Bangkok
7 gennaio 2024, domenica
I pullman che circolano nel centro, anche se vecchi, sono silenziosissimi rispetto a quelli visti, o per meglio dire sentiti, pochi anni fa in periferia. Il Palazzo Reale è immenso; solo il perimetro esterno è più di tre chilometri. Bello il contrasto tra il bianco del muro di cinta e i tetti spioventi ricchi d’oro dei palazzi e degli stupa. Alle spalle del Palazzo Reale, rispetto al parco, c’è un tempio con degli stupa stupendi lungo il muro di cinta, è il Wat Pho. I tuk-tuk qui sono diversi da quelli indiani o cambogiani; hanno motori potenti e scattanti e i driver sono molto… sportivi; il rombo della marmitta è unico e si avvicina molto a quello di un’auto sportiva d’altri tempi. Il cambio è manuale e questo accentua l’amarcord assieme al sound delle doppie doppiette dei bus un po’ più vetusti. Al Wat Maha che Yuwaratrangsarit c’è un bellissimo cortile, con una serie di Buddha dorati di discrete dimensioni, che fa da perimetro del complesso; tutte e 108 (?) statue condividono l’unico lungo piedistallo cui sono attaccate tante piccole lapidi diverse tra loro che penso ricordino i defunti le cui ceneri forse sono conservate qui. È domenica e nel tempio ci sono tanti fedeli; in quello principale un uomo e una donna leggono preghiere a due voci, molto suggestivo. Ci sono tantissimi oggetti sacri esposti ma le ampie ed esaustive spiegazioni, arricchite da disegni, sono tutte in lingua thai. In un altro padiglione c’è un altro Buddha dorato, più basso e tarchiato dell’altro, insieme a tanti altri Buddha, sempre dorati ma di dimensioni più piccole. In un’altra sala, uno stupa dorato è oggetto di venerazione; la sala è quadrata e i fedeli camminano in senso orario lungo un percorso pieno di statue di Buddha dorate di diverse fatture, dimensioni e… posture. Il complesso emana un bel misticismo, con la voce dei due speakers diffuse per altoparlante anche all’esterno delle sale. Lungo la strada che collega il Palazzo Reale e i templi col Buddha ci sono tanti negozi specializzati nella vendita di oli e unguenti vari mentre tra il templi e il fiume c’è un grande mercato, accessibile da micro stradine, dove sono specializzati in medaglie di vari metalli, mattoncini e altro. Pensavo si trattasse di chincaglieria e mi chiedevo chi potesse comprarli e di conseguenza il perché della quantità; poi ho cominciato a vedere acquirenti controllare i pezzi col monocolo e mi sono ricreduto sulla qualità ma rimaneva il dubbio su cosa fossero. È il Bangkok Amulet Market, il mercato degli amuleti più grande della Thailandia; c’è chi acquista per collezionismo e chi compra per protezione personale perché magari svolge un lavoro pericoloso. Sembra che in questo paese fare il tassista sia uno dei lavori più rischiosi. Buona parte della merce arriva dai monasteri, dove i monaci li donano ai fedeli che fanno offerte; una volta i monaci li facevano personalmente magari aggiungendo all’impasto, se erano di terracotta, cenere d’incenso bruciato nel tempio o altro e li caratterizzavano con frasi o simboli che li riconducevano a loro mentre oggi quasi tutti i monaci comprano questi oggetti all’ingrosso e li dispensano dopo averli benedetti. Logicamente il valore dei due oggetti varia notevolmente ed è per questo che i compratori osservano minuziosamente gli amuleti con la lente d’ingrandimento. Anche chi compra per la propria incolumità osserva attentamente più amuleti prima di trovare quello giusto; in questo caso non può ricevere consigli, è un fatto personale. Scegli nel mucchio quello che potrebbe fare al caso tuo, lo osservi bene, lo tocchi e solo quando, e se, scocca la scintilla, quando senti che si è creato un feeling tra te e l’oggetto, allora capisci che è l’amuleto giusto e che lo sarà per sempre. Sono concetti difficili da capire ma è bello vedere persone di tutte le età che scelgono nei mucchi, maneggiano con cura, osservano con attenzione questi oggetti prima di iniziare estenuanti contrattazioni che li porteranno all’acquisto. Alle 16.30 il trattore ci allontana dalla zona dei finger; a bordo pista ci sono un Jumbo della Thai Airways e un A380 dell’Emirate. Il primo, pensavo non volasse più mentre il secondo, messo a terra nel periodo del Covid, si sta riprendendo pian piano i suoi spazi, segno che la gente ha ripreso a volare. Credo che l’aeroporto di Bangkok sorga su un terreno paludoso perché c’è più di un canale che drena l’acqua che poi sarà sollevata da qualche pompa. Dieci grossi aerei della Thai Airways, di cui quattro A380, sono parcheggiati perfettamente allineati uno dietro l’altro; o sono in attesa di demolizione o in attesa di tempi migliori per la compagnia. Spero sia un’esercitazione perché mentre approcciamo alla pista di decollo, abbiamo visto diversi mezzi dei vigili del fuoco, a bordo pista, pronti a intervenire. Una coltre grigio violacea di smog copre l’intera capitale e deve essere tenuta giù dall’alta pressione; si vede chiaramente lo stacco col cielo sereno. Partiamo con un leggero ritardo; il volo è il GF153 della Gulf Air per Manama nel Bahrain. La partenza è prevista alle 16.20 e l’arrivo alle 20.00 ora locale dopo sette ore e quaranta di volo. L’aereo è un Boeing B787-9. Andiamo verso il tramonto e le ore di luce aumentano; sono le 19.30 ora cambogiana e c’è ancora luce. Il controllo dei bagagli a mano si svolge velocemente poi inizia la lunga attesa per il prossimo volo; per ingannare il tempo mangiamo goliardicamente una pizza accompagnata da una birra e paghiamo quanto i tre giorni all’isola.