Grosseto

10 maggio 2024, venerdì
Bandiera UgandaPartenza da Grosseto col treno Regionale delle 7.30 che non è più diretto a Roma, ma finisce a Civitavecchia. Sul Freccia Bianca non si può più prenotare e mi sorpassa a Aurelia. A Roma Trastevere ho il tempo di fare colazione e via a Fiumicino.
Con la scusa del check-in on-line ora c’è più fila per consegnare i bagagli che per altro. L’indicazione del gate è posticipata di dieci minuti in dieci minuti e ora anche il volo è ritardato di quindici minuti, ma penso saranno di più; alla fine esce l'E51 del T3.
L’aereo è un Boeing 737-800 con allestimento da lowcost, non c’è nemmeno la presa usb per caricare il telefonino. C’è almeno un terzo dei posti vuoto; anche oggi posto con uscita di sicurezza. C’è più spazio vitale a disposizione ma anche la responsabilità di aprire il portellino di sicurezza in caso di necessità. Mi è bastato mimare la manovra d’apertura per tranquillizzare lo stuart; per gli altri tre fortunati è stato più difficile.Il volo è il MS 792 dell’Egyptair per il Cairo, dove dovremmo arrivare alle 18.10; tre ore e dieci minuti di volo, considerando che l’Egitto è un’ora avanti a noi.
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Il trattore ci lascia alle 14.20, ora iniziamo a vagare tra le piste con… le nostre gambe; alle 14.35 decolliamo verso il mare. Peccato che dopo una mezz’oretta il cielo sotto di noi si sia annuvolato; in base all’inclinazione del sole siamo diretti all'incirca verso sud est. Buon succo di Guava senza conservanti e zuccheri aggiunti; riso speziato in modo immangiabile per me mentre il brasato è tenero con un buon sapore. Una vaschetta di cuscus con carotine, piselli e ceci. Come dolce nel vassoio c’è una crostatina alla crema di cacao.
O stiamo volando bassi o le nuvole sono alte; sembra di lievitare su di un tappeto innevato.
All’orario previsto d’arrivo, allacciamo le cinture e cominciamo la discesa verso il Cairo; il passaggio tra le nuvole è lungo e accidentato. Più che al Cairo sembra di essere atterrati a Milano con tutte le torri faro accese e sono solo le 18.30.
Giriamo un po’ per lo scalo poi ci fermiamo in mezzo al piazzale; col pullman raggiungiamo l’aerostazione. Per raggiungere la zona delle partenze c’è un desk dedicato dove appongono un timbro sulla carta d’imbarco e ti indicano la strada; dopo pochi metri c’è un omino che controlla che il timbro sia stato apposto e siamo finalmente pronti ad aspettare le 22.20 per il volo per Entebbe.
4484La zona Duty Free è un po’ scarna; cerchiamo la scheda per una macchina fotografica, ma non l’abbiamo trovata.
Quando chiamano il volo, ci dobbiamo sottoporre nuovamente ai controlli di rito; due file, una per i maschietti e una per le femminucce. A differenza di Roma, dobbiamo mettere nella vaschetta tutto, cintola e scarpe comprese, ma lo scanner suona comunque e l’addetto perquisisce manualmente tutti mentre quello che sta al monitor chiacchiera senza prestare la minima attenzione agli oggetti che gli passano davanti. Al controllo della boarding card mi cambiano il posto da 24 a 26H, giusto per ritrovarmi nuovamente sulle uscite di sicurezza.
Volo MS 837 dell’Egyptair; cinque ore di volo con un Boeing 737-800NG, vecchiotto come l’altro ma visto i casini del Max forse è meglio così. Alle 23.35, dopo che il trattore ci ha spostato dal fingher, ci dirigiamo con più di un’ora di ritardo verso la pista di decollo; senza fermarsi accelera e decolliamo alle 23.45.

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Cairo-Entebbe

11 maggio 2024, sabato

7468Cenare dopo la mezzanotte non è il massimo, poi ci si è messo pure un americano dietro di me, non giovane ma tipicamente sovrappeso, che puzza come una capra e ha modificato i profumi delle pietanze…
Alle quattro si accendono le luci e ci allacciamo le cinture; cominciamo a scendere. Fuori è ancora buio pesto.
Prima di atterrare sorvoliamo la capitale ugandese, Kampala; è molto estesa e, a giudicare dalle luci accese, è molto popolata.
