Erdenedalai

30 luglio 2007, lunedì

2097Classica colazione a base di burro e marmellata, the a volontà contenuto negli enormi thermos, latte in polvere ecc.
Prima tappa mattutina al monastero Gimpil Darjaalan. E' chiuso; occorre passare in città a recuperare chiave, custode e... figlioletto. Nel periodo comunista questo monastero era stato trasformato in negozio; una cosa negativa che però ha permesso alla struttura di sopravvivere e di arrivare ai giorni nostri quasi integro al contrario degli altri presenti in zona che non sono sopravvissuti allo stalinismo. Oggi è riaperto al culto. È circondato da staccionate di legno che lo proteggono dalla sabbia nelle giornate ventose; l'esterno è classico con tettoie a pagoda e tegole in cotto scuro che poggiano su travi di legno dipinti.
Tipico l'arredo interno con parasoli, tamburi, testi sacri antichi, incensi, teca con le offerte e statua del lama Tsongkhapa, il fondatore della scuola buddista dei Gelugpa o Berretti Gialli. La visita al monastero è stata allietata dal figlio del custode che si è esibito in tutto il suo repertorio di capriole da contorsionista tra le balaustre, suonate di tamburo e salto dello scalino della porta d'ingresso. Ci è stato permesso di fotografare senza flash tutto tranne la statua del fondatore.
La città è praticamente deserta; strade larghe sterrate, qualche moto parcheggiata, alcune auto ferme in riparazione, pochi anziani che si spostano, negozi deserti come la banca dove chiedo informazioni a un tizio che poi scopro essere un cliente che aspetta l'impiegato che non c'è...?!
Comprato un pacco di biscotti e una scatola di fiammiferi nello scarno negozio d'alimentari che vende un po’ di tutto ma non si sa a chi!
Girovagando per la cittadina ho scoperto i nostri autisti attaccati a una bottiglia di vodka... speriamo bene!
Si parte verso sud; il paesaggio è più o meno lo stesso con terreno sabbioso, pietroso con ciuffi d'erba più o meno diradati che danno una colorazione al paesaggio circostante più o meno verde.
2145C'è un grosso assembramento di auto e persone intorno a uno stupa bianco in cima a una collinetta. Ci sembra strano che concentrati in un unico punto ci siano più turisti di quanti ne abbiamo visti finora; infatti, arrivati sul posto, scopriamo con stupore che si tratta di locali vestiti a festa.
In un primo momento ho pensato a un matrimonio ma ben presto ci è stato spiegato che è in programma l'inaugurazione di uno stupa; sono presenti due monaci buddisti e un centinaio di locali di tutte le età dai bambini in fasce ai nonni col bastone. Tutti in abiti tradizionali quasi mai usati; in semicerchio di fronte allo stupa su tre panche sono seduti gli anziani e le anziane che hanno difficoltà a stare in piedi come tutti gli altri che attendono l'inizio della cerimonia in piedi chiacchierando in piccoli gruppetti.
Accanto allo stupa, in posizione strategica per rovinare le foto, c'è un ragazzo che, con attrezzatura professionale per il posto, manda musica prevalentemente mongola attraverso una grossa cassa acustica; un piccolo gruppo elettrogeno gli fornisce l'energia elettrica necessaria. Ai piedi dello stupa un tavolo con sopra un montone arrosto coperto da un velo e tanti pezzi di yogurt secco ordinatamente impilati uno sull'altro pronti per essere banchettati.
Un monaco assieme ad altri aiutanti sta riempiendo dall'alto l'interno dello stupa con prodotti cerealicoli come grano e riso; in genere gli stupa custodiscono al loro interno reliquie o oggetti posseduti da maestri buddisti o allo stesso buddha. Forse in questo caso le granaglie fungono da offerte e affiancano la o le reliquie di qualche maestro.
Il parco macchine e moto è di buon livello e molti sono provvisti di macchine fotografiche e telecamere; ben presto diveniamo noi stessi vittime dei loro scatti. In effetti siamo noi le bestie rare.
Ripartiamo a malincuore; incontriamo il primo branco di cammelli che pascola liberamente in questa prateria. Sono i veri cammelli; hanno due gobbe a differenza dei
dromedari visti in India e nord Africa che di gobba ne hanno una. Si fanno avvicinare senza problemi anche perché sono domati; hanno il classico nottolino di legno nel naso a cui vengono attaccate le redini quando devono lavorare.
2159Raggiungiamo un piccolo villaggio; non ci sono cartelli che danno il benvenuto a... e gli autisti ci dicono il nome del villaggio in mongolo per cui ci resta difficile trovarlo sulla cartina e capire più o meno dove ci troviamo. Anche qui, come nell'altro villaggio, il senso di degrado e abbandono è quello predominante; gli edifici più grandi sono adibiti a scuole o comunque ad attività pubbliche. Le abitazioni sono circondate da staccionate di legno e lamiere di fortuna per proteggersi dalla sabbia; all'interno dei cortili spesso c'è una gher.
