Jimma

Domenica, 5 febbraio 2012

Il numeroso personale è alle prese con le pulizie e nessuno sa dirci dove è possibile fare colazione; ormai rassegnati, siamo pronti a uscire fuori per procurarci il cibo quando compare l’elegantissimo manager in giacca, cravatta e gemelli ai polsini della camicia che con il solito sorriso affabile prende in mano la situazione. Ci accomodiamo nella sala dove abbiamo cenato ieri sera e che troviamo nelle stesse condizioni di come l’avevamo lasciata tanto che è stato difficile trovare un tavolo pulito; è evidente che la consuetudine qui è quella di lasciare le cose come sono alla chiusura e rimandare le pulizie alla mattina. Il manager prende nota di tutti i nostri desideri ripetendo più volte gli ordini per capire… se ha capito; alla fine i caffè espresso traboccano dalle tazze, le uova strapazzate sono buonissime, abbondanti e con un po’ di peperoncino tagliato fresco e alla fine, tra la sorpresa generale, una bella tazza a testa di… acqua calda!
Visto il caldo di ieri, questa mattina siamo usciti dalle stanze in maniche corte per poi correre indietro a prendere un pile per il freddo; siamo sull’altopiano per cui l’escursione termica tra giorno e notte è notevole e ancora non ci siamo abituati. Anche questa mattina il muezzin ci ha svegliato all’alba con i suoi canti registrati e mandati a tutta manetta dall’altoparlante posizionato sul minareto della vicina moschea e non contento, finita la cantilena singola, è cominciato un botta e risposta un po’ cantato e un po’ recitato…
Nonostante sia domenica c’è abbastanza gente tra le strade impolverate sia per lo sterrato sia per le opere di urbanizzazione che hanno ridotto parte della città a cantiere aperto. Molti degli alberi che ornano la città furono piantati al centro di pneumatici che avevano il compito di proteggerli e che nessuno ha più tolto tanto che oggi che le piante sono cresciute sono rimaste imprigionate attorno alla base del tronco con un effetto singolare. Ieri sera quando siamo arrivati mi sembrava strano che la strada asfaltata finisse proprio alle porte di Jimma… ora scopriamo con amara sorpresa che l’asfalto è finito del tutto e d’ora in poi sotto di noi solo sterrato. In effetti stanno lavorando per migliorare la strada e diversi lotti sono già terminati per cui si passa dall’asfalto, poco, allo sterrato e viceversa con grande disinvoltura; dove la strada incrocia dei piccoli ruscelli si stanno costruendo della canalizzazioni per non interrompere il flusso d’acqua. Per fare queste opere sono state scavate delle grosse buche che tagliano la strada, buche che sono segnalate solo da piccolissimi cartelli di fattura artigianale fatti con materiali di risulta che indicano la deviazione agli autoveicoli; pericolosissimo soprattutto di notte.
Via via che scendiamo verso sud i campi coltivati stanno lasciando il posto a boschi più o meno fitti ed è su questi alberi che si cominciano a vedere delle simpatiche e diffidenti scimmie bianche e nere.
C’è una colonna di persone che sul ciglio della strada si dirige verso un punto ben preciso e che aumenta di numero man mano che ci avviciniamo alla meta; sicuramente c’è un mercato nelle vicinanze. Seguiamo la scia e ci troviamo al centro di una bolgia esagerata; c’è una collina che brulica di venditori e compratori. Anche questo mercato è suddiviso per generi merceologici; tra i venditori di stoffe e tessuti ci sono i sarti che prendono le misure alle donne che hanno bisogno di un vestito nuovo. Non sono mai sole, sono accompagnate da mamme, zie o sorelle che consigliano il sarto; comprata la stoffa e prese le misure le donne continueranno lo shopping al mercato e prima di rimettersi in colonna per tornare a casa ritireranno l’impolverato… vestito nuovo.
Caratteristici sono i venditori di sale accovacciati accanto alla propria mercanzia sia sfusa, raccolta a mucchietti più o meno dello stesso peso, o compatte in quelli che sembrano mattoni bianchi. Una vivace compravendita è quella di polli, galline e uova; la maggior parte dei venditori sono ragazzini con poche uova o una sola bestiola. I riparatori di pentole lavorano su oggetti dalla lunga e gloriosa storia.
I venditori di professione e quelli più organizzati sono all’ombra di ombreggianti e ombrelli mentre quelli occasionali stazionano sotto il sole cocente. Singolari sono i venditori di pani di semi germogliati; in questi casi la merce viene accuratamente controllata dal compratore e la contrattazione è lunga. Granturco e sorgo sono tra i semi riconosciuti.
I ragazzini sono molto sorridenti e si fanno fotografare volentieri anche se al momento dello scatto si irrigidiscono, diventano seri e guardano fissi nell’obiettivo. Da e per il mercato ci sono bus grandi e piccoli che partono e arrivano stracarichi; le scene più comiche in questi frangenti è il carico di animali. In questo caso è stato difficile convincere una capra a entrare nel cofano di un bus.
