Siem Reap

26 dicembre 2023, martedì

Di fronte al nostro hotel c’è una scuola primaria; sono le sette del mattino ed è bellissimo seguire i momenti che precedono l’inizio delle lezioni. Alcuni ragazzini sono addormentati ai banchi, segno che i genitori li hanno portati presto a scuola per qualche motivo e questi recuperano il sonno perso; altri arrivano in risciò e se c’è bisogno di attraversare la strada, l’autista li accompagna. Mamme e papà in scooter ne accompagnano anche un paio per volta. Fuori dell’istituto c’è un cartello con scritte le regole di comportamento, almeno credo perché scritto in khmer, e il disegno della divisa giornaliera e quella ginnica dell’Adidas. In ogni aula c’è uno studente che spazza per terra e all’esterno molti gruppetti di ragazzini con scope e rastrelli ammucchiano le foglie cadute e gli danno fuoco, com’è consuetudine da queste parti. Il complesso templare del Roluos, che ieri dovevamo visitare, era il primo di una tre giorni dedicata ai templi di Angkor che culminerà nella visita dell’Angkor Wat che è solo uno dei tanti templi che incidono in questa vasta area; l’ideale sarebbe visitarli in ordine temporale ma il percorso a zig zag di diversi chilometri tra un tempio e l’altro richiederebbe settimane per cui noi, come tutti i turisti medi, visiteremo oggi dei templi che sono lungo quello che è definito l’anello esterno, spostandoci con un pullmino e domani quelli che sono lungo l’anello interno spostandoci con i tuk-tuk. Il Pre Rup Temple risale al X secolo ed è costruito in pietre rossastre e mattoni su tre livelli culminanti con cinque torri disposte a quinconce, ossia una centrale e quattro laterali come il cinque nei dadi; il santuario centrale, più grande rispetto agli altri, è dedicato a Shiva. L’accesso al complesso è garantito da quattro porte ornamentali, i Gopuram, situate in corrispondenza dei punti cardinali. Le cinque torri hanno quattro ingressi ognuna, tre finte e una vera rivolta verso est, dove sorge il sole, e ci sono ancora fedeli che lasciano offerte all’interno di queste sotto forma d’incensi, soldi e bottiglie d’acqua; le porte finte avevano lo scopo d’ingannare gli spiriti maligni e portano belle incisioni. I gradini per arrivare in cima sono molto alti e rendono difficoltosa la salita e, una volta su o nei livelli intermedi, è pericoloso distrarsi, si rischia di cadere giù. L’East Mebon Temple è stato costruito non lontano dal precedente e risale circa allo stesso periodo e un po’ si somigliano nella struttura, anche se l’altro è conservato meglio; anche questo è in mattoni ed è dedicato all’induismo e al culto degli antenati del sovrano Rajendravarman II che lo fece costruire. Sia sui mattoni sia sulle pietre del lastricato ci sono dei fori; nel primo caso servivano per far attecchire meglio l’intonaco e nel secondo caso a favorire il trasporto delle pesanti pietre. Agli angoli dei livelli ci sono degli elefanti scolpiti nella pietra e alcuni sono in buone condizioni. Quelli del livello più alto sono di dimensioni più piccole; un trucco prospettico usato spesso per far apparire il complesso più alto di quanto lo sia in realtà. Anche qui non ci sono molti visitatori oltre a noi. Le statue di Shiva e Parvati, situate all’interno dei rispettivi santuari, furono realizzate con il volto rispettivamente del padre e della madre del sovrano; un colpo al cerchio, rappresentato dalla nuova religione induista, e un colpo alla botte del precedente culto degli antenati. Il Ta Som è un tempio buddhista risalente al XII secolo; è fatto con una pietra scura dura e una rossastra porosa. È ricco di corridoi e ci sono tanti bellissimi bassorilievi che raccontano storie a sfondo religioso; una porta monumentale d’ingresso è stata completamente avvinghiata dalle radici di un fico strangolatore. Usciti dal tempio, la strada fa da argine al North Baray; per baray s’intendono quei bacini idrici artificiali costruiti dai khmer che avevano la funzione pratica di approvvigionamento idrico e simbolico perché rappresentavano