Una regola fondamentale in questa parte del paese è fare il pieno di benzina a ogni occasione e ora è una di queste occasioni. Ci sono quattro serbatoi seminterrati nella sabbia circondati da una ringhiera protettiva di ferro; dalla parte emersa una serie di tubature portano la benzina a vecchie colonnine. È un misto tra self service e servito perché il gestore mantiene la pistola nel serbatoio dell'auto e l'autista, azionando la leva sulla colonnina, pompa il carburante.
Ripartiamo e poco dopo la pista che stiamo percorrendo incrocia i pali di una linea elettrica trifase; giriamo a sinistra e fiancheggiamo la linea elettrica. Il perfetto allineamento dei pali accentua notevolmente la tortuosità della pista che stiamo percorrendo, una tortuosità che spesso ci è difficile capire; d
a questa mattina il numero di mandrie e greggi è andato via via scemando tanto che ora siamo praticamente soli nel deserto.
Arriviamo a Bayanzag. In questo sito hanno trovato una grossa quantità di ossa di dinosauro; il materiale ritrovato è però tutto nei musei di mezzo mondo e qualcosa in quello della capitale mongola. Sembra che un gruppo di scienziati giapponesi con sofisticate tecniche abbia scoperto altri resti e quanto prima inizieranno una nuova campagna di scavi. Nel primo posto dove arriviamo c'è un grosso cumulo di sabbia rossa solidificata che si erge dal terreno; da lontano sembra una miniatura venuta male di una famosa zona australiana.
Bello il contrasto tra questa sabbia compatta rossiccia, il verde grigio della pianura su cui si erge e il grigio della collina alle sue spalle. La sabbia grigia pietrosa della collina alle spalle del cumulo rossiccio non è molto compatta tanto che uno dei nostri pulmini si insabbia nonostante sia 4x4; è stato necessario cercare pietre più grosse e rametti di legno, cosa alquanto difficile visto il posto dove ci troviamo, metterli davanti alle ruote dopo averle liberate dalla sabbia e spingere tutti insieme per farlo ripartire.
La seconda zona dove andiamo è un vero e proprio spettacolo della natura; qui l'altopiano è su due livelli differenti, sfalsati di un centinaio di metri, un'enorme gradino. Il fronte di sabbia è stato modellato nel tempo dall'erosione del vento, del sole e dell'acqua. Il risultato è stupefacente con panorami mozzafiato. Ancora una volta il rosso delle variegate forme che assume il fronte contrasta meravigliosamente con il verdognolo della valle.
Ripartiamo verso sud per raggiungere il campo di gher dove passeremo la notte; durante il giorno è piovuto sui monti che circondano l'altopiano che ora stiamo percorrendo e la copiosa acqua adesso sta allagando le zone più basse. L'autista del primo dei tre Uaz colto di sorpresa si impantana; gesticolando immediatamente riesce a fermare gli altri due. Dopo un rapido consulto a distanza il nostro autista e l'altro fanno un lungo giro per aggirare l'ostacolo, ma questo è infido e solo il nostro autista riesce a passare, l'altro si impantana.
2178Festeggiamo il nostro driver, Tmar, per aver guadato indenne la grossa pozzanghera che si era improvvisamente materializzata davanti a noi; con un po’ di fatica gli altri due minivan riescono a partire e ci raggiungono attraversando spettacolarmente il pantano ormai conosciuto.
Felici e divertiti ripartiamo senza immaginare che il pericolo ancora non è finito; dopo poche centinaia di metri uno dopo l'altro ci impantaniamo tutti e tre con il nostro autista che dopo l'altare dei complimenti ricevuti in precedenza si trova nella polvere… bagnata dello sconforto, lasciandosi scappare qualche incomprensibile imprecazione.
La situazione è drammatica; ogni tentativo di far ripartire le macchine fallisce facendole sprofondare sempre più nel fango. Siamo bloccati nel deserto senza nessuna possibilità di chiedere aiuto visto che in questa zona non c'è segnale per i telefonini. Quando la rassegnazione e soprattutto il freddo stanno per prendere il sopravvento la fortuna ci è venuta incontro; una jeep è comparsa all'orizzonte in senso contrario al nostro. L'abbiamo fatta fermare in tempo prima che finisse anche lei inghiottita nella neonata palude; mettendo assieme i cavi d'acciaio delle quattro macchine, la jeep è riuscita a trascinare fuori dal fango il nostro Uaz, quello più vicino, per poi tornare indietro alla ricerca di una via più sicura con i due turisti che hanno assistito alla scena un po’ impauriti anche se eravamo noi ad avere problemi.
Con lo stesso sistema dei cavi d'acciaio il nostro pulmino tira fuori dai guai, non senza difficoltà, gli altri due. Ripartiamo felici e guardinghi, pronti a sobbalzare a ogni pantano e arriviamo sani e salvi all’accampamento di gher chiamato Tovshin I dove ceneremo e pernotteremo.

