Phnom Penh
2 gennaio 2024, martedì
A una quindicina di chilometri dalla capitale c’è il campo di sterminio di Choeung Ek dove, tra il 1975 e il 1978, i Khmer Rossi trasferirono e uccisero a bastonate, per… risparmiare i preziosi proiettili, circa 17.000 persone; uomini, donne, bambini e neonati, in precedenza incarcerati e torturati all’S-21, nella città di Phnom Penh. In quello che era stato un frutteto di longan sono state trovate 129 fosse comuni e riesumati i resti di quasi 9000 persone; nello stupa costruito alla fine degli anni ottanta, sono custoditi migliaia di teschi, dove dei piccoli bollini colorati indicano sesso e modo d’uccisione. Per mancanza di spazio nello stupa, quarantanove fosse non sono state aperte e non lo saranno in futuro per garantire finalmente un po’ di pace a questi corpi martoriati. Un’ottima audio-guida permette di percorrere un sentiero tra fosse e manufatti, affascinante e sconvolgente allo stesso tempo, seguendo il proprio ritmo, anche e soprattutto emotivo; include anche storie di chi è sopravvissuto alla follia dei khmer rossi, e un raccapricciante racconto del guardiano e carnefice, che descrive alcune delle tecniche usate per uccidere prigionieri innocenti e donne e bambini indifesi. Sconcertante l’albero dove erano uccisi i bambini sbattendoli contro il tronco; ci sono migliaia di braccialetti colorati lasciati dai visitatori. Molto emozionante. Non meno colpevole è stata la politica internazionale; dopo la sconfitta e la fuga in Thailandia, quello dei Khmer Rossi è rimasto il governo legittimo del paese per molto tempo ancora, con addirittura una poltrona alle Nazioni Unite, e questo per non favorire il Vietnam che aveva liberato la Cambogia. Intorno al giardino degli orrori, c’è un campo acquatico, dove i contadini lavorano seduti sui talloni sulla prua delle canoe; stanno raccogliendo le foglie di queste piante molto usate nella cucina locale. Il Russian market è il classico mercato coperto che spazia dagli alimentari ai souvenir, dai tessuti all’abbigliamento; c’è anche molto antiquariato ma, a vista, ci sono solo patacche per tutisti. Nella zona centrale è anche possibile mangiare o solo prendere un caffè; è grande e sufficientemente frequentato. La maggioranza dei venditori inganna il tempo col telefonino tranne le macellaie che tagliano i pezzi di carne. È chiamato russo perché negli anni ottanta i russi che vivevano in città erano soliti frequentare questo mercato. Il Museo del Genocidio di Tuol Sleng è un museo che racconta il genocidio cambogiano; il sito era una scuola secondaria che fu utilizzata come prigione di sicurezza dai Khmer Rossi e denominata da loro S-21, dove la S sta per sicurezza. Qui i prigionieri erano torturati prima e uccisi dopo; quando non ci fu più spazio per le sepolture, si crearono i centri come quello visto stamattina, dove i prigionieri erano trasferiti per essere uccisi e sepolti nelle fosse comuni. Si pensa che il complesso potesse ospitare fino a 1500 prigionieri e che in totale di qui siano passate più di ventimila persone; sottoposti a torture, erano indotti a fare i nomi dei parenti e dei fantomatici complici d’ipotetici crimini che a loro volta erano arrestati, torturati per indurli a confessare e poi uccisi. Nei primi mesi di esistenza di questo luogo, la maggior parte delle vittime erano del precedente regime e includevano soldati, funzionari governativi, professionisti, insegnanti, studenti, monaci, ecc. Più tardi, la paranoia dei capi si è rivoltata sui propri ranghi e le purghe in tutto il paese hanno visto migliaia di attivisti del partito e le loro famiglie portati qui e uccisi. Molte cose si sanno oggi perché esisteva uno scrupoloso servizio di dossieraggio delle vittime con foto, generalità e confessioni e questo materiale non è stato distrutto completamente dai carnefici in fuga nel 1979. Tra le vittime chi poteva essere utile era salvato; tra questi uno che era capace di aggiustare le macchine per scrivere e un pittore che era in grado di dipingere immagini di Pol Pot. Quest’ultimo, Vann Nath, uno dei sette sopravvissuti, ha documentato, con dipinti drammatici, quel che avveniva lì dentro; le sue raccapriccianti opere sono esposte, assieme a centinaia di foto, nelle stanze del complesso che sono rimaste volutamente così come furono ritrovate, con le inferriate alle finestre per evitare fughe e soprattutto suicidi, catene singole e collettive cui i prigionieri erano sempre attaccati e gli strumenti di tortura. Il Royal Palace e la Silver Pagoda stanno nello stesso complesso e sono bellissimi all’esterno con i tetti dorati a spiovente; essendo ancora abitato dal Re, sono visibili solo dall’esterno; il salone è immenso e il trono quasi non si vede tanto è lontano dall’ingresso. L’insieme è bello con i tetti degli edifici dorati e gli enormi stupa di un bianco accecante ma anche i giardini sono belli e ben curati; in questi spiccano un paio di esemplari di palma del viaggiatore, Ravenala madagascariensis. Dal nome si capisce che non è una pianta autoctona e sono dette del viaggiatore perché alla base delle foglie, disposte a ventaglio, i viaggiatori potevano trovare l’acqua che qui rimane imprigionata; è erroneamente chiamata palma perché è chiaramente della famiglia dei banani. Un’altra bellissima pianta importata, in questo caso dall’America centrale e che illuminata dal sole fa bella mostra di se in questi giardini, è la Caesalpinia pulcherrima conosciuta soprattutto col nome di uccello rosso del paradiso. Facciamo un breve Boat Cruise lungo il Mekong all’ora del tramonto; bello con la palla infuocata che cala dietro i grattacieli e irradia di luce calda le poche imbarcazioni di pescatori presenti.