Siem Reap

27 dicembre 2023, mercoledì

Questa mattina sveglia prima dell’alba per arrivare in tempo all’Angkor Wat per vedere l’alba; come tutti i bravi turisti medi che ieri eravamo a vedere il tramonto al Phnom Bakheng, stamattina siamo qui a vedere l’inizio del giorno. Bello vedere le silhouette delle torri del tempio prendere forma mentre lo sfondo s’illumina via via sempre più. Al sorgere del sole, la folla oceanica è scemata e abbiamo potuto visitare il complesso incredibilmente quasi in solitaria, complice anche la scelta di visitarla al contrario, cioè iniziando dalla parte dell’uscita che però ora è baciata dalle prime luci del mattino che la illuminano magnificamente. Dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel 1992, è il più grande monumento religioso al mondo; a volerlo fu Suryavarman II, sovrano dell’impero khmer dal 1113 al 1150 e fu dedicato originariamente al dio Visnù, ma nel corso del XVI secolo fu riconvertito in un tempio dedicato al Buddhismo Theravada e ancora oggi è abitato da monaci e frequentato da fedeli. Fu costruito in soli quaranta anni perché per volere del sovrano, che come spesso accadeva non l’ha visto terminato, la costruzione iniziò contemporaneamente dai quattro lati. Nella parte alta ci sono le classiche cinque torri disposte a quinconce e i livelli inferiori sono a galleria; quello che stupisce di questo complesso è che, nonostante l’immensità, è ricco di dettagli di ottima fattura. Un esempio sono le tremila e più apsara scolpite in enormi cammei a impreziosire le pareti esterne, e sono tutte una diversa dall’altra; le apsara cambogiane si possono paragonare alle nostre ninfee e fate e durante il periodo di massimo splendore angkoriano, queste ballerine erano incaricate di eseguire danze rituali e accogliere importanti ospiti al palazzo reale. Averle incastonate in gran numero sulle pareti del tempio dimostra lo status di spicco che godevano a quei tempi. Un altro esempio da segnalare è la serie di bassorilievi visibile all’esterno del complesso e che si estende per ben ottocento metri rappresentando eventi storici della Cambogia e racconti inerenti alla mitologia locale. I templi di Angkor sono generalmente rivolti a Est, dove sorge il Sole, dove ha inizio la vita; l'Angkor Wat è invece rivolto a ovest, un punto cardinale solitamente associato alla morte, perciò è opinione comune, oggi, che il tempio avesse la duplice funzione di luogo di culto e mausoleo di Suryavarman II. C’è una nutrita colonia di macachi che ha eletto la propria residenza al limitare della foresta col prato che circonda il complesso; mentre gli adulti si spidocchiano attentamente i piccoli, che sono tanti, giocano all’impazzata dando spettacolo. Mentre ieri abbiamo visitato i templi che sono in quello che è definito l’anello esterno, oggi visiteremo quelli che, come l’Angkor Wat, sono all’interno di questo immaginario anello; essendo le distanze brevi, molti visitatori si spostano in bici tra un sito e l’altro, noi abbiamo scelto di utilizzare i tuk-tuk. A cavallo tra il XII e il XIII secolo, il sovrano Jayavarman VII fece costruire Angkor Thom, Grande Città, sotto forma di città fortificata, in seguito al saccheggio di Angkor per opera dei rivali Cham. È quadrata e circondata da possenti mura alte otto metri e lunghe tredici chilometri, a loro volta protette da un fossato largo cento metri, ancora oggi ricco di acqua; ci sono quattro ingressi, quattro porte monumentali poste al centro di ogni lato e per accedervi si attraversano altrettanti ponti sul canale. Entriamo dalla porta sud attraversando lo spettacolare ponte; ha come balaustre i due soliti serpenti usati per il tiro della fune da decine di demoni, da un lato, e angeli dall’altro. Ormai siamo abituati a questo tipo di balaustra ma qui le dimensioni sono discrete e soprattutto le teste dei tiratori sono quasi tutte… al loro posto e sono tutte diverse le une dalle altre e sono una trentina per lato. A bordo di piccole canoe un gruppo di addetti alla manutenzione sta liberando la superficie del canale dalla lussureggiante vegetazione lacustre; penso sia un lavoro senza fine perché quando avranno terminato il giro… saranno al punto di partenza e meno male che ora non ci sono più i coccodrilli che