start prev next end

Tovshin I

31 luglio 2007, martedì

2295Alle 7.00, dopo colazione, ripartiamo verso sud; dopo pochi chilometri, spoggettando una collina, ci troviamo davanti uno splendido panorama fatto da colline verdi, una gher e tanti montoni che ci circondano da tutti i lati. La luce mattutina è invitante e dalla gher partono di corsa due bambine che diventano ben presto prede per i nostri scatti con la gher e gli animali a far da sfondo. Simpatici questi e tutti i bambini che abbiamo incontrato finora che si fanno fotografare tranquillamente; non si limitano a mettersi in posa ma si irrigidiscono seriosi sull'attenti. Solo quando spariscono le macchine fotografiche sfoggiano il loro innocente sorriso.
Arriviamo allo Yolyn Am. E' una lunghissima valle di tredici chilometri di cui i primi dieci si percorrono in macchina scanditi da cartelli blu, simili a quelli che in montagna segnalano le piste da sci, che decrescono dal dieci all'uno. C'è la possibilità di effettuare il trek anche a dorso di cavallo o cammello; gli animali, parcheggiati all'inizio del percorso, sono noleggiabili per 8000T e sono talmente calmi che devono essere… molto incoraggiati per farli camminare. Comunque solo la prima parte del percorso può essere effettuato con gli animali perché la valle va via via restringendosi fino al punto che diventa difficoltoso il passaggio anche a piedi.
Un piccolo torrente ci accompagna assieme ai tantissimi roditori grossi come ratti ma simpatici come topolini che non hanno timore di noi e si lasciano fotografare in tutte le pose prima di scappare nelle loro tane se ci avviciniamo troppo. Il paesaggio è tipicamente alpino... senza alberi; talmente alpino che c'è una varietà più piccola delle nostre stelle alpine.
2330Sulla sommità dei monti che ci sovrastano ci sono dei rapaci che volteggiano imperiosi in un cielo finalmente azzurro, punteggiato qua e la da batuffoli di nuvole. La valle è talmente stretta e profonda che il sole in alcuni punti non raggiunge mai il fondo tanto che questo posto è famoso, oltre che per la bellezza, perché c'è la neve quasi tutto l'anno... tranne questo periodo. La neve non c'è ma la temperatura è sufficiente a... farci rinforzare gli ormeggi.
Anche qui ci sono numerosi ovoo; sono dei cumuli di pietra che generalmente si trovano in cima a monti e colline o nei punti dove più piste si incrociano. Fungono sia da punti di riferimento, in queste vaste aree in cui non ce ne sono altri, sia da simboli religiosi di antica origine sciamanica che col tempo sono stati assorbiti dalla cultura buddista.
Il viaggiatore che ne incontra uno deve girarci intorno tre volte in senso orario e aggiungere altre pietre al cumulo prima di andare via. Molti lasciano anche delle offerte sotto forma di banconote, airag, vodka ecc.
Spesso intorno a questi ovoo si svolgono cerimonie di adorazione del cielo o delle montagne; anche queste cerimonie sono di antica origine sciamanica e si svolgono alla fine dell'estate. In questa occasione si lega una sciarpa di seta azzurra, che simboleggia il cielo aperto, a uno stallo di legno che si innalza dal centro del cumulo di pietra. Anche questo tipo di cerimonia era stato vietato nel periodo comunista.
All'inizio della valle c'è un piccolo museo e qualche negozio di souvenir; nel museo si possono ammirare tantissimi animali imbalsamati, qualche foto in bianco e nero della valle innevata e qualche osso pietrificato. Piccolo museo... d'arte povera. Riprendiamo la marcia verso sud, verso le Khongoryn Els. Lungo la strada notiamo dei nomadi che stanno tosando le pecore.
Finora il verde delle terre che abbiamo attraversato era dato da piccoli ciuffi d'erba come l'erba cipollina; in questa zona ci sono anche degli arbusti che riescono a trattenere alla base la sabbia spostata dal vento. Le piante crescono in altezza e a loro volta trattengono più sabbia; questo processo ha creato piccole collinette che vanno dai dieci centimetri al metro ricoperte dagli arbusti. Il tutto rende più movimentata la distesa desertica che ci circonda a perdita d'occhio.
2349Questa distesa desertica è chiusa all'orizzonte da quelle che sembrano montagne ma che in realtà sono quasi sempre i punti più alti di questo immenso altopiano, punti che noi sistematicamente raggiungiamo e oltrepassiamo senza accorgercene perché ne vediamo sempre altri lontani all'orizzonte; la sensazione è di essere circondati da montagne irraggiungibili.
Quando il terreno lo permette ci sono due o più piste parallele; poiché le piste sono caratterizzate dai due solchi fatti delle ruote delle auto, nel caso di più piste parallele il colpo d'occhio è simile alla zona del traguardo dei percorsi di sci di fondo; cambia solo il colore.
Se un punto della pista si deteriora per la pioggia, perché in curva o perché delle buche si ingrandiscono, prima o poi un autista deciderà di aggirare l'ostacolo passandoci di fianco per poi rientrare in pista. Gli autisti che seguono percorreranno la nuova variante creando di fatto una nuova pista; la vecchia col tempo si autoestinguerà per l'azione dell'acqua e del vento.