Lungo la strada si notano dei grossi alberi, in questo periodo quasi totalmente defogliati, con dei grossi cilindri di legno posizionati tra i rami alti; sono delle arnie per le api e quindi per il miele. Generalmente sono dei tronchi svuotati con apertura da un solo lato ma ci sono anche quelli costruiti sempre artigianalmente con altri materiali ma la forma rimane standard.
Ora che la strada è per la maggior parte sterrata c’è il problema della polvere creata dagli altri veicoli nei fortunatamente non frequenti incroci o sorpassi; in questi casi chiudiamo rapidamente i finestrini ma altrettanto rapidamente la temperatura interna sale a livelli elevati…
Come in mattinata anche ora notiamo una colonna di persone e animali da soma che percorrono il ciglio della strada intensificandosi sempre più fino a quando non incontriamo un mercato. E’ più piccolo rispetto al precedente ma ha il suo fascino. Ci sono tante macellerie con pezzi di carne di varie origini appese dentro e fuori i piccolissimi punti vendita. Siamo seguiti da codazzi di bambini e ragazzini che appena vedono che inquadri un soggetto interessante ti si piazzano davanti per farsi fotografare. Nella zona delle spezie il peperoncino deve essere potentissimo visto gli starnuti a ripetizione di noi faranji.
Nell’aia di un tucul troviamo un gruppo di uomini che con gran lena stanno battendo le fascine di sorgo; ci sono diverse abitazioni simili in zona e il sospetto è che gli uomini si danno una mano l’un l’altro per i lavori più duri.
Arriviamo a Mizan Tefari; dobbiamo completare le scorte di viveri per il trek. Quello che ci è difficile reperire è lo zucchero; nessuno ne ha o nessuno ce lo vuole vendere. Chiediamo invano in tutti i negozietti che tra le altre cose vendono generi alimentari fino a che non ci sentiamo chiedere per strada da un negoziante visitato prima se vogliamo dello zucchero…! Durante la ricerca dello zucchero un camion col cassone stracolmo di giovani festanti con tanto di bandiere ha attraversato le poche strade della città più volte; si sta svolgendo la Coppa d’Africa di calcio e… o la squadra etiope ha vinto o quella di qualche acerrima nemica ha perso.
Mentre aspettavamo che il gruppo si ricompattasse dopo le spese, presa una buona birra per 12 birr. Partiamo alla volta di Bebeka; è una grossa piantagione di caffè di proprietà governativa. Dentro la piantagione c’è una guest house dove è possibile pernottare; arrivati sul posto però nessuno dei numerosi guardiani armati di kalashnikov ce la sa indicare. Dopo aver girovagato a vuoto all’interno della piantagione veniamo a sapere che questa è stata recentemente acquistata da un ricco personaggio etiope che ancora non ha deciso cosa farsene della guest house che alla fine abbiamo trovato e che avrebbe rappresentato un’ottima sistemazione per noi.
Siamo costretti a tornare a Mizan Tefari anche perché il manager col quale alla fine siamo riusciti a parlare è disposto a farci piantare le tende ma in cambio ci chiede una cifra molto alta. A Mizan città la situazione non è delle migliori; gli alberghi sono tutti pieni a causa di una manifestazione sportiva che si sta svolgendo in città; al sesto tentativo il manager dell’albergo impietosito ci ospita nel suo ufficio, nella sua stanza e in un ripostiglio… meglio di niente!
Ceniamo nel ristorante dell’albergo dove cuoco e camerieri vestono un ridicolo grembiule viola con grosse tasche bianche; uno di questi ha unito dei tavoli, cambiato le tovaglie e continua a portare sedie che noi sistematicamente togliamo perché quelle che ci sono sono sufficienti; non è stato facile farglielo comprendere.
Injera che accompagna un ottimo tibs che è uno spezzatino di carne di agnello. Finito di cenare troviamo il manager che ci aspetta per farci vedere come ha sistemato le camere; al posto del suo ufficio ha svuotato un altro ripostiglio. Da premiare l’impegno di questa persona che non passa certamente inosservata; è obeso e stasera veste con un pantalone della tuta Adidas nera con strisce laterali gialle e un camicione alla Pavarotti color rosa.
In televisione hanno trasmesso la partita di calcio del campionato inglese tra il Chelsea e il Manchester United finita 3 a 3 con la squadra di casa che vinceva 3 a 1; è incredibile il numero di persone che si ritrovano nei locali pubblici dove trasmettono le partite di calcio del campionati esteri in TV. A giudicare dall’esultanza in occasione dei goal, vivono le partite intensamente, da veri tifosi.
Il letto matrimoniale in dotazione alla nostra camera non si presenta molto bene per cui preferisco dormire per terra nel sacco a pelo sopra la coperta che mi fa da stuoia e comunque non prima d’aver messo sotto carica tutti gli aggeggi elettronici in nostro possesso visto che da domani non avremo a disposizione energia elettrica fino al nostro ritorno in questa città tra una settimana.

