Grosseto

21 dicembre 2023, giovedì

Per evitare di viaggiare di notte in auto ho preferito prenotare un hotel a Milano che raggiungerò in treno nel primo pomeriggio. Partenza col FB 8606 delle 8.39 da Grosseto e cambio a Genova con l'IC 666 alle 12.19 a Principe. Pensavo di mangiare qualcosa nella sosta, ma il ritardo della Freccia ha… mangiato al posto mio.Non percorrevo questa linea dai tempi del pensionamento, quasi quattro anni; non è scappata la lacrimuccia ma mi ha fatto piacere rivedere luoghi che mi hanno accompagnato per decenni.Ho fatto il check-in e ho lasciato i bagagli all’Hotel Dorè, vicino alla fermata della metro di Piazzale Loreto.
In metro fino a Porta Genova e passeggiata in zona navigli; bella atmosfera anche se, vista l’ora, è quasi deserta tranne un gruppetto di veneti che sono riusciti a ubriacarsi ugualmente e molestano i pochi avventori. Bello il tramonto che dà una luce particolare all’acqua dove un gondoliere su… gondola, sicuramente fuori posto, va su e giù in cerca di clienti senza riuscirci.

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Bangkok

24 dicembre 2023, domenica

Sveglia prestissimo perché abbiamo finalmente l’ultimo volo che ci porterà in Cambogia; abbiamo disdetto il transfer che ieri ci ha portati in albergo perché qui si sono offerti di accompagnarci in aeroporto. Abbiamo fatto colazione in un box… svizzero in aeroporto; ottimo. Col pullman attraversiamo tutto l’aeroporto per arrivare all’aereo; siamo in pochi e non riusciamo a riempire nemmeno la metà dei posti dell’ETR 72-600 della Bangkok Airways. Il volo è il PG903 delle 7.40; partiamo in orario. Sulle piste di rullaggio il pilota viaggia più velocemente dell’autista del pullman. Ci sono dieci grossi aerei della Thai Airways parcheggiati lungo una pista secondaria delimitata da New Jersey colorati. Sembrano in buone condizioni; o sono in esubero o li hanno fermati per controlli. Rispetto agli altri aerei davanti a noi, approcciamo a metà pista di decollo; oltre che a terra, quest’aereo è molto maneggevole anche in aria, infatti, il pilota fa subito due virate estreme per allinearsi all’aerovia stabilita. Intorno alla capitale è un misto tra piccole risaie allagate e nuovi quartieri residenziali; un’intrigante scacchiera. A bordo le due hostess vestono con una semplice camicetta bianca su gonna… celestiale; una delle due ha inusualmente i capelli sciolti. La colazione la portano in un borsone tipo Glovo. Il Siem Reap-Angkor International Airport è piccolo ma simpatico; è di recente costruzione, non è molto trafficato e le operazioni in arrivo si svolgono agevolmente, senza stress. Usciti dall’aeroporto, ci dirigiamo verso nord senza passare dalla città; le case sono di legno su palafitte come quelle viste nel Laos. Ci sono molti galletti liberi per le aie e non solo; il terreno è acquitrinoso e in alcuni stagni, poco più che pozzanghere, ci sono piccoli recinti per le anatre. Sotto le case, tra le palafitte, o sotto qualche albero ci sono dei piccoli salottini di legno massiccio, alcune volte di cemento, tutti impolverati. Anche qui, come nel Laos, ci sono quegli strani trattorini a due ruote e lungo manubrio che trainano un carro; sono difficilmente manovrabili e sinceramente non capisco perché in quest’area geografica hanno avuto questo grande successo. Incrociamo diversi camion che trasportano legna; sono mezzi privi di cabina e cofano motore. Credo siano impiegati soprattutto per viaggi di prossimità. Davanti a ogni casa o negozio che si rispetti c’è un piccolo altarino di legno, di solito color oro; di base ci sono pochi modelli che vengono via via personalizzati. All’inizio del X secolo ci fu una disputa familiare per la successione al trono di Angkor e la capitale fu trasferita per un ventennio a Koh Ker; in quest’area, ora Patrimonio dell’UNESCO, furono costruiti numerosi templi in onore delle divinità induiste. Il Prasat Pram ha le torri in mattoni; un paio di queste sono avvinghiate dalle radici. Una, in particolare, è l’immagine iconica di tutto il complesso con le radici che la avvolgono completamente e il tronco dell’albero che è diventato la naturale prosecuzione architettonica della cupola. A differenza delle torri, il muro di cinta è fatto in blocchi di laterite. Il Prasat Neang