Ci fermiamo per la pausa pranzo a Bulgan, un villaggio piccolo e malconcio; mentre gli autisti fanno benzina, entriamo in un edificio vecchio e decadente. Ci fermiamo subito alla prima porta dove c'è un negozio di alimentari. C'è un lungo corridoio con porte a destra e a sinistra, alcune aperte e le altre chiuse. La somiglianza con un edificio scolastico è tale che è grande lo stupore nello scoprire che ci troviamo in un... centro commerciale con tanti negozi che vendono quasi tutti la stessa mercanzia dai vestiti alle caramelle, dalle sigarette ai biscotti, dalle guarnizioni delle testate dei motori alle candele; il tutto in una misera stanza malconcia come il corridoio.
2352Nel centro della piazza c'è una gher su cui campeggia la scritta fast food; entriamo per curiosità e ci accorgiamo subito di non essere in un Mc Donald's. Cucina, stufa e tavolini sono tutt’uno con un caldo tremendo che ci fa rivalutare positivamente l'insolazione presa fuori.
Assaggiamo i ravioli in brodo ripieni di carne di montone tagliata a pezzetti e serviti in piatti di plastica riciclati come le posate; i tavolini sono bassi come gli sgabelli per essere più vicini alle centinaia di mosche ancora vive che cercano disperatamente di divincolarsi dalla colla della carta moschicida piazzata senza economia tutto intorno alla base della gher. Da bere una bella ciotola di the al latte e sale: i ravioli ci sono costati 150T l'uno e la ciotola di the 100T.
Al lato della piazza fa bella mostra di se un biliardo il cui colore verde è reso più brillante dal sole alto; i due contendenti si sfidano a stecca sotto il sole cocente incuranti del rischio d'insolazione come il numeroso pubblico composto in prevalenza da ragazzini.
Ci sono molti guadi in questa zona; i letti sono completamente asciutti ma attraversarli non è agevole perché le sponde sono alte. Uno dei nostri tre mezzi ha bucato la gomma posteriore sinistra; con un terreno così sconnesso non è facile accorgersi che la gomma si sta sgonfiando lentamente. Anche per chi segue è impossibile perché ogni mezzo lascia una scia polverosa che nasconde le ruote e, a volte, il mezzo stesso. Questo ha fatto si che l'autista percorresse molta strada con la gomma bucata tanto che quando ci siamo fermati si è dovuto spegnere un principio d'incendio della gomma con la sabbia che fortunatamente qui non manca. Questa foratura non sarebbe grave se non fosse per il fatto che è la seconda; ora ci resta una sola gomma di scorta per i tre pulmini.
2393La partenza è stata una... falsa partenza; la gomma sostituita è sgonfia. Occorre rialzare la macchina con il martinetto a cric e già questo non è facile perché questo attrezzo sul terreno sabbioso non ha una grossa tenuta, poi con una pompa da... bici ci alterniamo al pompaggio per gonfiare la gomma.
Scollinando per l'ennesima volta ci troviamo davanti allo spettacolo delle colline di sabbia. È una lingua di sabbia finissima lunga un centinaio di chilometri e larga da uno a dodici chilometri e alta fino a trecento metri; alle spalle, rispetto al nostro punto d'osservazione, ci sono dei monti più alti che le fanno da cornice.
È un mistero il perché tutta questa sabbia finissima si sia concentrata in questo posto ma a volte è meglio non porsi tante domande e ammirare questo ennesimo spettacolo della natura. Scaliamo una delle dune più alte; non è un'impresa facile perché per ogni passo che facciamo in avanti retrocediamo di mezzo. La sabbia sotto il nostro peso cede e franando verso il basso ci porta con lei. Man mano che si sale la pendenza aumenta e q
uesta difficoltà si accentua tanto che gli ultimi interminabili metri occorre farli a... quattro zampe. La fatica è immane anche perché, per essere il più leggeri possibile, nessuno ha portato l'acqua.
2367Una volta in cima veniamo ripagati con gli interessi dalla straordinaria vista sulla distesa di sabbia. Siamo sulla cresta della duna che il sole basso fa risaltare maggiormente facendola divenire la linea di demarcazione tra il versante assolato e quello all'ombra.
Sono chiamate anche Duut Mankham, ossia la collina che canta; la sabbia è in continuo movimento in cerca di nuovi equilibri, equilibri che cambiano in continuazione per il vento che sposta grosse quantità di sabbia da una zona all'altra. Questo movimento crea un suono sinistro che si sente chiaramente se si resta fermi in... contemplazione.
Quanto faticosa è stata la salita tanto divertente lo è stata la discesa fatta di corsa con i piedi a papera visto che non ci è riuscito di scendere a bob sulla busta condominiale della spazzatura.
Tornando indietro per la pista percorsa in precedenza raggiungiamo Tovshin II, l'accampamento di gher dove alloggeremo e strada facendo non possiamo esimerci dall'ammirare i repentini cambiamenti ci colore delle dune e dei monti retrostanti man mano che il sole tramonta.