Alle 4.30 siamo fermi nel piazzale dell’Entebbe International Airport, tra aerei piccoli e piccolissimi; il nostro Boeing fa una bella figura. Quest’aeroporto è entrato nella storia nel 1976 con l’Operazione Entebbe, quando i corpi speciali israeliani liberarono gli ostaggi di un dirottamento aereo rinchiusi in un hangar ingannando i dirottatori con una Mercedes nera simile a quella dell’allora dittatore ugandese Idi Amin che li appoggiava.
Al controllo passaporti, un omone in divisa lento e assonnato, senza pronunciare parola, ha stampato e incollato con cura un bel visto sul passaporto.
Appena usciti dalla sala del controllo passaporti, abbiamo il primo assaggio del clima caldo umido che, penso, ci accompagnerà per buona parte del viaggio.
I bagagli arrivano subito e tutti e mentre ci avviamo verso l’uscita incappato in un altro controllo dei bagagli a mano e da stiva; ad Antonio trovano il drone che è passato indenne a tutti i controlli da stamattina e se lo trattengono. Potrà ritirarlo quando ripartiremo. Questo divieto non è specificato da nessuna parte ma miracolosamente appare scritto sul cartellone che riporta le cose che non si possono introdurre nel paese che è posto dopo lo scanner; è come mettere il cartello del divieto d’accesso alla fine della strada e non all’inizio.
4432I 4x4 sono molto particolari; sono dei Toyota modificati a mano. Le modifiche sostanziali sono il tettuccio piccolo del guidatore e quello grande dei passeggeri; il primo è incernierato da un lato e si apre a ribalta mentre l’altro si solleva in verticale di una trentina di centimetri e rimane in questa posizione fungendo anche da tendalino. Lo scopo è di poter osservare gli animali selvatici dall’auto in tutta sicurezza; otto posti comodi compreso l’autista, frigo molto utile a queste latitudini ma poco spazio per i bagagli.
Dobbiamo aspettare che gli uffici di cambio aprano nella capitale per cui ne approfittiamo per fare colazione in un locale che sta aprendo in questo momento e il personale è sorpreso di vedere tanti visitatori pallidi a quest’ora mattutina. Anche noi siamo rimasti sorpresi dalle dimensioni dei cornetti e delle razioni in genere. Accettano solo carta credito o moneta locale che ancora non abbiamo.
La guida delle auto è all’inglese; mezzi a due ruote sono la stragrande maggioranza e nonostante l’ora già ci sono degli accenni d’ingorgo.
Dal punto di vista artigianale non passano inosservate le numerose esposizioni di massicci letti di legno massello, degli enormi divani e poltrone di similpelle dai colori improponibili, e dei cancelli di ferro.
A giudicare dall’elevatissimo numero di distributori di carburante presenti, spero di abbandonare prima possibile questa metropoli perché, se tanto mi da tanto, il numero di mezzi in circolazione sarà elevato e, visto le condizioni delle strade, il traffico sarà infernale.
4543Come spesso accade in questi paesi poveri, una delle prime occupazioni mattutine della popolazione, soprattutto femminile, è quella di pulire davanti all’uscio di casa o della propria attività lavorativa.
Assieme a fabbri e falegnami anche la sartoria si fa notare; le macchine da cucito poste solitamente sull’uscio del laboratorio sono introdotte da tanti manichini piazzati sul marciapiede. La cosa curiosa è che in un paese centroafricano i manichini al novanta per cento sono di… carnagione bianca.
Siamo solo da poche ore in questo paese e già bastano a capire che il servizio taxi su brevi distanze si svolge sulle due ruote; le moto, 100 cc con lungo sellino, spesso sono guidate acrobaticamente col tassista seduto sul serbatoio per fare spazio a due o, spesso, tre clienti e qualche bagaglio. Le postazioni di partenza sono all’ombra di qualche albero o di gazebo auto costruiti.
Le impalcature dei palazzi in costruzione sono paurosamente improvvisate, senza una logica costruttiva; sono di legno e non di canne di bambù.
Poliziotti dall’aria severa fermano soprattutto i mezzi sovraccarichi come le due ruote con quattro persone in sella e anche noi; controllano scrupolosamente i documenti e le autorizzazioni a trasportare turisti e gli stop non sono veloci.