Khmau è una sola torre ben conservata costruita in pietra; la tipicità di questi templi è che hanno una porta per ogni lato ma solo una e vera mentre le altre tre sono finte e hanno solo una funzione di equilibrio architettonico; la porta vera si apre a Ovest. Sopra l’edificio ci sono cinque livelli molto decorati che decrescono a formare la cupola della torre. Anche qui un bel muro di cinta in laterite; la guardiana, seduta sulla sua amaca, non ci ha degnato di uno sguardo nemmeno un per momento. Il Prasat Khtum è quello che rimane di un tempio in laterite e si trova a pochi metri dal più interessante Prasat Damrei che è puntellato per non farlo crollare. Anche questo è in pietra ma quello che è interessante sono gli elefanti, i leoni e le rane in pietra scolpita, alcuni dei quali sono ancora… in buona forma. Il Prasat Prang è uno dei templi iconici dell'antico impero Khmer; è un gigantesco tempio piramide a sette livelli attribuito al regno del re Jayavarman IV. Per arrivare alla piramide si passa attraverso un altro tempio, il Prasat Thom che è poco più di un rudere, anche se è il tempio principale del complesso. Seguendo la comune simbologia, le torri che rappresentano il sacro Monte Meru sono circondate dal muro di cinta e da fossati contenenti acqua; rispettivamente simboleggiano i continenti e gli oceani che li bagnano. Nonostante tutto offre notevoli spunti fotografici grazie anche ai laghetti che lo avvolgono. È possibile salire in cima alla piramide sfruttando una scala posticcia di legno; in cima c’è una bella vista sulla foresta circostante. Una signora prega in modo… scenografico prima di andare in estasi e crollare sorretta dai vicini; quando si riprende, in un impeto di vitalità improvvisa, spruzza tutti con un profumo recitando frasi incomprensibili con gli occhi spiritati. Proprio in questo momento passo davanti a lei e vengo benedetto anch’io; un ragazzo della comitiva della donna di bianco vestita, sorridendo, mi dice che mi ha augurato buona fortuna. Speriamo. Preah Vihear è un complesso templare in cima a Poy Tadi, una ripida rupe nella catena montuosa di Dàngrik, che è il confine naturale tra Cambogia e Thailandia; lungo la strada che porta al tempio ci sono tantissimi bunker presenziati da militari armati perché questa zona è contesa, anche militarmente, dai due paesi. I primi del novecento fu firmato un accordo che delineava i confini tra le due nazioni e secondo questo trattato il sito è nel territorio tailandese, che tra l’altro ne è il punto d’accesso naturale. Quando i francesi disegnarono la mappa dei confini il tempio fini stranamente nel territorio cambogiano. Nel 1962 la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia ha stabilito che il sito è nel territorio cambogiano, ma nonostante tutto tra i due paesi c’è tensione che sfocia spesso in scontri armati che provocano morti e anche danni al complesso templare. Nel 2008 Preah Vihear è entrato nell'elencato del patrimonio mondiale dell'UNESCO. Di recente è stata costruita una strada per raggiungere il sito dal lato cambogiano che prima mancava e questa s’inerpica per il ripido costone tanto che, per percorrerla, occorre utilizzare dei potenti pick-up a trazione integrale al limite delle loro prestazioni. Abbandonati i pick-up, prendiamo una strada monumentale lastricata che in salita porta al tempio che è in cima; lungo la via ci sono cinque gopuram in successione che sono delle torri d'ingresso monumentali. Queste torri sono bellissime, ricche di ornamenti; per accedervi occorre salire per ognuna degli scalini e sono volutamente poste in modo tale che dalla strada in salita non si veda null’altro che il gopuram successivo e quello precedente fino a che non si passa l’ultima torre e appare il tempio. In questo caso il tempio non ha la tipica torre che simboleggia il sacro Monte Meru, sede degli dei, perché il luogo sacro è costruito in cima alla rupe, nel punto più alto della montagna. Sia sul tempio che sui gopuram ci sono dei bellissimi bassorilievi; l’insieme è in discreto stato di conservazione anche se molti muri e tetti sono crollati e alcune parti sono puntellate in attesa di restauro. Siamo solo noi in questo sito e ci possiamo godere in tranquillità il rosso tramonto e la luna quasi piena che sorge.