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Mizan Tefari

Lunedì, 6 febbraio 2012

Nel cortile dell’albergo ci sono alcuni alberi molto alti sui quali hanno trovato rifugio per la notte degli uccelli imparentati con le oche; verso le quattro del mattino, quindi molto prima del primo canto del gallo o del muezzin, hanno cominciato a lanciare dei versi strazianti in sequenza. Prima uno e a ruota gli altri, poi ancora uno e gli altri a rispondergli in coro e così via per tutta la mattinata; da incubo.
Sempre nel cortile c’è uno di quegli alberi cresciuto dentro un pneumatico che dopo decenni è diventato parte integrante dell’albero stesso.
A colazione, tra le altre cose, chiediamo i classici… pane, burro e marmellata. Al posto di quest’ultima ci portano un barattolo di passata di pomodoro; tra l’imbarazzato e il divertito gli spieghiamo che non è la stessa cosa così il manager, vestito come ieri e disponibilissimo come sempre, manda un ragazzo in città a trovare un po’ di miele. Ce lo porta in una borsina di plastica; non è molto raffinato tanto che ci sono ancora pezzi di api ma è buonissimo tanto che decidiamo di portar via quello che è rimasto.
Spesso dai tetti dei tucul esce tanto fumo, segno che dentro c’è qualcuno che cucina; nell’architettura di queste tipiche abitazioni non è prevista la presenza del camino per cui il fumo esce in maniera omogenea tra la paglia del tetto. E’ ottimo per tenere lontani insetti e parassiti un po’ meno per i polmoni di chi ci abita. Sulla cima del palo centrale che regge la struttura del tetto e che fuoriesce dal tetto stesso è sempre posizionato un oggetto che può essere un vaso di terracotta o una parte di una lattina di plastica gialla o altro.
La strada che stiamo percorrendo è in rifacimento e nei tratti già finiti non c’è l’asfalto ma breccino pressato; alla fine sarà una ottima strada bianca, abbastanza larga e con canalette per l’acqua ai lati. Il traffico è limitato a pochi 4x4, camion e bus; tra questi ultimi, tra i più vecchi, fanno ancora la loro bella figura i camion della FIAT e i bus della OM. Alcuni di questi mezzi sono stati recuperati dopo gravi incidenti tanto che sono irrimediabilmente disassati.
Tutte la mandrie di bovini fin qui viste sono costituite da animali di taglia piccola ma ben in salute. I campi vengono arati con l’ausilio di una coppia di buoi che tirano un aratro di legno. Più si procede verso sud meno persone si vedono ai bordi della strada e il paesaggio diventa più brullo. Ci sono pochi agglomerati di tucul e tra i pochi personaggi che si vedono alcuni sono nudi e alcune a seno scoperto.
Arriviamo a Tum; ci sono poche abitazioni che si affacciano sulle quattro strade che si incrociano tra loro ma… tanti ragazzini che ci prendono in consegna. Non è possibile iniziare il trek prima di domani così andiamo al vicino fiumiciattolo a mitigare la calura pomeridiana con i ragazzini del paese che ci fanno da guida. Le donne che già sono al piccolo corso d’acqua a fare il bucato o a lavarsi sono restie a farsi fotografare così, dopo esserci lavati, passiamo un’oretta al sole coi piedi nell’acqua corrente in completo relax.
Nel frattempo fuori città si sono messi in moto due mulini che funzionano ancora con vecchi motori fissi Landini a testa calda i cui scoppiettamenti rimbombano per tutta la valle.
Montiamo le tende su quello che rimane della pista in terra battuta dell’aeroporto di Tum in disuso ormai da diversi anni; tutti, o quasi, i ragazzini e le ragazzine del paese sono intorno a noi chi a guardare e chi a dare una mano anche se non richiesta. I due miliziani armati di kalashnikov che abbiamo assoldato non riescono a convincerli ad andare via; con grande difficoltà cercano almeno di tenerli non troppo vicini.
Mentre operiamo, una ragazzina arriva con un cesto pieno di samosa appena fatti; una sfoglia ripiena con riso e lenticchie di forma triangolare, fritti. Sono di origine indiana e probabilmente arrivati qui dal vicino Kenia dove è presente una nutrita comunità indiana dai tempi del colonialismo inglese. Un birr per uno, buonissimi.
Prepariamo la cena ma non è impresa facile visto che nel frattempo si è alzato un discreto vento che spegne in continuazione la fiamma del nostro fornello a gas. Dopo aver mangiato scendiamo in città, cento metri, e prendiamo una birra in un localino dove però non fanno il caffè e il caffè in quello di fronte dove… non hanno la birra.
Le fioche luci in questo villaggio sono garantite da un gruppo elettrogeno che resta acceso fino a una certa ora così come cessa l’erogazione dell’acqua dall’unica fontana del paese nelle ore notturne.