È un bel po’ che si cammina e siamo ancora nell’immensa capitale ugandese, Kampala. Abbiamo preferito cambiare i soldi qui in modo da aspettare l’apertura dei cambia valuta in movimento, avvicinandoci alla nostra prima meta giornaliera, lo Ziwa Rhino Sanctuary. Al Grand Imperial Hotel ci sono numerosi box attaccati uno all’altro dove fanno le operazioni di cambio; 3970 shellini ugandesi per un euro.
4647Oltre ad esserci tanti distributori di carburante, la cosa che stupisce è il gran numero di personale che vi lavora; in pratica c’è una ragazza per ogni pompa più quelle all’interno degli shops.
Siamo ormai fuori città ma i posti di blocco della polizia non scarseggiano. La differenza è che mentre in città gli uomini e le donne in divisa possono contare sul traffico per rallentare i veicoli qui si devono ingegnare e hanno escogitato delle chicane delimitate da barre di ferro con chiodi saldati artificialmente che costringono gli autisti a rallentare.
In alcuni punti, dove la strada lo permette, si sono concentrati dei box ristoro nei pressi dei quali le auto e i pullman hanno lo spazio per fermarsi e poi sono letteralmente aggrediti dai ragazzi che fanno la spola tra i venditori di frutta e arrosticini e le auto. È un delirio; è un po’ come al McDrive, quando decidi di comprare un hamburger senza scendere dall’auto in uno dei noti marchi americani, con la differenza che qui sei letteralmente sequestrato in macchina. Comunque la qualità e la varietà dei prodotti offerti valgono il sacrificio.
Sulle strade transitano tanti camion stracarichi di canne da zucchero che in salita sbuffano soffrendo; i mezzi di trasporto pesante sono molto vecchi, pochi e viaggiano sopra le loro possibilità di carico. Basta una buca o uno dei tanti dossi dissuasori non visti a causare gravi danni meccanici ai malconci mezzi.
4656Sono tantissimi i termitai, in questa zona rossi come il terreno, che risaltano a meraviglia sul verde che li circonda; c’è tanto rispetto per questianimaletti tanto da non essere distrutti nemmeno se si trovano a interrompere un marciapiede costruito dopo.
Usciti dall’estesa metropoli, il rifornimento dell’acqua avviene alle pompe a mano che, sfortunatamente per chi si deve approvvigionare, si trovano nei punti più bassi dell’ondulato territorio che stiamo attraversando per cui, all’andata percorrono in discesa la strada con i tipici contenitori di plastica gialla vuoti e in salita con le taniche piene. Fortunatamente c’è molta solidarietà e i poveretti sono aiutati a spingere le bici su cui sono stipate più taniche.
Ci sono piccole chiese lungo la strada e tantissime piccole moschee tutte uguali con un solo piccolo minareto in uno dei quattro spigoli; sembrano costruiti a distanza tale da poter ascoltare le preghiere diffuse dall’altoparlante ovunque uno sia.
Ci sono dei bovini al pascolo che hanno delle corna spropositate; è una razza autoctona chiamata Ankole che è allevata sia per la carne sia per il latte. Una caratteristica locale dei punti vendita di carne è che questa è esposta in un pezzo unico e da questo è tagliata la quantità richiesta dal cliente; ciò è possibile perché non sono richiesti tagli differenti dai bocconcini da cucinare in umido o infilzati allo spiedo.
4723La pubblicità è dipinta sulle pareti esterne delle case e sui muri in genere e questo dona una bella vivacità cromatica ai villaggi che attraversiamo che altrimenti sarebbero smorti.
Dopo duecento chilometri di strada abbastanza buona arriviamo allo Ziwa Rhino Sanctuary; dopo il cocktail di benvenuto paghiamo i quarantacinque dollari a persona. Per evitare distrazioni di soldi, da qualche anno la carta di credito è l’unica forma di pagamento accettata nei parchi. Prima di partire a piedi alla ricerca di questi animaletti, il ranger armato che ci accompagnerà ci spiega, in un esauriente briefing iniziale, le regole di comportamento da rispettare una volta trovati i rinoceronti e quelle di emergenza, nel caso che l’animale s’innervosisca. In questo caso bisogna correre dietro a un grosso albero e, se si è in grado di salire per oltre due metri bene altrimenti desistere perché sotto questa misura il rinoceronte riesce tranquillamente a incornare lo sfortunato turista; valida alternativa è rifugiarsi dietro una siepe e restare fermi perché i rinoceronti hanno la vista laterale e non vedono davanti a loro.