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Siem Reap

27 dicembre 2023, mercoledì

Questa mattina sveglia prima dell’alba per arrivare in tempo all’Angkor Wat per vedere l’alba; come tutti i bravi turisti medi che ieri eravamo a vedere il tramonto al Phnom Bakheng, stamattina siamo qui a vedere l’inizio del giorno. Bello vedere le silhouette delle torri del tempio prendere forma mentre lo sfondo s’illumina via via sempre più. Al sorgere del sole, la folla oceanica è scemata e abbiamo potuto visitare il complesso incredibilmente quasi in solitaria, complice anche la scelta di visitarla al contrario, cioè iniziando dalla parte dell’uscita che però ora è baciata dalle prime luci del mattino che la illuminano magnificamente. Dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel 1992, è il più grande monumento religioso al mondo; a volerlo fu Suryavarman II, sovrano dell’impero khmer dal 1113 al 1150 e fu dedicato originariamente al dio Visnù, ma nel corso del XVI secolo fu riconvertito in un tempio dedicato al Buddhismo Theravada e ancora oggi è abitato da monaci e frequentato da fedeli. Fu costruito in soli quaranta anni perché per volere del sovrano, che come spesso accadeva non l’ha visto terminato, la costruzione iniziò contemporaneamente dai quattro lati. Nella parte alta ci sono le classiche cinque torri disposte a quinconce e i livelli inferiori sono a galleria; quello che stupisce di questo complesso è che, nonostante l’immensità, è ricco di dettagli di ottima fattura. Un esempio sono le tremila e più apsara scolpite in enormi cammei a impreziosire le pareti esterne, e sono tutte una diversa dall’altra; le apsara cambogiane si possono paragonare alle nostre ninfee e fate e durante il periodo di massimo splendore angkoriano, queste ballerine erano incaricate di eseguire danze rituali e accogliere importanti ospiti al palazzo reale. Averle incastonate in gran numero sulle pareti del tempio dimostra lo status di spicco che godevano a quei tempi. Un altro esempio da segnalare è la serie di bassorilievi visibile all’esterno del complesso e che si estende per ben ottocento metri rappresentando eventi storici della Cambogia e racconti inerenti alla mitologia locale. I templi di Angkor sono generalmente rivolti a Est, dove sorge il Sole, dove ha inizio la vita; l'Angkor Wat è invece rivolto a ovest, un punto cardinale solitamente associato alla morte, perciò è opinione comune, oggi, che il tempio avesse la duplice funzione di luogo di culto e mausoleo di Suryavarman II. C’è una nutrita colonia di macachi che ha eletto la propria residenza al limitare della foresta col prato che circonda il complesso; mentre gli adulti si spidocchiano attentamente i piccoli, che sono tanti, giocano all’impazzata dando spettacolo. Mentre ieri abbiamo visitato i templi che sono in quello che è definito l’anello esterno, oggi visiteremo quelli che, come l’Angkor Wat, sono all’interno di questo immaginario anello; essendo le distanze brevi, molti visitatori si spostano in bici tra un sito e l’altro, noi abbiamo scelto di utilizzare i tuk-tuk. A cavallo tra il XII e il XIII secolo, il sovrano Jayavarman VII fece costruire Angkor Thom, Grande Città, sotto forma di città fortificata, in seguito al saccheggio di Angkor per opera dei rivali Cham. È quadrata e circondata da possenti mura alte otto metri e lunghe tredici chilometri, a loro volta protette da un fossato largo cento metri, ancora oggi ricco di acqua; ci sono quattro ingressi, quattro porte monumentali poste al centro di ogni lato e per accedervi si attraversano altrettanti ponti sul canale. Entriamo dalla porta sud attraversando lo spettacolare ponte; ha come balaustre i due soliti serpenti usati per il tiro della fune da decine di demoni, da un lato, e angeli dall’altro. Ormai siamo abituati a questo tipo di balaustra ma qui le dimensioni sono discrete e soprattutto le teste dei tiratori sono quasi tutte… al loro posto e sono tutte diverse le une dalle altre e sono una trentina per lato. A bordo di piccole canoe un gruppo di addetti alla manutenzione sta liberando la superficie del canale dalla lussureggiante vegetazione lacustre; penso sia un lavoro senza fine perché quando avranno terminato il giro… saranno al punto di partenza