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Maji

Mercoledì, 8 febbraio 2012

Il vento forte ci ha fatto compagnia fin quasi all’alba. Siamo nel cortile di una scuola e oggi riprendono le lezioni dopo una breve vacanza; i primi due ragazzi che arrivano si adoperano per organizzare l’alzabandiera; i pennoni sono due, uno per la bandiera etiope e l’altra, a strisce orizzontali rosso, giallo e blu, per quella della regione o stato dove siamo. Non ho capito se questo onore spetta ai primi due arrivati o se questi due studenti sono arrivati per primi perché incaricati o sorteggiati per lo scopo; fatto certo è che uno dei due è particolarmente imbranato tanto che l’altro dopo aver legato la sua bandiera alla corda del pennone aiuta il compagno nello stesso compito. I due ragazzi stanno attenti a far salire lentamente e di pari passo le due bandiere.
Intanto il cortile si sta riempiendo di studenti; sono tutti grandicelli anche se la scuola è primaria. I ragazzi iniziano tardi il ciclo di studi, se iniziano, perché, mancando strade e servizi di scuola bus, per i bambini è difficile raggiungere la scuola. Il direttore è contento della costruzione della strada perché con questa spera di abbassare l’età media dei suoi studenti. Questi hanno tutti una divisa verde bottiglia o similare.
Appena fuori del villaggio c’è il cimitero; ieri abbiamo visto muovere un corteo funebre copto. Le donne precedono il feretro e indossano un velo o una sciarpa bianca mentre gli uomini, senza particolari accessori di vestiario, chiudono il corteo. Le salme vengono inumate nel terreno e sopra viene costruita una specie di cappella con lo stesso stile costruttivo dei tucul. Al centro del cimitero c’è un enorme tucul che funge da chiesa; è di colore azzurro. Quattro ingressi da un ballatoio a piano terra che gira tutto intorno alla chiesa; all’interno c’è un cilindro concentrico che ospita il santa santorum. Si entra senza scarpe ma attraverso le quattro porte e le finestre è possibile dare un esaustivo sguardo all’interno.
Il prete è vestito di bianco; ha uno sguardo rilassato. Attraverso la finestra senza battenti ci mostra la Bibbia scritta in Amarico; non ho chiesto conferma ma l’impressione è che sia stata scritta a mano e non di recente e la cura con cui la maneggia e l’orgoglio con cui la mostra in parte confermano l’impressione.
I tucul subito fuori del villaggio sono circondati da alberi di falso banano che li proteggono dal vento e dal sole. Con parte di queste piante si fanno quei panetti che abbiamo provato ieri al mercato e che le donne portavano al villaggio avvolte in foglie della stessa pianta.
In molti appezzamenti di terra è stato seminato il granturco e in questo momento le piantine sono alte poco più di venti centimetri. Stiamo percorrendo un bel viottolo con alta vegetazione su entrambi i lati; allungando lo sguardo oltre gli alberi, dove è possibile, ci si accorge che stiamo camminando su di una cresta con una profonda valle ben coltivata a sinistra e un’altra più selvaggia a destra. Nel punto più basso del viottolo la cresta è relativamente stretta tanto da non permettere alla vegetazione di attecchire; la visuale sulle due vallate è perfetta ma il vento forte ci… invita proseguire. Non a caso, a detta della guida, questo punto è conosciuto come la porta del vento. Abbandonata la cresta siamo all’interno della foresta tra alberi d’alto fusto che quasi ti intimoriscono. Confusa tra questi, c’è una Euforbia gigantesca, dalle dimensioni inimmaginabili, davvero fantastica. Ad affiancare il gran numero di farfalle dalle diverse livree ci sono anche svariate specie di libellule tra le quali spicca quella rossa fiammante, più piccola ma decisamente più bella delle altre. Le formiche in questo contesto hanno una organizzazione sociale particolare; sono di grandezza medio piccola e negli spostamenti la nutrita colonna, con il classico via vai di operaie, è protetta ai due lati da un gran numero di compagne ferme.
Nei periodi di pioggia questa pista deve essere un vero patimento per gli autisti di piccoli camion e fuoristrada; le impronte lasciate dagli pneumatici parlano chiaro e comunque nei punti più difficili sono rimasti incastrati nel fango ormai essiccato i tronchetti di legno utilizzati per facilitare lo spostamento dei mezzi impantanati.
A una specie di bivio ci fermiamo all’ombra di un alberello a rifocillarci; in breve tempo intorno a noi si sono radunati tutti i pastorelli di passaggio e le loro bestiole che cercano, incolpevoli, di passarci sopra visto che noi ci siamo seduti sul loro scarso cibo.
Ripartiamo e ci dirigiamo verso un gruppo di tucul; qui, come altrove in questi giorni, al nostro passaggio tutti si destano ed escono di casa per venirci a vedere, a scrutare, a studiare. Segno evidente che, anche se non i primi, siamo tra i pochi bianchi a essersi avventurati fin qui. Arriviamo ad Adikas dove troviamo già i nostri muli che pascolano nel cortile della scuola dove faremo il campo; il trek non è stato particolarmente faticoso ma la completa assenza di corsi d’acqua e il caldo l’hanno fatto diventare impegnativo.
Un ragazzo del posto è andato a riempire le taniche d’acqua; non ha impiegato molto così decidiamo di andare anche noi a darci una rinfrescata alla fonte. Mannaie si offre di accompagnarci ma dopo più di un chilometro di sentiero accidentato gli facciamo notare che il ragazzo ha impiegato poco più di dieci minuti tra andata, rifornimento e ritorno mentre noi… Sembra che, dove stiamo andando, sia più agevole per lavarci e in effetti troviamo un bell’abbeveratoio che raccoglie la scarsa acqua della fonte prima che questa si disperda in un misero rivolo tra la vegetazione; purtroppo è ottimo per chi non usa sapone ma noi che generalmente lo usiamo… per non inquinare l’acqua che berranno le bestie siamo costretti a riempire la classica bottiglia e a lavarci con questa tra bambini curiosi, donne che si riforniscono d’acqua, bestiame che si abbevera e alla fine assieme ai nostri muli e mulattieri.
Mangiamo nell’aula della scuola con la lavagna attaccata al muro fatto di legno, fango e paglia, con il pavimento di… terra su cui cuciniamo tranquillamente senza pericolo di rovinarlo e banchi in legno massello sagomati con… l’accetta.