start prev next end

Ongiin Khiid

2 agosto 2007, giovedì

2501Questa mattina partiamo presto perché dobbiamo raggiungere Ulaan Baator; sono più di 500 chilometri e su queste strade la media non sarà alta. Tra i minivan parcheggiati abbiamo trovato un cammello che dorme tranquillo; non è stato facile convincerlo a spostarsi.
Lungo la pista ci sono tanti greggi guidati da uomini e donne a cavallo; o è in atto una specie transumanza o sono i pastori che spostano al mattino gli animali dalla zona delle gher a quella del pascolo.
Abbiamo davanti a noi una grossa palude formatasi con le piogge di questa notte; riusciamo a passare indenni. Interessanti i nuovi butteri che svolgono il loro lavoro a cavallo di una... moto.  Arriviamo a Erdenedalai, la città dove siamo passati giorni addietro e dove c'è il monastero di Gimpil Darjaalan. Oggi la città è più animata; forse l'ora più tarda favorisce chi magari viene da qualche gher vicina. Le banche sono molto gradite; molti arrivano in moto o in auto, gli uomini rimangono generalmente vicino al mezzo e le donne entrano in banca. A giudicare dalle jeep o dai vestiti c'è molta gente che sta bene economicamente.
La città è piena di box gabinetti; sono di legno e coprono un buco in cui vengono fatti i bisogni. Aprendo la porta si trovano due assi di legno che permettono di espletare i propri bisogni in sospensione sulla buca. Il problema non è la puzza, basta un po’ d'apnea, ma la paura di cadere nella buca con mesi di escrementi umani liquidi, solidi e... mosche. Una volta piena la buca viene coperta e il box spostato su di un'altra.
2485Da questa mattina il nostro autista ha due occhi gonfi, rossi e continua a stropicciarseli; gli abbiamo dato un po’ di collirio ma la situazione non è migliorata. Ci siamo fermati nei pressi di un gregge di passaggio con tre butteri mongoli a cavallo con lunghe aste con cui governano i montoni; vestono con abiti tradizionali.
Dopo dodici ore di viaggio siamo stravolti ma non possiamo lamentarci, peggio di noi stanno gli autisti. Arriviamo alla strada asfaltata alla periferia della capitale; c'è un enorme allevamento di maiali ed enorme è anche la puzza.
Ripassiamo dall'aeroporto per raggiungere il centro; siamo stanchi e non apprezziamo a sufficienza il centro cittadino. È molto trafficato con auto con guida a destra o a sinistra ma si viaggia sulla corsia di destra; i vigili con le loro immacolate divise bianche hanno un'aria molto severa.
Il nostro albergo si chiama Guida Hotel; è ben posizionato in una traversa della strada principale. La hall e il ristorante si presentano bene; non c'è l'ascensore, le ampie stanze sono un po’... grigie, bagno in camera in buone condizioni.