e meno male che ora non ci sono più i coccodrilli che una volta contribuivano alla difesa della città. Bello il Gopuram con un faccione scolpito alla base della torre che guarda verso l’esterno mentre dalla parte interna c’è un elefante a tre teste che rimanda al dio indù Indra. Il Bayon Temple si trova al centro di Angkor Thom ed è uno tra i più spettacolari templi khmer visti finora; è dedicato al culto del Buddhismo Mahayana. Al primo impatto visivo risaltano i tantissimi torrioni decorati con i volti di Lokeshvara, il Signore della Compassione, l’illuminato dedito ad aiutare le persone che stanno soffrendo per raggiungere… l’illuminazione; difficile contarli ma sembra che i torrioni-santuari a base quadrata siano cinquantaquattro e ognuno di essi ha quattro volti scolpiti, uno per lato, per un totale di 216 volti. Qualcuno si è preso anche la briga di contare le statue di diversa grandezza e fattura e sono 11000 e a queste si aggiungono un chilometro e duecento metri di bassorilievi, una cosa immane. In questi bassorilievi sono raccontate anche scene di guerra ed è curioso vedere come l’esercito marciasse compatto con i guerrieri, vestiti, davanti e i contadini, svestiti, dietro. C’è un gruppo di giovani coreani che sono interessati solo a farsi tra loro foto stile Instagram, tra le rovine e hanno un armamentario di accessori come occhiali e cappellini che cambiano a ogni scatto. Il Baphuon Temple è vicino al Bayon e fu costruito a metà dell'XI secolo, prima che la città di Angkor Thom fosse fondata; nacque come un tempio indù dedicato a Shiva, ma fu convertito in un tempio buddista alla fine del XV secolo. Si presenta come una piramide di arenaria, un tempio montagna che simboleggia il Monte Meru sacro a entrambi i culti. Si raggiunge passando su una passerella sopraelevata, della stessa epoca, lunga circa duecento metri; ci sono cinque livelli tutti d’identica altezza a differenza degli altri templi, dove le dimensioni dei livelli e delle statue diminuiscono, man mano che si sale, per dare l’impressione di una maggiore altezza. Una ripida scalinata porta in cima e permette di costatare, man mano che si sale, che ogni superficie disponibile è coperta con intricate incisioni che includono sia scene di vita reale sia fantasiose, fiori di loto, animali selvatici e cacciatori, figure di Devata e uomini in battaglia oltre ai classici riferimenti mitologici indù. La vita di questo tempio è stata molto travagliata; per cominciare fu costruito su un terreno non adatto a sopportarne il peso tanto che si pensa che, al momento del passaggio dal culto induista a quello buddhista, parte della struttura fosse già franata. Le pietre della parte crollata della struttura sono state utilizzate nella creazione del Buddha sdraiato, sul lato occidentale del secondo livello, che con i suoi settanta metri di lunghezza e nove di altezza è uno dei più grandi del sud-est asiatico. Nel 1960 i francesi iniziarono un massiccio progetto di restauro che prevedeva lo smantellamento del tempio pietra per pietra, tecnica dell’anastilosi, il rafforzamento della fondazione e poi il riassemblaggio della struttura. 300.000 blocchi di pietra furono etichettati e numerati in attesa di essere rimessi insieme. Sfortunatamente, il progetto fu abbandonato quando scoppiò la guerra civile nel 1970, e i piani che identificavano la posizione delle pietre furono distrutti dai Khmer Rossi. Nel 1996 è partino un nuovo progetto che ha dovuto per prima cosa risolvere il grande puzzle tridimensionale; non tutti i pezzi sono andati al loro posto, molti sono stati rifatti ex novo, e si riconoscono perché più chiari, e tutta la foresta circostante è piena di blocchi di arenaria che non hanno trovato… un posto al sole. Terrace of Elephants è una grande terrazza che forse serviva per le cerimonie regali; quello che è interessante è il muro di contenimento. Una parte è decorata con bassorilievi che riproducono elefanti a grandezza naturale con i loro… fantini; in un’altra parte ci sono garuda e leoni in posizione eretta che danno l’impressione di sorreggere la balaustra sovrastante. Completano l’insieme gli elefanti a tre teste che sono scolpiti ai lati delle scale che portano al terrazzo. L’insieme è molto bello. Il Prasat Ta