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Tum

Martedì, 7 febbraio 2012

Partiamo, o cerchiamo di partire prima possibile; oggi è previsto uno dei trek più lunghi e più duri e alla meta c’è un mercato per cui abbiamo tutta l’intenzione di arrivare prima possibile. La nostra guida che all’alba era già al campo, ora che siamo pronti a partire è sparita; tra l’altro è nostra intenzione sfruttare le prime ore del mattino più fresche a discapito di quelle centrali della giornata che, come abbiamo avuto modo di notare in questi giorni, sono… caldine. Alle nostre rimostranze un tam tam parte dal campo e arriva di sicuro a destino perché a stretto giro di posta il tam tam ritorna con la notizia che la guida sta arrivando, come in effetti è.
Il primo tratto di trek si sviluppa lungo il tracciato della nuova strada che stanno costruendo; fortunatamente dopo pochi chilometri di salita lasciamo la strada polverosa ed entriamo nel bosco non prima d’aver attraversato il cantiere formato da manodopera locale, molta femminile, e dal capomastro orientale, cinese o giapponese, che stoicamente è seduto in un cantuccio, unico con scarponcini di sicurezza ai piedi e casco giallo in testa.
La stradina nella foresta altro non è che una mulattiera che noi percorriamo in salita; sono tante le farfalle di tutte le dimensioni, forme e colori che vediamo svolazzare o concentrarsi a bere vicino a piccole pozze d’acqua. In alcuni punti la stradina è talmente stretta e ripida che gli incroci con altre persone sono difficoltosi specie se di fronte hai donne con bimbo in spalla e fagotto in testa. Tra gli alberi fa capolino qualche scimmia bianca e nera, ma sono rare apparizioni. In cima al passo siamo intorno ai 2000 metri d’altezza; davanti a noi si apre una vasta valle. E’ una valle viva con piccoli appezzamenti coltivati e il resto a pascolo; ci sono ancora alcuni quadri di terra con il sorgo da mietere ma sono una esigua minoranza rispetto ai campi mietuti. In questi ultimi si sta cominciando l’aratura; nei piccoli appezzamenti con una coppia di buoi e aratro di legno mentre in quelli più grandi si vedono fino a tre coppie lavorare contemporaneamente.
Arrivati a valle attraversiamo un torrente non prima d’esserci adeguatamente rinfrescati; siamo tra i 1000 e i 2000 metri ma il caldo si fa sentire anche perché, quando siamo in cammino, il passo è svelto per poter arrivare in tempo al mercato. La nostra guida, Mannaie, ha l’aria svogliata e col fatto che chiede in continuazione la strada alle persone che incrociamo non ci infonde molta fiducia; come se non bastasse ogni volta che gli chiediamo quanto manca alla meta ci da dati contrastanti.
Dall’attraversamento del torrente è tutto un saliscendi… più sali che scendi. A un certo punto cominciamo a sentire violenti colpi; sono due taglialegna che hanno abbattuto un grosso eucalipto e ora con strumenti simili a clave di legno stanno dando colpi da orbi a uno scalpello di ferro conficcato nel legno con lo scopo di sezionare il tronco per lungo.
A circa 2400 metri d’altezza ci troviamo nel bel mezzo di una… discarica; seppur piccola e insignificante rispetto alle nostre è pur sempre una discarica e la cosa non ci rallegra molto. Subito dopo le prime case, le prime persone… la strada in costruzione… siamo arrivati a Maji. Ci avevano detto che il massimo del mercato si aveva nel primo pomeriggio ma, passato da poco mezzogiorno, ci aspettavamo di trovare già tanta gente; invece nel piccolo villaggio non si vede niente che possa assomigliare a un mercato. Chiediamo in giro e ci indicano un punto della strada dove si intravedono una cinquantina di persone; scopriamo che il mercato è pomeridiano e che siamo arrivati addirittura in tempo per… l’apertura.