Troviamo subito una bella famiglia che pascola tranquilla, poi il cucciolo si butta a terra all’ombra di un’acacia e il padre e la madre lo imitano. Siamo molto vicini, riusciamo a sentirne il respiro; emozionante. Sono rinoceronti bianchi, bianchi non per il manto che è grigio come gli altri ma per le labbra che li differenzia dagli altri.
Alcuni hanno sul groppone dei neri corvacci che dovrebbero ripulirli dai parassiti ma che in questo momento gracchiano a più non posso con i loro becchi rossi.
4840Dobbiamo raggiungere l’Heritage Safari Lodge per la notte; la strada migliore è quella che attraversa il Murchison Falls National Park ma questo comporta il pagamento di 50 dollari a testa più il veicolo. Optiamo per l’aggiramento ma ci troviamo su di una strada piena di buche e tratti in rifacimento. Il complesso si trova su un’ansa del Nilo Bianco, non lontano dal Lake Albert di cui è l’emissario; arriviamo poco dopo il tramonto e la prima cosa che ci dice il gestore del complesso è di non avvicinarci alla riva perché è ora di cena per i coccodrilli.

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Murchison Falls National Park

13 maggio 2024, lunedì

5184Oggi giornata di trasferimento. Ai bordi della strada tanti giovani di ambo sesso vanno verso il lavoro… agricolo con il machete in equilibrio in testa.
Il nostro resort è ai margini del parco e la sorpresa è stata tanta quando ci siamo trovati un elefante che tranquillamente pascola a bordo strada nel suo tranquillo incedere verso il suo punto abituale di abbeveraggio.
Sorpassata la lunga colonna di camion, entriamo nel parco e siamo subito accolti da due splendide giraffe che sul ciglio della strada attendono tranquille il loro turno per attraversare; è uno spettacolo viaggiare su questa strada con animali selvatici che fanno la loro vita tranquilla di tutti i giorni.
Usciamo dal parco entro le ventiquattro ore dall’emissione dei biglietti fatti ieri mattina; gli autisti devono segnare un bel po’ di dati su un librone passatogli dalla guardia. Speriamo di non sforare sui tempi per questioni burocratiche.
Ci fermiamo nel villaggio di Wanseko che si trova lungo la statale che stiamo percorrendo; siamo sul delta del Victoria Nile, sul Lago Albert. Pochi chilometri più a nord si diparte il White Nile che porterà le acque di questo lago… nel Mediterraneo, tra qualche migliaio di chilometri.
5311In men che non si dica, tutti i bambini di questo villaggio sono intorno a noi e ci seguono mentre visitiamo il villaggio; non passiamo inosservati. Un primo mercato è quasi nascosto dallo sterrato principale del villaggio; i box di vendita, anche se fatti di assi di legno di risulta, assemblati alla meglio, seguono tutti lo stesso stile costruttivo. Hanno la forma a U e i venditori sono in piedi nella parte centrale con la merce esposta sui tre lati ad altezza… d’uomo; in caso di pioggia, il venditore e la merce sono protetti da un telo che ripara anche dal sole. I prodotti ortofrutticoli esposti non sono tanti ma molti sono i punti vendita e scarso è lo spazio lasciato ai clienti per passare tra i box.
Non devono essere tanti i visi pallidi come noi che si fermano in questo villaggio; i bambini piccoli sono rapiti dalla nostra presenza, ci guardano stupiti e curiosi ma scappano via in lacrime appena incroci il loro sguardo.
In uno slargo, vicino alla riva, dei carpentieri sono al lavoro per riparare un paio di barche che per l’occasione sono capovolte a chiglia all’insù. Un vicino scivolo fangoso permette alle barche che arrivano di scaricare a terra il pescato e le attrezzature di pesca, reti comprese, e alle persone di scendere in acqua per bagnarsi, lavare e soprattutto rifornirsi d’acqua riempiendo le ormai classiche taniche gialle. La cosa che mi stupisce è che riempiano i recipienti proprio qui dove, a causa degli svariati usi, l’acqua è più torbida mentre spostandosi di qualche decina di metri, potrebbero riempire le taniche con acqua più limpida.