Keo è piccolo, fuori le mura di Angkor Thom ma è importante perché, costruito alla fine del X secolo, è l’antesignano di alcune soluzioni architettoniche poi riprese nelle altre costruzioni Khmer; la struttura piramidale è molto ripida, fu il primo tempio a essere costruito con l’utilizzo di blocchi di arenaria, il secondo livello è delimitato da una galleria perimetrale, i cinque torrioni-santuari, i prasat, sono a pianta crociforme. È possibile salire in cima scalando i gradoni originali senza nessun aiutino e… non è da tutti sia in salita sia, soprattutto, in discesa. Non fu mai terminato e la leggenda narra che il tempio fu colpito da un fulmine e, percepito come presagio negativo, s’interruppero i lavori; più realisticamente questi terminarono perché era morto il sovrano Jayavarman V che l’aveva voluto. Da quando siamo in zona, vediamo di continuo squadre di giardinieri, soprattutto donne, che rasano l’erba a mano, armati di affilati machete; ora abbiamo saputo che il fine ultimo di mantenere costantemente l’erba bassa è quello di tenere lontani i serpenti, anche velenosi, e la cosa stranamente non ci fa sentire più tranquilli. Stiamo girando a bordo di tuk-tuk in quello che è chiamato l’anello interno di Angkor; come succede nelle migliori famiglie, uno di questi mezzi ha bucato. Mentre è andato a riparare lo pneumatico, è stato sostituito da un altro e, una volta a bordo, sono stato positivamente sorpreso dal casco dell’autista, azzurro con la scritta Napoli ben in evidenza. A più di un chilometro dall’Angkor Thom c’è il Ta Promh Temple; dalla strada una scala posticcia aiuta a scavalcare un muro di cinta perché la porta ornamentale è in fase di ristrutturazione. Una squadra d’indiani sta facendo i lavori seguendo le stesse tecniche antiche; infatti, gli scalpellini stanno picchiettando sulle pietre grezze già messe in opera. Un lungo viale sterrato porta al sito; risale alla fine XII secolo ed era un monastero buddhista; ci sono numerose mura e tantissime celle una volta abitate dai monaci, ma quello che stupisce sono gli altissimi ficus strangolatori che con le loro gigantesche radici sono i veri attori in questo scenografico teatro a cielo aperto. C’è ressa in tutti i punti più fotogenici e anche una coppia di sposi ha difficoltà a farsi il proprio book senza intrusi. Il Banteay Kdei Temple fu costruito tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo; sembra piccolo ma non lo è. La pianta è a croce come quello visto ieri, ma non è messo molto bene, è in completa rovina e forse questo lo rende più affascinante assieme alla completa assenza di turisti all’infuori di noi. La destinazione al culto buddhista è confermata dall’arrivo di tre monaci che, dal colore dei loro kesa, si capisce che sono di tre scuole diverse; il più anziano è vestito di giallo, gli altri due uno di rosso e l’altro di violetto. Questo complesso è completamente immerso nella foresta e ormai siamo abituati alle tante radici degli alberi che sono diventate un tutt’uno con le rovine, come ormai siamo abituati al suono di questa foresta; un’inquietante colonna sonora eseguita dai grilli locali. A differenza dei nostri, la somma dei loro canti somiglia al suono dell’allarme di un’auto o alla sirena di un’ambulanza in lontananza che si è persa e non riesce a raggiungere l’ospedale. Approfittando della bella giornata, al calar del sole c’è molta gente nei prati che circondano l’Angkor Wat; non tutti sono turisti stranieri super dotati di macchine fotografiche o device capaci di catturare bellissime immagini. I turisti locali, giovani coppie o grandi famiglie, spesso, per avere un ricordo della loro vacanza, devono affidarsi ai fotografi ambulanti che girano tra la folla con la macchina fotografica ben in vista, ma soprattutto indossano le loro foto da esempio come se fossero dei fratini. È bello vedere come gli impacciati clienti siano messi nel posto giusto e nella giusta posa dagli ambulanti. Ci sono anche molti fotografi professionisti con modelle e modelli che indossano vestiti tipici che posano con il tempio come sfondo, illuminato da una luce meravigliosa. Con la temperatura più mite tantissime scimmiette uscite dalla foresta giocano festanti sul prato sotto lo sguardo attento delle mamme.