In ordine temporale i primi punti vendita sono tutti dedicati all’alcol; decine di donne più o meno giovani sono sedute una accanto all’altra ai due lati della stradina che porta all’interno del villaggio e a un lato della strada in costruzione. Sono tutte di etnia Dizi, la popolazione che stanzia in questo lembo di terra così come a Tum da dove proveniamo e di cui è formata la nostra squadra logistica che conta guida, portatori, mulattieri e guardie armate.
Le venditrici hanno una bottiglia davanti a loro con sopra un bicchierino o una tazzina e dietro una latta gialla piena di distillato; i compratori, quasi tutti di etnia Surma, si accovacciano davanti alle venditrici, assaggiano il prodotto contenuto nella bottiglia utilizzando il bicchierino o la tazzina, contrattano il prezzo e se il rapporto qualità prezzo è buono comprano riempiendo di distillato le piccole taniche che hanno con loro. Tra i compratori Surma non c’è un preciso target; giovani, vecchi, uomini e donne sono tutti ad assaggiare e comprare. I Surma abitano il territorio limitrofo a questo dei Dizi e qui sono in trasferta; questo è il primo emozionante contatto con questa popolazione che, assieme al loro territorio, è lo scopo finale del nostro viaggio. Come sapevamo non è facile fotografarli; se provi a fargli delle foto di nascosto c’è sempre qualcuno della stessa etnia che da l’allarme e allora iniziano delle interminabili discussioni multilingue perché… vogliono soldi.
A un certo punto entrano trionfalmente in scena i nostri muli che con zaini, cibarie e scorte d’acqua in groppa attraversano le postazioni del mercato e si dirigono decisi alla vicina scuola nel cui cortile monteremo il campo; li seguiamo, montiamo le tende, mangiamo qualcosa e torniamo al mercato che nel frattempo si è animato con altri venditori e compratori che continuano ad arrivare da tutta la valle e oltre.
Nella parte opposta del villaggio c’è la compra vendita del bestiame, soprattutto bovini e caprini. Le venditrici di alcol sono ormai sparite al centro circondati dai nuovi venditori che man mano che arrivano prendono posto a terra ai margini dell’insieme. Tra le altre mercanzie molti vendono sementi di granaglie varie e dei pani fatti con le radici del falso banano; ha un sapore che si avvicina stranamente a quello del nostro pane di grano integrale anche se ha una consistenza molliccia ed è sciapo.
Lungo la stradina interna del villaggio ci sono dei locali dove si vende la birra di sorgo; sono stracolmi con tantissimi avventori che sono costretti a bivaccare fuori per mancanza di posti a sedere all’interno mentre gli altri locali sono praticamente vuoti. In uno di questi vendono un ottimo pane di frumento a cubetti di una decina di centimetri di lato e un’altrettanto ottimo tè speziato. In un altro vendono solo birra San Giorgio, la miglior birra locale bevuta finora, servita rigorosamente a temperatura ambiente.
Questo mercato da una parte ci ha emozionato perché c’è stata una prima presa di contatto con i Surma e dall’altra ci ha delusi per la difficoltà di poter fotografare liberamente e dalla venalità dimostrata dai Surma stessi. Decisamente negativa la location sulla strada in costruzione dove le decine di camion che trasportano il materiale ai cantieri aperti a ogni passaggio ci hanno impolverati da cima a fondo. Questi camion hanno continuato a viaggiare su e giù fino a tarda ora, deliziandoci con i loro rombi ben oltre il rumore del mulino azionato con l’ormai classico motore Landini a testa calda che ci ha fatto compagnia nel primo dopocena.