Bella la famigliola che lascia carica il punto di rifornimento in fila indiana aperta dal bambino piccolissimo che regge in testa una bottiglia d’acqua da un litro e chiusa dalla madre con la tanica gialla da una trentina di litri sempre in testa come le due piccole sorelle mezzane che sorreggono tanichette da una quindicina di litri.
5585Sempre nell’area di questo slargo, all’ombra della chioma di un albero, delle donne animano un mercato, dall’aria improvvisata, dove vendono pesci di diversa taglia forse da poco pescati dai loro uomini.
I macellai hanno piccoli box di legno malconci cui appendono un grosso pezzo di carne, che può essere anche un quarto di manzo, e quando arriva il cliente ne taglia la quantità richiesta. Non ha pezzi già tagliati; infatti, verso sera i grossi quarti mattutini si sono notevolmente ridotti.
I prestatori d’opera contadina vanno a lavoro con i propri attrezzi; stamattina li ho visti col machete in testa ora in tre hanno la zappetta perfettamente in equilibrio sulla testa.
Piccolissime fornaci sono sparse un po’ qua e un po’ la; la sensazione è che non sono le classiche fornaci in cui sono cotti i mattoni che prima sono stati un po’ al sole ad asciugarsi ma che siano gli stessi impilati in modo tale da lasciare uno spazio interno in cui accendere un fuoco che cuoce poi tutta la pila. A dimostrazione di ciò si vedono camioncini caricare sul cassone l’intera… fornace.
I segnali stradali di attenzione, nei pressi delle scuole, da noi riproducono due bambini che corrono tenendosi per mano; a questi, qui si aggiungono quelli che indicano un uomo adulto col bambino per mano.
Di ritorno dai campi ci sono anche tanti bambini, con le loro zappette, che hanno aiutato i genitori al lavoro.
5720I tavoli da biliardo sono molto diffusi nei piccoli villaggi; sono di solito all’esterno, coperti da una tettoia poco più grande; sono abbastanza frequentati, anche se i sostegni della copertura inibiscono alcuni colpi di stecca.
Ci fermiamo a un mercato coperto; ne abbiamo visti molti e hanno quasi tutti una struttura simile. Sono in muratura, non grandi, a pianta quadrata con la corte interna a cielo aperto riservata agli alimentari, carne e pesce compresi, e due piani con negozi che si affacciano sul cortile, quelli del piano terra, e sul ballatoio interno, quelli del primo piano in cui c’è di tutto, stoffe e sarti compresi.
Fa un certo effetto vedere un macellaio che vende solo scarti di macellazione con le zampe ancora con gli zoccoli ordinatamente appoggiati al muro, una accanto all’altra, le frattaglie appese e polmone, cuore e fegato sul banco.

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Murchison Falls National Park

12 maggio 2024, domenica

5019Nella mattinata facciamo un game drive nel Murchison Falls National Park con i nostri fuoristrada; per l’occasione gli autisti hanno aperto il tetto in modo da poter osservare e fotografare gli animali in tutta sicurezza stando in piedi all’interno del mezzo.
All’ingresso tanti camion sono in fila alla biglietteria; è una delle contraddizioni dell’Africa dove una grande arteria passa dentro il parco. Gli autisti per passare devono pagare 50 dollari a persona come noi più una quota per il mezzo. Per troncare le azioni fraudolente dei dipendenti che s’intascavano parte degli incassi, ora per l’ingresso ai parchi si può pagare solo con carta di credito. Perdiamo un po’ di tempo perché stamattina il pos non accetta i dollari; alla seconda carta, l’addetta prova con gli shellini e il pagamento va in porto. Questo piccolo ritardo non ci dispiace perché il biglietto è valido ventiquattro ore e noi domani lo sfrutteremo per transitare gratis.
Siamo accolti da molti facoceri dalle zanne lunghe e soprattutto da tante specie di antilopi; come ieri i rinoceronti erano… cavalcati dai corvi dal becco rosso che li ripulivano dai parassiti, anche i facoceri qui sono attenzionati da uccelli simili ma dal becco e zampe nere. Bella la famiglia di elefanti, padre, madre e cucciolo; dopo un po’ i due genitori si sono adombrati e prima hanno fatto quadrato intorno al piccolo e poi hanno provato a caricare. Solo quando andiamo via, ci accorgiamo che un altro giovane membro della famiglia ci sta attaccando alle spalle. Fuga impietosa.