start prev next end

Khongoryn Els

1 agosto 2007, mercoledì

2435Piccola corsetta mattutina in quattro: io, Azelio, Claudia e un cane che ci ha seguito per tutto il tragitto; alle cinque del mattino alla sola luce della luna piena non è agevole trovare la pista e seguirla, ma correre in quest'ambiente mentre i colori freddi della luce lunare lasciano via via il posto a quelli più caldi dell'alba è uno spettacolo splendido.
Partiamo alle 7.00 per raggiungere il monastero di Ongiin Khiid; ripassiamo dal villaggio dei ravioli di ieri per fare benzina e qualche acquisto nei lussuosi shops.
Il deserto qui è più arido che in precedenza tanto che a farci compagnia nel nostro girovagare sono rimasti solo i cammelli. Stiamo attraversando una zona ricca di acquitrini provocati dalle ultime piogge; guadiamo con un po’ di sballottamenti un torrente generalmente a secco e ora ricco d'acqua.
Da lontano individuiamo una macchia verde in mezzo al giallognolo circostante; ci sono due gher attrezzate con le classiche parabole satellitari, pannello fotovoltaico per l'energia elettrica e… trattore. Quest'ultimo serve per zappettare il piccolo orto recintato in cui vengono coltivate verdure e ortaggi; è tenuto bene e le piante sono molto rigogliose. Compriamo un po’ di angurie e meloni; questi ultimi sono buoni, gli altri sono completamente bianchi, per niente maturi, ma li abbiamo mangiati egualmente visto il posto dove li abbiamo trovati.
Alle spalle delle gher cinque giovani cammelli che riposavano tranquilli si sono improvvisamente visti circondati da tante persone incuriosite; stanno cambiando il pelo lungo giovanile con quello più corto da adulto per cui hanno un aspetto non molto salutare. Simpatiche le due bambine che si sono prodigate assieme al padre a raccogliere meloni e cetrioli; sono ben nutrite e ben vestite, segno che coltivare questi piccoli orti rende abbastanza.
2465 La sinistra presenza di avvoltoi che volteggiano in aria ci fa trovare non lontano dalle gher i resti di un cammello; hanno portato via tutto quello che poteva servire lasciando sul posto solo testa, zampe, e interiora con lo stomaco ancora pieno di cibo. Intorno a noi le nuvole si fanno minacciose e in lontananza si vede che piove. Per ora siamo salvi, ma per poco; appena arriviamo nella zona di Ongiin Khiid comincia a piovere e smetterà solo la mattina seguente impedendoci di visitare adeguatamente le rovine del monastero.
L'accampamento di gher che ci ospita è accanto all'area monasteriale per cui ci tornerebbe comodo per la visita visto che il complesso è molto vasto. Per quello che si è potuto vedere è rimasto molto poco; essendo costruito prevalentemente con mattoni non cotti questi, una volta abbandonata l'area, si sono sgretolati al sole, vento e pioggia lasciando in piedi solo le basi perimetrali dei tanti edifici. Qui vivevano migliaia di monaci, c'era una scuola ecc. ma il tutto fu terminato con l'avvento del comunismo con l'uccisione di centinaia di monaci e la distruzione del monastero.
2455Oggi è stato costruito un nuovo piccolo tempietto in cui spiccano i testi sacri racchiusi in teli di seta colorati e con indici di broccato uno giallo, uno rosso e uno blu ricamati con filo d'oro; solita teca con le offerte e foto del vecchio e nuovo Lama. Sotto la pioggia andiamo al vicino museo ricavato in una gher. Ci sono cimeli molto antichi e sembra impossibile che li possano tenere in una tenda che, per quanto buona, non è certo il luogo ideale per conservare a lungo questi vecchi oggetti senza che si danneggino; per non parlare di qualche malintenzionato che può impossessarsene quando non c'è nessuno in giro come tra mezz'ora quando noi saremo andati via. Tra gli oggetti custoditi, quelli che incuriosiscono maggiormente sono la tromba telescopica, la tibia umana usata come strumento musicale e la calotta di un teschio, sempre umano, utilizzata per le offerte.
Finita la cena nella grande gher ristorante, smette di piovere e nel cielo imbrunito compare un grandissimo e spettacolare arcobaleno dai colori vivacissimi.