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Adikas

Giovedì, 9 febbraio 2012

Questa mattina partiamo verso Cormu che si trova già nel territorio Surma per cui le guardie armate che fino a oggi servivano quasi esclusivamente per la protezione del campo da oggi serviranno anche negli spostamenti; la prima conseguenza di ciò è che dovremo viaggiare assieme ai muli anche perché i veri bersagli sono loro e di conseguenza i nostri bagagli e le nostre scorte di viveri e soprattutto di acqua.
La partenza è lenta ma dopo poco… ci fermiamo ad aspettare i muli; scopriamo dopo che i mulattieri si sono attardati a fare scorta di birra di sorgo riempiendo una delle nostre taniche blu da 10 litri.
Nell’attesa incrociamo un gruppo di Dizi armati di kalashnikov e machete dall’aria poco allegra; siamo praticamente al confine tra il territorio Surma e quello Dizi e nella notte c’è stato il furto di tre capi di bestiame attribuito ai Surma e questo gruppo era partito all’alba per cercare di recuperare il maltolto e, a giudicare dalle armi, non certo con le buone maniere. Sembra che la spedizione non abbia sortito un buon esito e ai capi di bestiame possono ormai dire addio. E’ difficile esprimere un’opinione; da una parte fa piacere che non li abbiano trovati perché in questi casi ci scappa quasi sempre il morto e dall’altra dispiace perché qui tre capi di bestiame equivalgono ad anni di lavoro e sacrifici da parte di tutta la famiglia.
Il percorso oggi è prevalentemente in discesa; siamo in piena savana con erba secca e alta in cui è difficile camminare. Stanno volutamente bruciando pezzi di questa savana per favorire la ricrescita di nuova erba per i pascoli; quando attraversiamo i tratti bruciati questa notte il terreno è ancora caldo e se sommiamo questo al sole ormai alto il risultato è per noi devastante. Assaggiata la birra di sorgo di cui i mulattieri hanno fatto scorta; ha lo stesso sapore della injera, è molto densa e poco alcolica. Troviamo un albero di lime e facciamo incetta dei suoi frutti tra quelli che mangiamo sul posto e quelli che finiscono nello zainetto.
Lungo il sentiero incontriamo i primi tre Surma; sono tre giovani vestiti con un solo pezzo di stoffa che, passando da una spalla, scende sul davanti e sul di dietro e che però non nasconde completamente… le vergogne. Gli offriamo un pezzo di barretta al miele e cereali; il più giovane dei tre l’assaggia per primo ma il suo volto esprime prima disaggio e subito dopo sputa il tutto senza ritegno ai nostri piedi, raccogliendo poi da terra le bucce del lime che sto mangiando e se li strofina sulle labbra, sui denti e sulla lingua facendo chiaramente capire che si sta pulendo la bocca dalla schifezza che gli abbiamo propinato.
Nonostante la giovane età, sono molto arroganti; cercano di prendersi le bottiglie anche se sono ancora mezze piene d’acqua, pretendono di provarsi gli occhiali magari infilandoseli al contrario ecc. Dopo una decina di minuti di cammino dalla sosta con i giovani, che si sono uniti a noi, troviamo seduti sul ciglio del viottolo tre anziani Surma di cui uno armato di mitra; tutti i nostri accompagnatori gli stingono la mano per cui ci sentiamo in dovere di farlo anche noi…
Dopo i convenevoli il più anziano comincia a chiacchierare in modo molto pacato con la guida e con i nostri armati e mi stupisco quando scopro che il succo della chiacchierata è che… ci lasciano passare in cambio di soldi! La nostra guida gli da dieci birr a testa e riprendiamo la marcia ma li abbiamo sottovalutati; dopo duecento metri veniamo fermati da altri Surma più giovani e… meglio armati a cui si aggiunge poco dopo uno degli anziani incontrato in precedenza. Inizia una estenuante trattativa tra la nostra guida e soprattutto le nostre due guardie armate che proprio perché armate incutono più rispetto e il gruppo antagonista di cui l’anziano ne è chiaramente il capo.