5074Il bello di questo posto è che essendo la fine della stagione delle piogge l’erba è verde e rigogliosa e non avevo mai visto questi animali in questa location poco… secca. I Kobus kob, detti anche antilopi d’acqua, con il loro mantello nocciola brillante contrastano a meraviglia col verde dell’erba alta; le femmine non hanno le corna a differenza dei maschi che le hanno a forma di esse, proiettate verso la nuca. Sono di taglia importante e ci guardano incuriositi senza scappare.
Stesso colore ma più piccole e aggraziate sono gli oribi, Ourebia ourebi; anche queste femmine non hanno le corna mentre quelle dei maschi sono piccole, dritte, rivolte verso l’alto.
L’alcefalo, Alcelaphus buselaphus, in questa zona ha un manto color nocciola rossastro dal pelo cortissimo che lo fa brillare; è grandicello, massiccio, diffidente nei nostri confronti ed entrambi i sessi sono forniti di corna a forma di esse con le punte rivolte verso la schiena.
È sempre bello vedere specie diverse che condividono da buoni amici piccoli fazzoletti di pascolo rigoglioso; siamo fermi davanti a facoceri e alcefali e, poco distanti, a stento emergono dall’erba alta le piccole antilopi chiamate raficeri, Raphicerus campestris, in Afrikaans steenbok. Hanno il manto color nocciola, il musino nero, una simpatica cornice bianca intorno agli occhi, piccole corna dritte nei maschi e venature bianche all’interno delle grosse orecchie che le fanno somigliare a foglie.
5240Tra i volatili, fa sempre la sua bella figura la grossa faraona che razzola in compagnia; di dimensioni enormi è il bucorvo abissino, Bucorvus abyssinicus, nero con un grosso gozzo rosso brillante. Il becco nero è importante, gli occhi sono sproporzionatamente grandi, sporgenti e cerchiati d’azzurro e, a completare l’aspetto mostruoso, una cresta nera callosa che finisce sul becco, tipico dei buceri. Un giovane falco giocoliere, Terathopius ecaudatus, sorpreso a terra accanto a un termitaio non si scompone minimamente; al contrario dei genitori, ha le penne color marroncino e il becco e le zampe verdastre che gli donano un aspetto bello ma inquietante.
Per venti dollari una guardia del parco ci guida in modo truffaldino verso una famiglia di leoni che riposano ai piedi di un cespuglio fuori dalle rotte più battute del parco. Una femmina ha il collare col gps; un’esperienza emozionante ma senza la mancia non li avremmo mai visti.
Anche le goffe giraffe fanno la loro bella figura assieme alle discrete varietà di antilopi e alle numerose mandrie di bufali che si sono accaparrati tutti gli acquitrini fangosi in cui giacciono felici tra una brucata e l’altra..
Ci dirigiamo ora verso il Victoria Nile, sempre all’interno del parco, che è immissario del Lago Albert da cui poi l’acqua esce come White Nile; ci imbarchiamo su di un battello a due piani a chiglia piatta spinto da due motori fuoribordo da 100 cavalli ciascuno.
5311A pochi metri dal punto d’imbarco c’è, perfettamente mimetizzato nel canneto, un bellissimo esemplare di tarabuso, Botaurus stellaris, detto anche Airone stellato; il canneto è la sua casa, dove vive, nidifica e caccia. Non è di grandi dimensioni ed è difficilissimo vederlo, anche se stiamo a pochi metri.
Navigando controcorrente, la guida ci indica il primo gruppo d’ippopotami; nonostante la stazza sono difficili da vedere perché sono quasi sempre in acqua e quando sono in emersione, si vedono solo orecchie, occhi e narici. Quando emergono, spesso spruzzano in aria l’acqua come le balene; simpaticissime quando smuovono le orecchie per liberarle dall’acqua. In acqua assumono un colore rossastro.
Contrariamente agli ippopotami i coccodrilli sono tutti a terra, al sole e con la bocca aperta; sono difficilissimi da vedere anche quando qualcuno te li indica.
Immobile a riva, un airone golia, Ardea goliath, da sfoggio della sua elegante imponenza e bellezza; il piumaggio è grigio cenere mentre testa, collo e ventre sono di un rosso tenue. Sembra sia il più grosso tra gli aironi, da qui il nome, ma sempre elegante; davvero bello da vedere.