una volta contribuivano alla difesa della città. Bello il Gopuram con un faccione scolpito alla base della torre che guarda verso l’esterno mentre dalla parte interna c’è un elefante a tre teste che rimanda al dio indù Indra. Il Bayon Temple si trova al centro di Angkor Thom ed è uno tra i più spettacolari templi khmer visti finora; è dedicato al culto del Buddhismo Mahayana. Al primo impatto visivo risaltano i tantissimi torrioni decorati con i volti di Lokeshvara, il Signore della Compassione, l’illuminato dedito ad aiutare le persone che stanno soffrendo per raggiungere… l’illuminazione; difficile contarli ma sembra che i torrioni-santuari a base quadrata siano cinquantaquattro e ognuno di essi ha quattro volti scolpiti, uno per lato, per un totale di 216 volti. Qualcuno si è preso anche la briga di contare le statue di diversa grandezza e fattura e sono 11000 e a queste si aggiungono un chilometro e duecento metri di bassorilievi, una cosa immane. In questi bassorilievi sono raccontate anche scene di guerra ed è curioso vedere come l’esercito marciasse compatto con i guerrieri, vestiti, davanti e i contadini, svestiti, dietro. C’è un gruppo di giovani coreani che sono interessati solo a farsi tra loro foto stile Instagram, tra le rovine e hanno un armamentario di accessori come occhiali e cappellini che cambiano a ogni scatto. Il Baphuon Temple è vicino al Bayon e fu costruito a metà dell'XI secolo, prima che la città di Angkor Thom fosse fondata; nacque come un tempio indù dedicato a Shiva, ma fu convertito in un tempio buddista alla fine del XV secolo. Si presenta come una piramide di arenaria, un tempio montagna che simboleggia il Monte Meru sacro a entrambi i culti. Si raggiunge passando su una passerella sopraelevata, della stessa epoca, lunga circa duecento metri; ci sono cinque livelli tutti d’identica altezza a differenza degli altri templi, dove le dimensioni dei livelli e delle statue diminuiscono, man mano che si sale, per dare l’impressione di una maggiore altezza. Una ripida scalinata porta in cima e permette di costatare, man mano che si sale, che ogni superficie disponibile è coperta con intricate incisioni che includono sia scene di vita reale sia fantasiose, fiori di loto, animali selvatici e cacciatori, figure di Devata e uomini in battaglia oltre ai classici riferimenti mitologici indù. La vita di questo tempio è stata molto travagliata; per cominciare fu costruito su un terreno non adatto a sopportarne il peso tanto che si pensa che, al momento del passaggio dal culto induista a quello buddhista, parte della struttura fosse già franata. Le pietre della parte crollata della struttura sono state utilizzate nella creazione del Buddha sdraiato, sul lato occidentale del secondo livello, che con i suoi settanta metri di lunghezza e nove di altezza è uno dei più grandi del sud-est asiatico. Nel 1960 i francesi iniziarono un massiccio progetto di restauro che prevedeva lo smantellamento del tempio pietra per pietra, tecnica dell’anastilosi, il rafforzamento della fondazione e poi il riassemblaggio della struttura. 300.000 blocchi di pietra furono etichettati e numerati in attesa di essere rimessi insieme. Sfortunatamente, il progetto fu abbandonato quando scoppiò la guerra civile nel 1970, e i piani che identificavano la posizione delle pietre furono distrutti dai Khmer Rossi. Nel 1996 è partino un nuovo progetto che ha dovuto per prima cosa risolvere il grande puzzle tridimensionale; non tutti i pezzi sono andati al loro posto, molti sono stati rifatti ex novo, e si riconoscono perché più chiari, e tutta la foresta circostante è piena di blocchi di arenaria che non hanno trovato… un posto al sole. Terrace of Elephants è una grande terrazza che forse serviva per le cerimonie regali; quello che è interessante è il muro di contenimento. Una parte è decorata con bassorilievi che riproducono elefanti a grandezza naturale con i loro… fantini; in un’altra parte ci sono garuda e leoni in posizione eretta che danno l’impressione di sorreggere la balaustra sovrastante. Completano l’insieme gli elefanti a tre teste che sono scolpiti ai lati delle scale che portano al terrazzo. L’insieme è molto bello. Il Prasat Ta Keo è piccolo, fuori le mura di Angkor Thom ma è importante