Tum

Martedì, 7 febbraio 2012

Partiamo, o cerchiamo di partire prima possibile; oggi è previsto uno dei trek più lunghi e più duri e alla meta c’è un mercato per cui abbiamo tutta l’intenzione di arrivare prima possibile. La nostra guida che all’alba era già al campo, ora che siamo pronti a partire è sparita; tra l’altro è nostra intenzione sfruttare le prime ore del mattino più fresche a discapito di quelle centrali della giornata che, come abbiamo avuto modo di notare in questi giorni, sono… caldine. Alle nostre rimostranze un tam tam parte dal campo e arriva di sicuro a destino perché a stretto giro di posta il tam tam ritorna con la notizia che la guida sta arrivando, come in effetti è.
Il primo tratto di trek si sviluppa lungo il tracciato della nuova strada che stanno costruendo; fortunatamente dopo pochi chilometri di salita lasciamo la strada polverosa ed entriamo nel bosco non prima d’aver attraversato il cantiere formato da manodopera locale, molta femminile, e dal capomastro orientale, cinese o giapponese, che stoicamente è seduto in un cantuccio, unico con scarponcini di sicurezza ai piedi e casco giallo in testa.
La stradina nella foresta altro non è che una mulattiera che noi percorriamo in salita; sono tante le farfalle di tutte le dimensioni, forme e colori che vediamo svolazzare o concentrarsi a bere vicino a piccole pozze d’acqua. In alcuni punti la stradina è talmente stretta e ripida che gli incroci con altre persone sono difficoltosi specie se di fronte hai donne con bimbo in spalla e fagotto in testa. Tra gli alberi fa capolino qualche scimmia bianca e nera, ma sono rare apparizioni. In cima al passo siamo intorno ai 2000 metri d’altezza; davanti a noi si apre una vasta valle. E’ una valle viva con piccoli appezzamenti coltivati e il resto a pascolo; ci sono ancora alcuni quadri di terra con il sorgo da mietere ma sono una esigua minoranza rispetto ai campi mietuti. In questi ultimi si sta cominciando l’aratura; nei piccoli appezzamenti con una coppia di buoi e aratro di legno mentre in quelli più grandi si vedono fino a tre coppie lavorare contemporaneamente.
Arrivati a valle attraversiamo un torrente non prima d’esserci adeguatamente rinfrescati; siamo tra i 1000 e i 2000 metri ma il caldo si fa sentire anche perché, quando siamo in cammino, il passo è svelto per poter arrivare in tempo al mercato. La nostra guida, Mannaie, ha l’aria svogliata e col fatto che chiede in continuazione la strada alle persone che incrociamo non ci infonde molta fiducia; come se non bastasse ogni volta che gli chiediamo quanto manca alla meta ci da dati contrastanti.
Dall’attraversamento del torrente è tutto un saliscendi… più sali che scendi. A un certo punto cominciamo a sentire violenti colpi; sono due taglialegna che hanno abbattuto un grosso eucalipto e ora con strumenti simili a clave di legno stanno dando colpi da orbi a uno scalpello di ferro conficcato nel legno con lo scopo di sezionare il tronco per lungo.
A circa 2400 metri d’altezza ci troviamo nel bel mezzo di una… discarica; seppur piccola e insignificante rispetto alle nostre è pur sempre una discarica e la cosa non ci rallegra molto. Subito dopo le prime case, le prime persone… la strada in costruzione… siamo arrivati a Maji. Ci avevano detto che il massimo del mercato si aveva nel primo pomeriggio ma, passato da poco mezzogiorno, ci aspettavamo di trovare già tanta gente; invece nel piccolo villaggio non si vede niente che possa assomigliare a un mercato. Chiediamo in giro e ci indicano un punto della strada dove si intravedono una cinquantina di persone; scopriamo che il mercato è pomeridiano e che siamo arrivati addirittura in tempo per… l’apertura.
In ordine temporale i primi punti vendita sono tutti dedicati all’alcol; decine di donne più o meno giovani sono sedute una accanto all’altra ai due lati della stradina che porta all’interno del villaggio e a un lato della strada in costruzione. Sono tutte di etnia Dizi, la popolazione che stanzia in questo lembo di terra così come a Tum da dove proveniamo e di cui è formata la nostra squadra logistica che conta guida, portatori, mulattieri e guardie armate.
Le venditrici hanno una bottiglia davanti a loro con sopra un bicchierino o una tazzina e dietro una latta gialla piena di distillato; i compratori, quasi tutti di etnia Surma, si accovacciano davanti alle venditrici, assaggiano il prodotto contenuto nella bottiglia utilizzando il bicchierino o la tazzina, contrattano il prezzo e se il rapporto qualità prezzo è buono comprano riempiendo di distillato le piccole taniche che hanno con loro. Tra i compratori Surma non c’è un preciso target; giovani, vecchi, uomini e donne sono tutti ad assaggiare e comprare. I Surma abitano il territorio limitrofo a questo dei Dizi e qui sono in trasferta; questo è il primo emozionante contatto con questa popolazione che, assieme al loro territorio, è lo scopo finale del nostro viaggio. Come sapevamo non è facile fotografarli; se provi a fargli delle foto di nascosto c’è sempre qualcuno della stessa etnia che da l’allarme e allora iniziano delle interminabili discussioni multilingue perché… vogliono soldi.
A un certo punto entrano trionfalmente in scena i nostri muli che con zaini, cibarie e scorte d’acqua in groppa attraversano le postazioni del mercato e si dirigono decisi alla vicina scuola nel cui cortile monteremo il campo; li seguiamo, montiamo le tende, mangiamo qualcosa e torniamo al mercato che nel frattempo si è animato con altri venditori e compratori che continuano ad arrivare da tutta la valle e oltre.
Nella parte opposta del villaggio c’è la compra vendita del bestiame, soprattutto bovini e caprini. Le venditrici di alcol sono ormai sparite al centro circondati dai nuovi venditori che man mano che arrivano prendono posto a terra ai margini dell’insieme. Tra le altre mercanzie molti vendono sementi di granaglie varie e dei pani fatti con le radici del falso banano; ha un sapore che si avvicina stranamente a quello del nostro pane di grano integrale anche se ha una consistenza molliccia ed è sciapo.
Lungo la stradina interna del villaggio ci sono dei locali dove si vende la birra di sorgo; sono stracolmi con tantissimi avventori che sono costretti a bivaccare fuori per mancanza di posti a sedere all’interno mentre gli altri locali sono praticamente vuoti. In uno di questi vendono un ottimo pane di frumento a cubetti di una decina di centimetri di lato e un’altrettanto ottimo tè speziato. In un altro vendono solo birra San Giorgio, la miglior birra locale bevuta finora, servita rigorosamente a temperatura ambiente.
Questo mercato da una parte ci ha emozionato perché c’è stata una prima presa di contatto con i Surma e dall’altra ci ha delusi per la difficoltà di poter fotografare liberamente e dalla venalità dimostrata dai Surma stessi. Decisamente negativa la location sulla strada in costruzione dove le decine di camion che trasportano il materiale ai cantieri aperti a ogni passaggio ci hanno impolverati da cima a fondo. Questi camion hanno continuato a viaggiare su e giù fino a tarda ora, deliziandoci con i loro rombi ben oltre il rumore del mulino azionato con l’ormai classico motore Landini a testa calda che ci ha fatto compagnia nel primo dopocena.

start prev next end