Appollaiato sul ramo secco di un albero che si proietta sull’acqua, c’è un martin pescatore bianco e nero, Ceryle rudis; piccolo e concentrato, pronto a piombare su qualche ignaro pesciolino che gli passa sotto.
I rami secchi e spinosi di una ormai defunta acacia sono stati scelti dagli uccelli tessitori per costruire i loro nidi, singoli ma tutti vicini gli uni agli altri. Un altro spettacolo della natura.
In una verdeggiante radura ai margini del fiume ammiriamo un bel quadretto composto di elefanti e bufali a terra e ippopotami in acqua.
5343Su un mucchio di detriti vegetali secchi due graziose jacane africane, Actophilornis africanus, zampettano vispe in cerca di cibo; di piccola taglia hanno le zampe come quelle delle gru, le penne del corpo sono di colore castano che si schiarisce fino al giallo della base del collo che è invece di colore bianco. Una striscia nera sottile percorre tutto il dorso del collo fino alla testa, dove si biforca in due linee che raggiungono il becco inglobando gli occhi; il becco affusolato blu completa l’opera con un risultato spettacolare.
Assistiamo al goffo atterraggio e al successivo decollo di un’oca egiziana, Alopochen aegyptiaca; sarebbe un’anatra ma gli è stato dato il nome di oca perché predilige stare a terra e non in acqua. Era considerata sacra nell’antico Egitto, finendo raffigurata in ogni sorta di opera d’arte dell’epoca e questo ne ha fatto oggetto di commercio verso l’occidente, finendo in zoo e ville private. Così, pur essendo tipica della valle del Nilo, oggi ci sono tantissime popolazioni rinselvatichite originate da esemplari sfuggiti alle gabbie sparse in tutto il mondo, anche oltre oceano.
Un altro volatile bellissimo che affianca gli aironi sia per dimensioni sia per bellezza, a riva o sui rami degli alberi, è il darter africano, Anhinga rufa; le penne del corpo sono scure col collo nocciola. Si nutre come il cormorano tuffandosi in acqua ma non avendo uno strato impermeabile è costretto a passare molto tempo ad asciugarsi ad ali spiegate. È soprannominato uccello serpente perché quando riemerge con la preda nel becco, nuota con il corpo completamente immerso nell’acqua e si vedono solo il lungo collo e la piccola testa.
5453Navighiamo fin quasi sotto le Murchison Falls, non troppo perché l’acqua è abbastanza impetuosa, poi invertiamo la rotta per tornare al punto d’imbarco. Stranamente i coccodrilli, mentre all’andata rimanevano nella loro posizione a terra, ora non si fanno avvicinare e scivolano sinuosi in acqua.
Con i fuoristrada saliamo al Top of the falls da dove si dipartono un po’ di sentieri che permettono di ammirare da vicino e da ogni angolazione questa imponente massa d’acqua che spettacolarmente compie un salto di una cinquantina di metri; giusto per fare un confronto, il fiume Velino, che alimenta le cascate delle Marmore, ha una portata media di 15 metri cubi al secondo mentre qui il Victoria Nile arriva a 300. In alcuni punti è impossibile non bagnarsi per gli schizzi d’acqua che ti avvolgono completamente.
Siamo quasi al tramonto e in base alle semplici regole delle Giovani Marmotte in base alla posizione del Sole l’acqua in questo punto scorre verso sud mentre l’Egitto è chiaramente dalla parte opposta; un ottimo arcano che ci ha impegnato un bel po’ per trovare la soluzione. Comunque è incredibile pensare che se in questo momento lanciassimo in acqua la classica bottiglia con messaggio all’interno potremmo trovarcela sulle nostre spiagge italiane tra qualche tempo e tanta fortuna dopo migliaia di chilometri di navigazione.
Dopo cena assistiamo allo spettacolare tramonto della luna a barchetta sulle acque del Nilo Bianco che bagna il nostro Heritage; ricordando le parole del gestore resistiamo alla tentazione di scendere in riva al fiume.

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Fort Portal

14 maggio 2024, martedì

Stamattina ci alziamo presto per raggiungere il Kibale National Park dove faremo un trek che speriamo ci permetta di vedere gli Scimpanzé.