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Siem Reap

26 dicembre 2023, martedì

Di fronte al nostro hotel c’è una scuola primaria; sono le sette del mattino ed è bellissimo seguire i momenti che precedono l’inizio delle lezioni. Alcuni ragazzini sono addormentati ai banchi, segno che i genitori li hanno portati presto a scuola per qualche motivo e questi recuperano il sonno perso; altri arrivano in risciò e se c’è bisogno di attraversare la strada, l’autista li accompagna. Mamme e papà in scooter ne accompagnano anche un paio per volta. Fuori dell’istituto c’è un cartello con scritte le regole di comportamento, almeno credo perché scritto in khmer, e il disegno della divisa giornaliera e quella ginnica dell’Adidas. In ogni aula c’è uno studente che spazza per terra e all’esterno molti gruppetti di ragazzini con scope e rastrelli ammucchiano le foglie cadute e gli danno fuoco, com’è consuetudine da queste parti. Il complesso templare del Roluos, che ieri dovevamo visitare, era il primo di una tre giorni dedicata ai templi di Angkor che culminerà nella visita dell’Angkor Wat che è solo uno dei tanti templi che incidono in questa vasta area; l’ideale sarebbe visitarli in ordine temporale ma il percorso a zig zag di diversi chilometri tra un tempio e l’altro richiederebbe settimane per cui noi, come tutti i turisti medi, visiteremo oggi dei templi che sono lungo quello che è definito l’anello esterno, spostandoci con un pullmino e domani quelli che sono lungo l’anello interno spostandoci con i tuk-tuk. Il Pre Rup Temple risale al X secolo ed è costruito in pietre rossastre e mattoni su tre livelli culminanti con cinque torri disposte a quinconce, ossia una centrale e quattro laterali come il cinque nei dadi; il santuario centrale, più grande rispetto agli altri, è dedicato a Shiva. L’accesso al complesso è garantito da quattro porte ornamentali, i Gopuram, situate in corrispondenza dei punti cardinali. Le cinque torri hanno quattro ingressi ognuna, tre finte e una vera rivolta verso est, dove sorge il sole, e ci sono ancora fedeli che lasciano offerte all’interno di queste sotto forma d’incensi, soldi e bottiglie d’acqua; le porte finte avevano lo scopo d’ingannare gli spiriti maligni e portano belle incisioni. I gradini per arrivare in cima sono molto alti e rendono difficoltosa la salita e, una volta su o nei livelli intermedi, è pericoloso distrarsi, si rischia di cadere giù. L’East Mebon Temple è stato costruito non lontano dal precedente e risale circa allo stesso periodo e un po’ si somigliano nella struttura, anche se l’altro è conservato meglio; anche questo è in mattoni ed è dedicato all’induismo e al culto degli antenati del sovrano Rajendravarman II che lo fece costruire. Sia sui mattoni sia sulle pietre del lastricato ci sono dei fori; nel primo caso servivano per far attecchire meglio l’intonaco e nel secondo caso a favorire il trasporto delle pesanti pietre. Agli angoli dei livelli ci sono degli elefanti scolpiti nella pietra e alcuni sono in buone condizioni. Quelli del livello più alto sono di dimensioni più piccole; un trucco prospettico usato spesso per far apparire il complesso più alto di quanto lo sia in realtà. Anche qui non ci sono molti visitatori oltre a noi. Le statue di Shiva e Parvati, situate all’interno dei rispettivi santuari, furono realizzate con il volto rispettivamente del padre e della madre del sovrano; un colpo al cerchio, rappresentato dalla nuova religione induista, e un colpo alla botte del precedente culto degli antenati. Il Ta Som è un tempio buddhista risalente al XII secolo; è fatto con una pietra scura dura e una rossastra porosa. È ricco di corridoi e ci sono tanti bellissimi bassorilievi che raccontano storie a sfondo religioso; una porta monumentale d’ingresso è stata completamente avvinghiata dalle radici di un fico strangolatore. Usciti dal tempio, la strada fa da argine al North Baray; per baray s’intendono quei bacini idrici artificiali costruiti dai khmer che avevano la funzione pratica di