il volo; forse si sente già pronto al suo primo decollo. Sotto di lui una grossa pozza d’acqua è contesa tra ippopotami, che sono già in ammollo, e bufali che per ora ci girano intorno interessati.
Le zebre sono davvero tante, ferme o in movimento non sono mai intimorite da noi tanto che spesso ci corrono accanto o ci attraversano impunemente la strada; sono spettacolari quando pascolano assieme ad altri ungulati o alle giraffe. In questo caso si ha un’esplosione di colori da sballo.
La vista della bianca garzetta tradisce la presenza di qualche palude nascosta ai nostri occhi dalla folta vegetazione; stesso discorso per l’aquila urlatrice, forse un genitore dell’aquilotto di prima, che su un alto ramo scruta attenta l’ignaro cibo che gli passa a tiro.
Anche le giraffe, come numero, non sono da meno; belle quando dagli alberi spunta solo la testolina o quando sono in fila e si vede un solo corpo e più teste sui lunghi colli.
Un uccello bellissimo e molto comune in Africa è lo storno blu brillante, testa nerastra e occhi gialli, Lamprotornis chalybaeus; gli occhi possono essere anche color arancio e, secondo l’angolazione da cui lo guardi, il colore blu avvolte tende al verde, ma la bellezza rimane.
A forza di girovagare, ci ritroviamo in riva al lago; ci sono un’area di sosta attrezzata e un piccolo pontile da cui partono i battelli per una visita guidata del lago. Un martin pescatore bianco e nero è appollaiato su un ramo che sporge sull’acqua pronto a tuffarsi quando una piccola preda nuoterà sotto di lui; una bruna umbretta invece la preda l’ha già pescata e sfreccia davanti a noi a pelo d’acqua con un pesciolino di traverso nel becco. Sorprendo un nutrito gruppo di occhioni comuni sul pontile che mi tengono… d’occhio per un po’ prima di volar via quando mi avvicino troppo.
Usciti dal parco, in una vasta area, troviamo un gruppo di carbonai all’opera; contrariamente a quelli che operavano nei nostri boschi fino a diversi decenni fa, questi svolgono la loro attività al di fuori dei boschi e parchi, in aree attrezzate, dove fanno convergere la legna che poi sistemano nel modo tradizionale che usavamo anche noi.
La legna è portata fuori dal parco con le bici stracariche spinte a mano da ragazzi e ragazze; i tronchetti sono sistemati a formare cupole abbastanza grandi e coperte con zolle di terra. Il vantaggio di lavorare in questa maniera sta nel fatto che puoi costruire una cupola e ricoprirla e allo stesso tempo tenere d’occhio quelle già accese e smontare quelle che hanno finito il processo di carbonizzazione.
I parchi non hanno recinti per cui gli animali selvatici li puoi trovare anche fuori; è il caso di alcune zebre che a turno si rotolano nella polvere di carbone, rimasta nel cerchio dove è stata smantellata una carbonaia, per liberarsi dai parassiti mentre in un altro cerchio annerito ci sono un paio di pavoncelle del Senegal che razzolano.
Non lontano c’è un’enorme mandria di bovini di razza Ankole, una razza autoctona, con le loro gigantesche corna; sono i bovini col diametro delle corna più grandi del mondo. Hanno il manto color nocciola scuro tranne qualcuna pezzata e… qualche zebra bianca e nera impunemente imbucata.
Sono le ultime immagini di questo viaggio, per quanto riguarda parchi e animali selvatici, perché ora ci dirigiamo verso Entebbe; vedere le zebre fuori dai confini del parco ci allunga il piacere.
A bordo strada ci sono tanti sacchi bianchi di nero carbone in vendita; forse i carbonai che abbiamo visto prima non sono i soli in zona.
Si vedono in vendita le valigie di latta che ci hanno stupito negli alloggi dell’orfanotrofio sull’isola, dove fungeva anche da armadio per ogni ospite.
Incrociamo o sorpassiamo camion carichi di merci varie o bestiame e… qualche casco di banana che saranno dell’autista o di qualche autostoppista.
Abbiamo chiesto ai nostri autisti di mangiare qualcosa a bordo strada e non cercare il classico ristorante, anche perché ce ne sono pochi e solo nelle città più grandicelle.
Ci sono dei posti lungo le statali, dove si concentrano tanti street food; ci fermiamo in uno di questi, dove si sono organizzati alla grande. Tanti macellai, uno accanto all’altro in piccoli box larghi poco più di un metro, tagliano la carne a bocconcini e li infilzano con gli spiedi di bambù che i fuochisti davanti a loro grigliato alla perfezione; questi arrosticini, di pezzatura maggiore rispetto ai nostri, sono presi in consegna da ragazzi e ragazze che indossano una casacca rossa con un numero stampato sulla schiena. Questi, impugnando gli spiedini a mo’ di ventaglio su una mano, si fiondato tutti assieme su tutti i veicoli che si fermano per vendere agli occupanti i loro prodotti. È una bolgia, poi per 1000 shellini ti scegli degli ottimi spiedini; in alternativa ci sono anche pezzi di pollo sempre allo spiedo.
In alto sui tetti o sui pali dell’elettricità ci sono tantissimi marabù, grandi e begli uccelli dal piumaggio rossiccio che però hanno, come gli avvoltoi, collo e testa bruttissimi e spelacchiati che alla fine ne rovinano l’aspetto. Come i rapaci si nutrono anche di carogne e qui hanno imparato che a fine giornata ci saranno gustosi scarti; basta saper aspettare.
Mentre ci stavamo gustando queste squisitezze, avviene l’imponderabile; vedo arrivare Riccardo col muco dal naso che fa disperatamente segno alla gola. Sta soffocando; un pezzo di carne gli ha ostruito le vie respiratorie. Gettiamo a terra gli spiedini che abbiamo in mano e proviamo a soccorrerlo; Antonio lo prende da dietro e con movimenti decisi come da copione gli pratica la manovra di Heimlich. Ha successo quasi subito e possiamo tirare tutti un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo.
Attraversiamo in un altro punto l’equatore, rispetto a qualche giorno fa, ma qui hanno creato una vera e propria cittadella turistica, dove è possibile comprare souvenir, mangiare e bere qualcosa, farsi i selfie a tema e altro. Tutt’intorno è pieno di risaie e sul ciglio della strada ci sono tanti venditori, uno dietro l’altro, di enormi pesci.
La periferia di Kampala è sterminata e come comun denominatore ha il traffico veicolare; anche qui, come accade in mezzo mondo, le opere di urbanizzazione seguono con molto ritardo la costruzione delle case per cui avvolte è difficile fare dei buoni prodotti, ma lasciare intatto un termitaio, che in pratica interrompe la continuità del marciapiede, ha dell’inverosimile. Sicuramente ci sarà una forma di rispetto verso questi animaletti che al momento mi sfugge.
Cena all’aperto con musica dal vivo; dei ragazzi si alternano sul palco passando da brani Rap a quelli Reggae coinvolgendo gli astanti. Sono bravi.
Tra una celebrazione a sorpresa per il compleanno di una di noi, la voglia di festeggiare lo scampato pericolo per Riccardo e la complicità di un gruppo veramente affiatato abbiamo passato la mezzanotte tra birre, balli e narghilè.

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