Facciamo un breve briefing, dove ci spiegano come comportarci una volta avvistati i primati; saremo divisi in due gruppi da sei ognuno, ognuno accompagnato da tre guardie armate. Ci tengono a precisare che le armi sono usate solo in caso di estremo pericolo e comunque le guardie spareranno in aria per cui non dobbiamo preoccuparci ora o spaventarci dopo se sentiamo i colpi.
Il criterio di divisione è in base alle nostre prestazioni fisiche, ossia un gruppo veloce e uno lento; ci fermiamo in punti diversi della strada che si snoda all’interno del parco, ma comicamente convergiamo poi tutti verso la stessa famiglia di scimpanzé creando un po’ d’affollamento.
In fase di briefing si erano raccomandati di non fare il verso ai primati, poi vediamo che la guardia lo fa e ci dirigiamo nella direzione delle risposte. La guardia che ci guida è molto frenetica; in base ai richiami corre veloce verso una direzione poi si ferma e riparte da un’altra parte; in tutto questo è anche in collegamento telefonico con altri colleghi. È difficile stargli dietro ma alla fine siamo noi a vedere per primi il primo scimpanzé e a richiamare la guardia che andava per la sua strada.
Indossiamo la mascherina, poi è un crescendo di emozioni; sguardi, gesti, espressioni, indifferenza, arrabbiature improvvise. Alla fine ci avviciniamo in modo incredibile a queste bestioline che ci somigliano incredibilmente nei modi di fare, nella gestualità, negli sguardi. Davvero emozionante aldilà del fatto che condividiamo con loro il 98,6% del DNA.
Nel pomeriggio è previsto un trek al Top of the world; un titolo alquanto impegnativo che genera tante aspettative ma… non mi faccio illusioni. Al punto prestabilito, all’attacco del sentiero, troviamo la guida ad attenderci che comincia a parlare, parlare, parlare… alla fine scopriamo che sta prendendo tempo nell’attesa del militare armato che dovrà scortarci. In questi pochi giorni ho capito che qui tengono molto all’incolumità dei turisti e lungo il sentiero che percorreremo, sembra ci siano degli ippopotami poco propensi a cedere il passo.
Nell’attesa tutti i bambini e i ragazzini del vicinato sono arrivati qua e tra la timidezza e la curiosità dei tanti e la sfrontatezza di un piccolino passiamo allegramente il tempo d’attesa mentre la guida continua a parlare ormai da solo.
La guardia armata arriva con un moto taxi e partiamo; è giovane e aitante e comincia subito a fare il filo a una altrettanto giovane parrucchiera a domicilio che troviamo a operare all’ombra dei banani.
Oltre a essere giovane, questo ragazzo armato, è anche inesperto; quando mi mostro interessato al suo fucile mitragliatore, lui, senza esitazione, toglie il caricatore e me lo passa, senza però togliere l’eventuale colpo in canna. La non osservanza di quest’operazione basilare, che può sembrare superflua, è la causa principale degli incidenti con le armi da fuoco.
Il sentiero che percorriamo è abbastanza tortuoso, con continui sali e scendi che rispecchiano il territorio collinare che stiamo attraversando; intorno a noi vediamo principalmente banani, tè e caffè e, su qualche parete disboscata, le arachidi sono ancora indietro nel processo di maturazione.
Due ragazzine, senza dire una parola, ci illustrano in modo pratico tutto il percorso che compiono le bacche del caffè dall’essiccazione post raccolto alla tostatura dei chicchi estratti con l’aiuto di un tronchetto trasformato in mortaio; segue un’ottima degustazione e conseguente vendita dei prodotti finiti.
Dopo un paio d’ore di cammino, con l’ultimo tratto in importante salita, raggiungiamo un pianoro dal quale si ammirano un paio di laghetti sotto di noi; non sono grandi, sono circondati da una rigogliosa vegetazione e sono solo alcuni delle decine che stanno in questa zona. Sono crateri che si sono formati non molto tempo fa, 2000 anni circa prima di Cristo, a seguito di una violenta attività vulcanica e ora sono pieni d’acqua a formare i Crater Lakes; hanno forme e altitudini diverse ma sono accumunati dalla quiete e dalla serenità che ti trasmettono.
Finiamo il trek passando da una piantagione di caffè con le bacche quasi pronte per la raccolta; un ragazzo ci offre un goccio di distillato di banane che qui chiamano gin. Non è male e visto che nella nostra dispensa mancano i superalcolici, decidiamo di comprarne un po’ per allietare le prossime serate.

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