approvvigionamento idrico e simbolico perché rappresentavano i quattro fiumi sacri per l’induismo e per il buddismo. Questo lago è davvero immenso e una passerella posticcia permette a noi visitatori di raggiungere la centrale isola artificiale, di forma quadrata, passando tra una marea di loti fioriti. Interessante caratteristica delle foglie del loto, studiatissima nei laboratori di tutto il mondo, è che pur vivendo in acqua… non si bagnano. Tra la lussureggiante vegetazione dell’isola c’è il Neak Pean Temple; è una piccola torre su base circolare al centro di una vasca quadrata. Il tempio è piccolo ma pieno di allegorie; il nome tradotto significa serpente intrecciato, infatti, sotto l’acqua corrono due Nāga di cui riaffiorano solo le due teste e le due code. Al centro dei quattro lati ci sono quattro piccoli canali che alimentano altrettante piscine, sempre quadrate, ma più piccole che simboleggiano i quattro elementi, Acqua, Terra, Fuoco e Vento, importanti per il mondo buddista; insieme formano un quinconce acquatico. Le dimensioni del tempio, costruito nel XII secolo, sono piccole perché la sua funzione principale era quella di ospedale; infatti, gli abitanti della città venivano qua a bagnarsi perché questo complesso era la rappresentazione del leggendario lago Anavatapta che era un lago sacro dell'Himalaya intriso di miracolosi poteri curativi per rimuovere i peccati umani. Il North Baray e il Neak Pean Temple sono le estensioni del vicino Preah Khan Temple. Bellissimo il ponte che conduce alla porta monumentale che attraversa il canale che circonda il complesso; tiro alla fune col serpente balaustra con decine di statue raffiguranti demoni da una parte e angeli dall’altra a rappresentare l’epica battaglia sanscrita per l’immortalità. Peccato che manchino tutte le teste. È molto grande con due corridoi a croce con uno stupa al punto d’incrocio; ci sono tanti buchi che contenevano pietre preziose che logicamente sono state rubate nel tempo. Nonostante sia dedicato al culto del Buddhismo Mahayana, ci sono numerose immagini di Shiva, Brahma e Vishnu, la Trimurti Induista oltre a bellissimi bassorilievi e incisioni su pareti e colonne simpaticamente ricoperte da muschio; oltre che dal canale è circondato da una ricca foresta e qualche radice che avvinghia parte del complesso è sopravvissuta alle campagne di restauro. Stranamente un edificio a due livelli, un po' decentrato nell'area templare, è caratterizzato da una serie di colonne con capitelli e piedistalli nel tipico stile dell’antica Grecia. Il Banteay Srei è stato costruito nel secolo X, quindi dedicato al culto Induista. È piccolino ma stupendo; in arenaria rossa tutta scolpita in modo magistrale. È detto il Tempio delle Donne perché sembra sia stato finemente scolpito dalle donne che sono generalmente molto pazienti. Per le tecniche costruttive dell’epoca gli scalpellini entravano in gioco dopo che le pietre erano state messe in opera, per cui il loro lavoro non era agevole e quindi da apprezzare maggiormente. Gli ingressi sono tutti bassi perché nel luogo sacro si entrava a testa china. All’ingresso dei templi ci sono le statue dei guardiani dal corpo umano e testa d’animale che come il resto del complesso sono magnificamente conservati. Sarà per il colore rossastro del materiale di costruzione, sarà per il magnifico stato di conservazione, sarà per le dimensioni ridotte, sarà per la quantità e qualità dei bassorilievi, sarà per la musica di sottofondo prodotta da un complessino posto appena fuori le mura, sarà per i giardinieri che falciano il prato a mano, ma questo sito è davvero affascinante. Phnom Bakheng è stato costruito in cima all’unica collina della zona per cui al calar delle tenebre si concentrano tutti i visitatori del comprensorio per assistere al tramonto del sole; ma stasera ci è andata male perché il cielo è coperto. Siamo saliti mentre la folla oceanica percorreva il viale in discesa e abbiamo potuto visitare il tempio con tranquillità nell’affascinante luce crepuscolare.