Vogliono 100 birr e non trattano affermando che questa è la tariffa e che altri gruppi passati di li hanno già pagato questa cifra; nonostante la finta di tornare indietro provata un paio di volte non si impietosiscono e ci tocca cedere al taglieggiamento. Mentre i Surma adulti portavano avanti la lunga trattativa con i nostri miliziani e mulattieri, donne e bambini portavano avanti un’altra trattativa con noi chiedendoci soldi o lamette o cercando di venderci piccoli flauti fatti con piccole zucche essiccate poco più grandi di una noce. Tra questi anche una donna con evidenti problemi psichici che una volta partiti si è messa alla testa della colonna sbraitando e agitandosi in maniera… comica.
Charlie è il saluto seguito da una forte stretta di mano. Arriviamo alla scuola di Cormu dove pianteremo le tende per la notte. Sono le due del pomeriggio e siamo scesi d’altitudine sui mille metri; la somma di questi due dati di fatto da come risultato un caldo soffocante tanto che crolliamo letteralmente a terra all’ombra della tettoia della scuola circondati da tutti i ragazzini e le ragazzine che abbiamo incontrato per strada e che ci hanno seguito ingrossando la nostra colonna.
Le ragazzine hanno delle belle collanine fatte di piccole perline di vari colori; enormi buchi alle orecchie che contengono piccoli piattelli o anelloni bucati di terracotta. Ai polsi portano bracciali fatti di filo di rame o ferro di grosso spessore che sfregano tra loro per emettere suoni particolari soprattutto in occasione delle danze. La stola che indossano passa da una spalla, è stretta in vita con un nastro di stoffa uguale e lascia scoperta una mammella.
Questi ragazzini sono molto incuriositi da noi; ci osservano in tutti i nostri movimenti, in tutte le nostre azioni. Pian piano cominciano a prendere confidenza e ci chiedono di poter toccare tutte quelle cose che per loro sono nuove come scarpe, capelli, zaini, peli sulle braccia e altro ma il clou si ha quando alcune ragazzine chiedono alle ragazze del nostro gruppo di poter vedere il loro seno. Al primo segno di pudicizia loro rispondono facendo notare che tutte loro il seno lo mostrano tranquillamente senza tabù per cui… permesso accordato tra l’ilarità di noi maschietti e gli oh di stupore delle ragazzine, ma non è finita… ora vogliono toccare e… decine di mani si infilano tra le coppe dei reggiseno tra i gridolini di stupore delle ragazzine e il… palpabile imbarazzo delle proprietarie dei seni. Il clou di questa scena dai contorni non solo comici si è avuta quando un bambino di un paio d’anni evidentemente affamato si è fatto largo tra le ragazzine e ha cercato di attaccarsi a una tetta tra l’ilarità, a questo punto, di tutti.
Dei ragazzi provenienti dal fiume hanno cercato di vendere il pesce da loro pescato. Non sembra freschissimo; o il fiume è lontano o hanno impiegato molto tempo a pescarlo e vista la temperatura… Li hanno comprati i nostri mulattieri; sono una decina di pesci gatto di uno, due etti l’uno per venti birr.
Facciamo una breve escursione verso la vicina fonte; per primi incontriamo due ragazzi col corpo completamente dipinto, poi la componente femminile di una famigliola che sta zappettando il terreno vicino al proprio tucul. Alla fonte troviamo degli uomini non più giovanissimi ma con dei corpi statuari che si lavano prima e si disegnano i corpi dopo.
Sulla via del ritorno ci sono tanti bambini col volto completamente dipinto di bianco come tanti fantasmini. Per essere fotografati tutti hanno preteso soldi o lamette da barba; anche qui lunghe ed estenuanti trattative per ottenere il permesso di poter fotografare, tutti e senza limiti e la costante comune è stata che… fatte le foto hanno preteso più di quello pattuito rincorrendoci e minacciandoci per ottenere il di più.
Il terreno viene zappettato a mano con delle vanghe piccole a forma rettangolare senza l’aiuto dei piedi.
Alla fonte gli uomini completamente nudi prima si lavano e poi si passano sul corpo una polvere color cenere bagnata con l’acqua coprendo con questa il corpo con uno strato omogeneo. Quando il corpo è ancora bagnato entra in gioco… l’artista che disegna il corpo usando le unghia al posto della matita; in pratica dove passa con le unghia toglie lo strato di cenere dal corpo così quando questo è asciutto si presenta come un disegno grigio color cenere su sfondo nero color pelle.

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