start prev next end

Ulaan Baatar

3 agosto 2007, venerdì

2601Sveglia alle tre di notte per partire alle tre e mezza per l'aeroporto; a sorpresa troviamo la colazione pronta. C'è un solo pulmino per noi e i bagagli; ci stringiamo come sardine, i giapponesi ci fanno un baffo.
Il limite di peso dei bagagli per i voli interni è di dieci chili; lasciamo in albergo quello che riteniamo non indispensabile e riempiamo al massimo il bagaglio a mano. Alla fine paghiamo in tutto 52000T di penale per il soprappeso, 1500T al chilo. Le operazioni di imbarco sono abbastanza veloci; c'è solo il nostro aereo in partenza per cui non possiamo sbagliare i varchi anche se è scritto tutto in cirillico.
Il controllo dei bagagli a mano è molto scrupoloso e la cosa ci ha colto di sorpresa visto che si tratta di un semplice volo interno; bella la pedana da sciuscià che adopera la poliziotta addetta alle perquisizioni su cui fa salire le sue... vittime. Un bus ci accompagna all'aereo che è lontano circa... cinquanta metri. È un Antonov AN 26-100 bielica della Mongolian Airlines; non ci sono i portapacchi per cui il bagaglio a mano va sistemato tra i piedi. L’ampio portellone posteriore da aperto funge da rampa di carico che facilita notevolmente il carico delle merci nella versione cargo e agevola il lancio dei paracadutisti nella versione militare.
2592Il mio posto è il 3D, sull'oblò accanto al gruppo motore-carrello per cui posso vedere lo stato di usura delle gomme; una è completamente liscia, nell'altra si intravede ancora un po’ di battistrada. Dall'altro lato le cose non devono essere migliori visti i commenti delle persone sedute di là.
Dall'alto si vede chiaramente il dedalo di piste sterrate che, a raggiera, si dipartono dalla periferia della capitale e che raggiungeranno gli estremi più remoti del paese. Nelle due valli successive a quella della capitale i terreni sono recintati da staccionate e contengono quasi tutti una gher e sono molto verdi; forse sono orti in cui si coltivano ortaggi e verdure.
Fino all'atterraggio si sono attraversate tre zone diverse; la prima è uguale alla zona che abbiamo visitato finora, la seconda è montagnosa con alberi stranamente presenti su un solo versante e la terza desertica, con un po’ di verde lungo le sponde dei pochi rivoli presenti. Ottimo l'atterraggio sulla pista sterrata di Altai; l'aerostazione è alla fine della pista per cui non ci sono tempi morti, finita la decelerazione post atterraggio siamo arrivati. A piedi andiamo verso il vicino recinto, attraversiamo una porticina e siamo... fuori dall'aeroporto.
2550L'unico edificio serve per le partenze ed è affollato dalle persone che devono partire con l'aereo con cui siamo arrivati noi. Il ritiro bagagli è a dir poco originale; sono stati lentamente scaricati dall'aereo e caricati su di un furgone. Con questo sono venuti al cancello da dove siamo usciti e qui un addetto urla il numero dell'etichetta dei bagagli che via via un suo collega tira fuori dal furgone; chi si accorge di avere lo stesso numero sul talloncino attaccato al biglietto spintona tutti e va a ritirare il proprio bagaglio. Fortuna che abbiamo l'interprete altrimenti i nostri bagagli resterebbero nel furgone in eterno visto che i numeri vengono urlati rigorosamente in lingua mongola.
Recuperati i bagagli saliamo su tre Uaz che sono qui ad attenderci assieme a una vecchia guida del posto con figlio e nipote e andiamo verso l'accampamento di gher che ci ospiterà questa sera. La nostra interprete ha detto che questo posto è a quattro chilometri dall'aeroporto ma nonostante il giro completo del perimetro aeroportuale non impieghiamo più di cinque minuti. Questo sommato ad altri simili episodi avvenuti in questi giorni fa dedurre che i mongoli hanno un concetto di spazio e tempo completamente diverso dal nostro tanto che non è stata mai azzeccata una previsione, sbagliando anche di parecchio e scombinando spesso i nostri piani.
2569Il nostro accampamento di gher è praticamente un albergo aeroportuale; è gestito dalla nostra anziana guida e vi lavora tutta la sua famiglia. La nuora in cucina, le ragazzine servono a tavola, il maschietto accompagna il padre che ormai ha preso il posto dell'anziana guida. È grazie al ragazzino che siamo riusciti a recuperare i bagagli all'aeroporto. Parlano tutti l'inglese, grandi e piccoli; la più piccola porta l'apparecchio per i denti e questo è un chiaro indice di livello economico superiore alla media.
Le gher sono simili a quelle in cui siamo stati finora ma molto più belle; sono in stile kazaco con tutti i legni decorati, sia della struttura e sia della mobilia. Non hanno numeri alle porte per cui sono anche belle da fotografare. Qui le temperature sono molto rigide tutto l'anno; siamo a 2000 metri d'altitudine e per evitare di perdere il calore interno della gher, oltre alla porta, ci sono anche due ante con finestra che permettono di far prendere luce all'interno tenendo la porta aperta senza rischiare il congelamento. Anche la cucina e la sala pranzo sono ricavate in altrettante gher; l'unica costruzione in muratura è quella dedicata a bagno e docce.
Rifacciamo colazione e andiamo in centro a visitare il museo dell’Aimag; appena entrati colpisce l'odore di chiuso, di vecchio, lo stesso di quello visitato al sud. La struttura è fatiscente e anche le teche sono vecchie quasi come gli oggetti che racchiudono. Al piano superiore hanno iniziato un'opera di restauro; io avrei costruito un nuovo museo grande a sufficienza da permettere di contenere questo così com'è. Assieme alla guida del museo che parla rigorosamente in mongolo e la nostra interprete che traduce ci sono anche le figlie della guida che devono fare... esperienza.