i quattro fiumi sacri per l’induismo e per il buddismo. Questo lago è davvero immenso e una passerella posticcia permette a noi visitatori di raggiungere la centrale isola artificiale, di forma quadrata, passando tra una marea di loti fioriti. Interessante caratteristica delle foglie del loto, studiatissima nei laboratori di tutto il mondo, è che pur vivendo in acqua… non si bagnano. Tra la lussureggiante vegetazione dell’isola c’è il Neak Pean Temple; è una piccola torre su base circolare al centro di una vasca quadrata. Il tempio è piccolo ma pieno di allegorie; il nome tradotto significa serpente intrecciato, infatti, sotto l’acqua corrono due Nāga di cui riaffiorano solo le due teste e le due code. Al centro dei quattro lati ci sono quattro piccoli canali che alimentano altrettante piscine, sempre quadrate, ma più piccole che simboleggiano i quattro elementi, Acqua, Terra, Fuoco e Vento, importanti per il mondo buddista; insieme formano un quinconce acquatico. Le dimensioni del tempio, costruito nel XII secolo, sono piccole perché la sua funzione principale era quella di ospedale; infatti, gli abitanti della città venivano qua a bagnarsi perché questo complesso era la rappresentazione del leggendario lago Anavatapta che era un lago sacro dell'Himalaya intriso di miracolosi poteri curativi per rimuovere i peccati umani. Il North Baray e il Neak Pean Temple sono le estensioni del vicino Preah Khan Temple. Bellissimo il ponte che conduce alla porta monumentale che attraversa il canale che circonda il complesso; tiro alla fune col serpente balaustra con decine di statue raffiguranti demoni da una parte e angeli dall’altra a rappresentare l’epica battaglia sanscrita per l’immortalità. Peccato che manchino tutte le teste. È molto grande con due corridoi a croce con uno stupa al punto d’incrocio; ci sono tanti buchi che contenevano pietre preziose che logicamente sono state rubate nel tempo. Nonostante sia dedicato al culto del Buddhismo Mahayana, ci sono numerose immagini di Shiva, Brahma e Vishnu, la Trimurti Induista oltre a bellissimi bassorilievi e incisioni su pareti e colonne simpaticamente ricoperte da muschio; oltre che dal canale è circondato da una ricca foresta e qualche radice che avvinghia parte del complesso è sopravvissuta alle campagne di restauro. Stranamente un edificio a due livelli, un po' decentrato nell'area templare, è caratterizzato da una serie di colonne con capitelli e piedistalli nel tipico stile dell’antica Grecia. Il Banteay Srei è stato costruito nel secolo X, quindi dedicato al culto Induista. È piccolino ma stupendo; in arenaria rossa tutta scolpita in modo magistrale. È detto il Tempio delle Donne perché sembra sia stato finemente scolpito dalle donne che sono generalmente molto pazienti. Per le tecniche costruttive dell’epoca gli scalpellini entravano in gioco dopo che le pietre erano state messe in opera, per cui il loro lavoro non era agevole e quindi da apprezzare maggiormente. Gli ingressi sono tutti bassi perché nel luogo sacro si entrava a testa china. All’ingresso dei templi ci sono le statue dei guardiani dal corpo umano e testa d’animale che come il resto del complesso sono magnificamente conservati. Sarà per il colore rossastro del materiale di costruzione, sarà per il magnifico stato di conservazione, sarà per le dimensioni ridotte, sarà per la quantità e qualità dei bassorilievi, sarà per la musica di sottofondo prodotta da un complessino posto appena fuori le mura, sarà per i giardinieri che falciano il prato a mano, ma questo sito è davvero affascinante. Phnom Bakheng è stato costruito in cima all’unica collina della zona per cui al calar delle tenebre si concentrano tutti i visitatori del comprensorio per assistere al tramonto del sole; ma stasera ci è andata male perché il cielo è coperto. Siamo saliti mentre la folla oceanica percorreva il viale in discesa e abbiamo potuto visitare il tempio con tranquillità nell’affascinante luce crepuscolare.

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