perché, costruito alla fine del X secolo, è l’antesignano di alcune soluzioni architettoniche poi riprese nelle altre costruzioni Khmer; la struttura piramidale è molto ripida, fu il primo tempio a essere costruito con l’utilizzo di blocchi di arenaria, il secondo livello è delimitato da una galleria perimetrale, i cinque torrioni-santuari, i prasat, sono a pianta crociforme. È possibile salire in cima scalando i gradoni originali senza nessun aiutino e… non è da tutti sia in salita sia, soprattutto, in discesa. Non fu mai terminato e la leggenda narra che il tempio fu colpito da un fulmine e, percepito come presagio negativo, s’interruppero i lavori; più realisticamente questi terminarono perché era morto il sovrano Jayavarman V che l’aveva voluto. Da quando siamo in zona, vediamo di continuo squadre di giardinieri, soprattutto donne, che rasano l’erba a mano, armati di affilati machete; ora abbiamo saputo che il fine ultimo di mantenere costantemente l’erba bassa è quello di tenere lontani i serpenti, anche velenosi, e la cosa stranamente non ci fa sentire più tranquilli. Stiamo girando a bordo di tuk-tuk in quello che è chiamato l’anello interno di Angkor; come succede nelle migliori famiglie, uno di questi mezzi ha bucato. Mentre è andato a riparare lo pneumatico, è stato sostituito da un altro e, una volta a bordo, sono stato positivamente sorpreso dal casco dell’autista, azzurro con la scritta Napoli ben in evidenza. A più di un chilometro dall’Angkor Thom c’è il Ta Promh Temple; dalla strada una scala posticcia aiuta a scavalcare un muro di cinta perché la porta ornamentale è in fase di ristrutturazione. Una squadra d’indiani sta facendo i lavori seguendo le stesse tecniche antiche; infatti, gli scalpellini stanno picchiettando sulle pietre grezze già messe in opera. Un lungo viale sterrato porta al sito; risale alla fine XII secolo ed era un monastero buddhista; ci sono numerose mura e tantissime celle una volta abitate dai monaci, ma quello che stupisce sono gli altissimi ficus strangolatori che con le loro gigantesche radici sono i veri attori in questo scenografico teatro a cielo aperto. C’è ressa in tutti i punti più fotogenici e anche una coppia di sposi ha difficoltà a farsi il proprio book senza intrusi. Il Banteay Kdei Temple fu costruito tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo; sembra piccolo ma non lo è. La pianta è a croce come quello visto ieri, ma non è messo molto bene, è in completa rovina e forse questo lo rende più affascinante assieme alla completa assenza di turisti all’infuori di noi. La destinazione al culto buddhista è confermata dall’arrivo di tre monaci che, dal colore dei loro kesa, si capisce che sono di tre scuole diverse; il più anziano è vestito di giallo, gli altri due uno di rosso e l’altro di violetto. Questo complesso è completamente immerso nella foresta e ormai siamo abituati alle tante radici degli alberi che sono diventate un tutt’uno con le rovine, come ormai siamo abituati al suono di questa foresta; un’inquietante colonna sonora eseguita dai grilli locali. A differenza dei nostri, la somma dei loro canti somiglia al suono dell’allarme di un’auto o alla sirena di un’ambulanza in lontananza che si è persa e non riesce a raggiungere l’ospedale. Approfittando della bella giornata, al calar del sole c’è molta gente nei prati che circondano l’Angkor Wat; non tutti sono turisti stranieri super dotati di macchine fotografiche o device capaci di catturare bellissime immagini. I turisti locali, giovani coppie o grandi famiglie, spesso, per avere un ricordo della loro vacanza, devono affidarsi ai fotografi ambulanti che girano tra la folla con la macchina fotografica ben in vista, ma soprattutto indossano le loro foto da esempio come se fossero dei fratini. È bello vedere come gli impacciati clienti siano messi nel posto giusto e nella giusta posa dagli ambulanti. Ci sono anche molti fotografi professionisti con modelle e modelli che indossano vestiti tipici che posano con il tempio come sfondo, illuminato da una luce meravigliosa. Con la temperatura più mite tantissime scimmiette uscite dalla foresta giocano festanti sul prato sotto lo sguardo attento delle mamme.

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