Addis Abeba
Sabato, 4 febbraio 2012
L’aeroporto è modestissimo; una signora con calma olimpica sta spazzando il pavimento. Occorre fare il visto d’ingresso, €17; ci sono tre addetti che tra penne, carta carbone e moduli che si passano tra loro ci fanno perdere quasi un’ora. Nell’attesa cominciamo a effettuare qualche cambio; 1 Euro per 22,68 Birr. Il problema è che man mano che andiamo a cambiare finiscono i soldi così riusciamo a cambiare sempre di meno; all’uscita c’è un altro ufficio di cambio dove una impiegata compila moduli su una scrivania piena di banconote di varie nazionalità sparse in modo disordinato. Alla fine anche lei finisce i soldi col risultato che non siamo riusciti a cambiare la quantità di euro che avevamo programmato, non abbiamo sufficienti banconote di piccolo taglio che ci serviranno nel sud dell’Etiopia dove siamo diretti e… domani le banche sono chiuse.
F
uori ad attenderci c’è un ragazzo con un mini bus che ci accompagnerà all’hotel Taitu. E’ notte fonda ma c’è ancora molta gente in giro sia dentro che fuori dell’aeroporto; un gruppo di ubriachi ci aiuta a forza a mettere i bagagli nel piccolo mezzo e logicamente dopo pretendono una mancia. Dopo aver girovagato per un po’ dall’aeroporto alla periferia della città tra un parco macchine non dei migliori entriamo in un quartiere molto frequentato; diversi locali sono aperti e il colore predominante dell’illuminazione interna ed esterna di questi è il rosso… A pochi isolati c’è il nostro albergo con guardia in divisa al cancello; dire che è scalcagnato è fargli un complimento. La struttura è valida; con un minimo di manutenzione e pulizia sarebbe ottimo per lo standard medio basso.
Facciamo colazione nella struttura accanto al nostro albergo, una struttura che ha conosciuto tempi migliori e che di quei tempi conserva un certo fascino. Assaggiata la injera, una sfoglia farinacea che accompagna tutti i piatti etiopi; sapore molto forte e speziato con una punta di acidità. Andrà riprovata in associazione ad altre pietanze perché da solo è assolutamente improponibile. Il succo di papaia è purea pura al 100%; ottima. Le pizzette calde sarebbero perfette se il pomodoro non fosse leggermente acido.
Con due fuoristrada Toyota partiamo in direzione sud; con la luce del giorno vediamo che l’albergo era situato nella periferia della città, una periferia stile baraccopoli con gli ubriachi che ancora stanno smaltendo la sbornia di ieri sera dormendo beatamente nelle rotonde o sui marciapiedi. Come d’incanto, girato l’angolo, protetto da decine di poliziotti privati c’è l’Hotel Hilton.
Oggi è una non ben precisata festa nazionale e le banche sono chiuse; unico modo per cambiare è provare all’Hilton. Metal detector all’ingresso stile aeroporto ma in questo grande albergo non ci sono banconote di piccolo taglio che a noi serviranno nel sud del paese.
Facciamo un po’ di provviste in un negozio che vende di tutto… tranne lo zucchero che è finito. Un commesso ci ha seguiti passo passo reggendo i cestini che noi pian piano riempiamo indicandoci la dislocazione di ciò che cerchiamo e alla fine ha caricato il tutto in macchina. Meno
disponibile è stata la cassiera che a dispetto dei numerosi mazzetti di banconote da 1 birr ben in vista, su nostra specifica richiesta si è rifiutata di scambiarceli dandoceli come resto il minimo indispensabile.
Fuori del negozio un anziano signore seduto su di un appoggio di fortuna con il suo vissuto cordless funge da Posto Telefonico Pubblico con tanto di tariffe attaccate al vicino portone; accanto a lui una signora di mezza età maneggia con disinvoltura mazzette di banconote…
Ci fermiamo in un vicoletto scalcagnato e puzzolente dove finalmente possiamo scambiare al nero una banconota da 100 birr con altrettante banconote… scalcagnate e puzzolenti da un birr.
La strada verso sud è trafficata soprattutto da bus moderatamente pittoreschi e dal parco taxi bianchi e blu formati da minibus, auto e rickshaw. Finita la città i mezzi a motore, tranne i bus, lasciano il posto agli animali da soma per le merci e ai calessi per le persone. Alcuni somarelli scompaiono sotto incredibili carichi di paglia mentre altri hanno un basto sagomato per ottimizzare il trasporto di taniche di plastica gialla per l’acqua; molti sono quelli che trasportano tronchetti di legno.
Tra le bestie da soma i più temuti concorrenti dei ciuchi sono… le donne che vediamo trasportare di tutto e di più. Anche nei campi le donne si danno da fare; in questo periodo il lavoro ruota intorno al sorgo, un cereale autoctono che ora è in piena maturazione. Sono pochi i campi in cui non è stato ancora mietuto; lo si vede nella aie dove, con l’aiuto di gruppi di buoi guidati da donne o bambini che lo calpestano, viene effettuata la battitura del cereale. L’immediata conseguenza di questa operazione sono gli animali da soma e le donne che trasportano sacchi di granaglie o paglia dai punti di produzione a quelli di stoccaggio.