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Milano

Milano, 22 dicembre 2023, venerdì

Sveglia alle 5.30 ma a quest’ora sono già all’uscita dell’hotel; non c’è nessuno nella hall, ma fortunatamente la porta si apre da sola. La prima corsa della metro da Loreto è però alle 6.00 circa; i Malpensa Express partono dalla stazione di Cadorna e da Centrale. A differenza del primo che è quasi diretto, il secondo fa tutte le fermate; 50 minuti fino al Terminal T1. Il check-in è veloce al contrario del controllo dei bagagli a mano, dove ho beccato la fila più lunga provocata dell’addetto più… scrupoloso che al secondo passaggio sotto lo scanner mi ha contestato i fazzolettini in tasca; nella zona degli imbarchi non ci sono bar ma solo macchinette automatiche.Il volo è il GF22 della Gulf Air delle 10.55 effettuato con un Airbus A321neo; siamo nel piazzale. All’ora della partenza sale ancora gente; penso che partiremo con qualche minuto di ritardo. La prima informazione dataci dal monitor è la distanza dalla Mecca, 3905 chilometri.Il giro pedemontano con la visione di tutti i nostri laghi alpini finisce nella valle di Comacchio, più grande di quanto immaginassi; dall’Adriatico ai paesi balcanici, dall'Egeo… fortunatamente al Sinai evitando di sorvolare Gaza.Considerata la location, ci servono un’ottima parmigiana; poco formaggio e tanta salsa ma il sapore è buono. Per darci da bere passano molto tardi, così mi sono trovato con un bicchiere di acqua, uno di vino e una ciotola di caffè quando avevo già finito di mangiare tutto.Stiamo sorvolando l’Arabia Saudita e sotto di noi vediamo strani cerchi scuri nel giallo predominante del deserto; sono gruppi dal numero variabile dalla decina alle… decine. Sono campi agricoli dal diametro che arriva al chilometro e la forma è dovuta all’irrigazione circolare che sfrutta il pozzo centrale che pesca l’acqua presente anche oltre i mille metri.E’ il frutto della politica del governo che punta all’indipendenza alimentare; per raggiungere questo scopo ha investito molte risorse e in più acquista i prodotti agricoli interni a prezzi anche tre volte superiori alle medie internazionali e applica salatissimi dazi alle importazioni.Stamattina, appena arrivato in aeroporto, come sempre ho cercato il mio volo sul tabellone e non l’ho trovato subito perché cercavo Bahrain; dopo un momento di sconforto ho incrociato i dati di compagnia aerea e orario di partenza e ho trovato come destinazione Manama che non ho capito se è la capitale del Bahrain, che è un’isola, o la città dove ha sede l’aeroporto. Ora che manca un’ora all’arrivo non vedo… l’ora di scoprire l’arcano.Alle 16.05 atterriamo all’Aeroporto Internazionale del Bahrein molto grande e molto… bianco; wifi gratis per sei ore, molto veloce. Stranamente sia MapMe sia Google Maps trovano come posizione… l’aeroporto del Cairo.C’è una grande attenzione per i bambini con giochini un po’ dappertutto vicino alle uscite ma, dove si sono superati, è nella zona centrale, in un cratere; qui, oltre ai giochi per bambini, ci sono decine di postazioni per videogiochi per ragazzi e sono tutte occupate.Siamo affascinati dall’amore con cui un ragazzo fa le pizze e decidiamo di prendere una margherita; tempi biblici ma mangiabile. È la birra che si è trasformata in sidro; quando ho chiesto la birra, il cassiere mi ha elencato tre etichette, due da me conosciute e una no. Ho scelto quella sconosciuta per provarla e… non è una birra.Tanti fedeli di ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca hanno invaso lo scalo; penso che molti verranno con noi fino a Singapore. Il volo della Gulf Air GF165 per Bangkok, con scalo a Singapore, è effettuato con un Boeing 787-9 tutto pieno; parte dalla capitale in perfetto orario alle 22.45 locali. Siamo due ore avanti rispetto all’Italia.

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