2578Andiamo in un vicino negozio dove compriamo pane, acqua e... vodka. Poi al mercato dei containers, detto così perché i venditori occupano uno dei tanti containers sistemati ordinatamente all'interno di un grande recinto in muratura. All'esterno del mercato è un gran polverone provocato dal via vai di moto, moto con sidecar, jeep e camion che arrivano e vanno via con le merci da vendere o comprate.
All'interno la fauna umana è molto variegata con bambini che vanno in giro a vendere uova sode con tanto di saliera e anziane donne che vendono teste di montone bollito conservate in buste di plastica trasparenti assieme alle immancabili patate, carote e cipolle. Negozi di ferramenta, sellerie, venditori di pezzi di ricambio per le gher, tende per arredare le stesse e la bellissima mobilia dai classici colori arancio, verde e blu. Tanti i piccoli ristoranti; il piatto forte sono i ravioli ripieni di carne di montone. Sono fatti a mano da tre donne; una stende col matterello la pasta e la ritaglia nella forma adatta, un'altra, seduta con una bacinella tra le gambe che contiene l'impasto di carne tagliata a piccoli dadi, cipolla tritata e sale, si occupa del ripieno e l'ultima chiude il raviolo nella forma tipica, come i fazzoletti che da noi contengono i confetti.
Tra i venditori sono pochi quelli vestiti con abiti tradizionali al contrario degli acquirenti dove, da una certa età in su, il soprabito classico è quasi sempre indossato. Simpatica la scena in una ferramenta dove un water funge da tavolino-ufficio. I venditori non reclamizzano i propri prodotti ma sono li che aspettano il cliente che fa la prima mossa.
Torniamo alle gher per scaricare le provviste e partire per un breve trek sui monti Aduun Chuluu nei dintorni di Altai ma i piani devono essere modificati perché troviamo il pranzo pronto e poiché non sarebbe bello rifiutare... rimangiamo. Dalle tre di questa mattina tre colazioni tra albergo, aereo e qui e un pranzo; un po’ il sonno, un po’ l'abbuffata, metà gruppo rinuncia al trek ritornando in città mentre noi altri partiamo con due pulmini per le vicine alture.
2636Ci fermiamo nei pressi di una stele di pietra, molto somigliante nello stile a quelle atzeche, piantata nel terreno nel mezzo di una spianata. E' molto antica, ne abbiamo vista una simile nel museo, ed è dedicata a soldati passati di qui non si sa per quale motivo.
Il nostro minivan è in pessime condizioni; niente a che vedere con quelli che ci hanno scarrozzati tra la sabbia del South Gobi. La tappezzeria è finita, l'ossatura dei sedili è tenuta insieme da una miriade di saldature, gli ammortizzatori sono completamente scarichi tanto che a ogni buca si sente il classico rumore sordo, e il motore è quasi in coma tanto che quando la salita si fa dura... ci tocca scendere e qualche volta anche spingere.
Avremmo dovuto vedere delle pitture rupestri molto antiche ma la pista è stata devastata da uno smottamento; una parte di una montagna si sta spostando più a valle creando varie fratture nel terreno che ne impediscono il transito ai mezzi. Dovremmo arrivarci a piedi ma, per il tempo perso per il pranzo a sorpresa, non potremmo farcela a tornare alle macchine prima del tramonto. Scenderemo in questa valle e poi risaliremo fino ai 2800 metri dove ci hanno lasciato gli Uaz.
C'è un grosso gregge di capre che alla nostra vista si divide in tre tronconi; con una abilità unica uno dei tre gruppi risale un ripido costone di roccia friabile fino a un'altura. Noi ci disponiamo in modo da poterli fotografare tagliando di fatto la strada agli altri due gruppi che attendono il momento buono per passare. Uno dei due gruppi ci aggira e risale il costone da un'altra parte formando una spettacolare fila indiana sulla parete quasi verticale. Il terzo gruppo si fa coraggio e approfittando di un buco creatosi nel nostro schieramento raggiunge le compagne passando in mezzo a noi.
2618Scendiamo lungo il letto di un fiume in secca e quasi non vediamo uno gnu biondo sdraiato per terra a ruminare; è perfettamente mimetizzato tra l'erba rinsecchita e fin quando non ci avviciniamo troppo rimane tranquillamente accovacciato.
A differenza degli altri costoni che sono brulli, su questo dove siamo ora sono cresciuti degli abeti e sul ramo di uno di questi scopriamo un nido di falco con falchessa sul ramo vicino ferma, immobile per non farsi vedere mentre il babbo volteggia minaccioso poco sopra le cime degli alberi. Andiamo via perché tra i rami si sta facendo strada una gigantesca gazza che cerca di sfruttare la confusione creata da noi a suo vantaggio andando a depredare il nido del falco.
C'è una gher momentaneamente disabitata dall'uomo che, per il momento, è sfruttata da una marmotta che vi si rintana appena ci vede. Accanto alla gher c'è un abbeveratoio fatto con un copertone tagliato in un punto della circonferenza e allungato e tenuto fermo su assi di legno. Il bagno è formato da una buca, due assi di legno sopra per poggiare i piedi e un muretto di pietre a secco intorno per la privacy.
Gli abitanti delle poche gher della valle stanno facendo scorta di combustibile per l'inverno accumulando pile di dischetti di sterco secco.
C'è una piccola mandria di gnu con un piccoletto che a forza di testate cerca di allattare dalla mamma; sono tutte nere tranne una che è bionda.
Ci sono un paio di carcasse di cavalli morti ormai ridotti a mummie; solo scheletro bianchissimo e pelle rinsecchita.
Ci affacciamo in una gher; c'è una ragazzina che sta vedendo la televisione. Risponde al saluto ma si rigira immediatamente a guardare la tv lasciandoci interdetti per l'indifferenza mostrata nei nostri confronti. Come si sentirà a vivere isolata in questa valle e vedere in tv che c'è un altro mondo al di là di questi monti?

start prev next end