Col sorgo viene prodotta artigianalmente anche una birra; fuori delle case dove è prodotta e soprattutto venduto questo fermentato è esposto in bella vista un bicchiere poggiato su di un bastone piantato in terra. Questo cereale molto usato in Africa è praticamente snobbato in occidente; è usato prevalentemente come mangime per animali anche se è stato appurato che ha un alto contenuto di componenti anti cancro e, cosa ancora più importante, è tollerato dai celiaci.
Siamo ormai lontani dalla capitale, la strada attraversa un terreno collinare più o meno coltivato; le case sono tutte di legno e fango. I tucul a pianta circolare e tetto conico la fanno da padroni; prima viene costruita la parete circolare con un’intelaiatura di pali di legno conficcati nel terreno del diametro di una decina di centimetri che poi vengono intrecciati con legni più fini e flessibili come se fosse un enorme canestro di vimini. La seconda fase consiste nella messa in opera della porta e delle finestre. Al centro del tucul è stato piantato a terra un palo più alto delle pareti; la punta superiore viene sagomata per una trentina di centimetri in modo da ridurne il diametro e permettere l’inserimento di un disco di legno forato al centro che si blocca dove il diametro non è stato ridotto. Questo disco di legno in alto e la parte superiore della parete fanno da punto d’appoggio per i legni che formano l’ossatura del tetto come le stecche di un ombrello; anche questi vengono intrecciati con legni fini e flessibili in modo da dare resistenza alla struttura e poi ricoperti di paglia per l’impermeabilizzazione. A questo punto si completa l’opera con l’intonaco alle pareti; si usa fango impastato a paglia e si comincia dall’interno per finire con l’esterno. Alcune sono dipinte mentre la maggior parte resta color… fango. Le aie sono pulite e delimitate da recinti ben curati fatti da tronchetti, frasche o canne o un mix di questi.
I cigli della strada sono puliti sia per merito di bovini e caprini che brucano l’erba sia per merito dei ragazzini che governano questi animali che con il machete tagliano i tronchetti di legno e li accatastano per venderli sul ciglio della strada stesso.
In giro si vedono pochi cavalli; evidentemente costano molto. I pochi visti cavalcare hanno tutti un’andatura fiera e autoritaria. In alcune zone che attraversiamo, ben delimitate, le porte d’ingresso delle case sono decorate con disegni e colori fantasiosi.
La strada è buona con una corsia per senso di marcia; il tutto abbastanza larga. Negli incroci con strade che partono verso l’interno e che dall’interno riversano sulla strada principale tantissime persone bisognose o vogliose di viaggiare si è creata un’economia di piccole botteghe che vendono generi alimentari, che si occupano di ristorazione o di riparazione di veicoli a motore e non. Il tutto crea un via vai di persone, animali e veicoli a motori concentrato in questi posti variopinti e animati.
Ci fermiamo in uno di questi assembramenti a mangiare qualcosa. Subito vieni circondato da venditrici e bambini; tra questi ultimi i maschietti giocano prevalentemente con una palla di pezza e basta fare due palleggi con loro per farteli amici. Per loro sei you che senti ripetere in continuazione fino all’esasperazione.
In un grosso villaggio che attraversiamo, oggi deve essere stato giorno di mercato perché, sono le cinque del pomeriggio, notiamo lungo il ciglio della strada una colonna fitta di persone e animali carichi di mercanzia che si allontanano a passo svelto dal villaggio nei due sensi. Tra queste persone tante donne con prole in spalla e pacchi o ceste in testa.
L’asfalto come d’incanto sparisce e ci troviamo in un gigantesco polverone: siamo arrivati a Jimma. Nel primo albergo dove ci fermiamo fervono i preparativi per la cena di un matrimonio; gli ospiti arrivano alla spicciolata dalla polvere della strada. Le donne vestono di bianco, cosa inusuale dalle nostre parti. Mentre si contratta con il manager per le camere già viste, alla reception le danno via; erano le ultime e restiamo a piedi!!!
Andiamo in un altro hotel; tanti tavolini all’aperto, musica a tutto spiano e tanti giovani a bere e chiacchierare. Il manager simpatico e voglioso si da da fare per trovarci una sistemazione; alcune camere non sono un granché ma non possiamo lamentarci. Anche qui come ieri fa rabbia vedere una buona struttura andare in malora per l’assoluta mancanza di manutenzione.
Ceniamo nel ristorante dell’albergo; c’è molta gente e la maggior parte di questa sta guardando una partita di calcio della Coppa d’Africa. La luce, come nelle camere, è fioca. A prendere le ordinazioni è ancora il simpatico manager che cerca in tutti i modi un punto d’incontro tra le pietanze sul menù e i nostri voleri. Ottimo il lamb accompagnato dalla injera che, mangiato nel giusto modo, è buono. L’agnello è molto speziato e la injera ha un tocco di acidità; entrambi sono difficili da mangiare da soli mentre in combinazione incredibilmente i sapori forti si smorzano e il piatto diventa mangiabilissimo.