Koh Rong Saloem

6 gennaio 2024, sabato

Stamattina dopo un paio di giorni di completo relax inizia la lunga tappa di trasferimento che ci porterà prima a Bangkok via terra e poi in Italia via aerea. All’ombra del pontile nuotano tutti i pesci piccoli della zona, una forma di difesa dai predatori, sono meno visibili. È una strategia conosciuta anche dai pescatori; sul Mekong questi creano delle zone d’ombra con rami e foglie per attirare i pesci che però finiscono nelle reti. Il motoscafo veloce dell’Island Speed Ferry con tre motori fuori bordo da 250 cv impiega solo trenta minuti per raggiungere, senza fermate intermedie, Sihanoukville; cinquanta posti a sedere. Lo scafista è giovane ma manovra con sicurezza. Con due minivan partiamo per il confine tailandese di Koh Kong; il primo tratto è autostradale, poi inizia un percorso tortuoso, a tratti polveroso, perché la strada la stanno allargando e, in alcuni punti, raddrizzando. Il nostro van non è dei migliori; puzza di pesce, ha il parabrezza tutto incrinato con una gettata di silicone nel punto più critico e ha una convergenza da paura che costringe l’autista a correggere la traiettoria di continuo, sembra di essere in barca. Alla frontiera, il nostro autista si ferma un centinaio di metri prima e sparisce; dopo un po’ arriva l’altro autista e finisce il percorso ma poi non riesce ad aprire il portellone. Scena comica se non fosse tragica; forse il nostro autista ha qualche carico pendente con le autorità di frontiera e non voleva farsi vedere. Dal lato cambogiano della frontiera procede tutto abbastanza velocemente; l’addetto non parla, gesticola, vuole il visto è se lo trattiene. Prima della terra di nessuno, all’ultimo baluardo khmer, ci richiedono i passaporti per controllare che siano stati controllati e a piedi, con armi e bagagli al seguito, dopo un centinaio di metri, siamo in Thailandia. Anche qui non ci sono intoppi; solito modulo da riempire e solo foto digitale, non c’è bisogno nemmeno delle impronte. In uscita dall’area ci fermano per ricontrollare i passaporti; bella la copertura della sedia del militare che è un enorme elmetto di lamiera con uno stemma in fronte. Forse è perché stiamo percorrendo la statale, ma il livello economico sembra più alto, con più auto e case più rifinite. Come nel continente americano anche qui i semafori sono di fronte allo stop dall’altra parte dell’incrocio. La capitale tailandese è una megalopoli; viaggiamo per chilometri sulla tangenziale. Si paga spesso un pedaggio di cinquanta baht; è incredibile, su e giù, sopra i palazzi, tra i grattacieli. Ci sono dei mega cartelloni pubblicitari e molti di questi sponsorizzano dottori o cliniche mediche. Il nostro albergo è vicino al Chana Songkhram, un insieme di stradine ricche di negozietti, ristorantini e localini che circondano il Wat che porta lo stesso nome. Alle dieci di sera i negozietti sono o stanno chiudendo mentre per mangiare, bere e fumare ascoltando musica dal vivo siamo proprio nel… vivo. Da quando siamo scesi dal minivan, si sentono scie di fumo e tra i vicoletti troviamo le fonti; molti ragazzi vendono erba di diversa qualità contenuta in barattoli chiusi di vetro. C’è anche un negozio dal nome inequivocabile… marijuana. Tra il cibo da strada, oltre agli insetti classici e ai lumachini speziati, spicca lo spiedino di coccodrillo; ce ne sta uno spellato, tranne la testa, ed eviscerato appeso per due zampe e l’operatore taglia da questo pezzetti di carne per fare gli spiedini e li mette a cuocere. Della serie… non c’è trucco non c’è inganno.

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