Ulaan Baatar

3 agosto 2007, venerdì

2601Sveglia alle tre di notte per partire alle tre e mezza per l'aeroporto; a sorpresa troviamo la colazione pronta. C'è un solo pulmino per noi e i bagagli; ci stringiamo come sardine, i giapponesi ci fanno un baffo.
Il limite di peso dei bagagli per i voli interni è di dieci chili; lasciamo in albergo quello che riteniamo non indispensabile e riempiamo al massimo il bagaglio a mano. Alla fine paghiamo in tutto 52000T di penale per il soprappeso, 1500T al chilo. Le operazioni di imbarco sono abbastanza veloci; c'è solo il nostro aereo in partenza per cui non possiamo sbagliare i varchi anche se è scritto tutto in cirillico.
Il controllo dei bagagli a mano è molto scrupoloso e la cosa ci ha colto di sorpresa visto che si tratta di un semplice volo interno; bella la pedana da sciuscià che adopera la poliziotta addetta alle perquisizioni su cui fa salire le sue... vittime. Un bus ci accompagna all'aereo che è lontano circa... cinquanta metri. È un Antonov AN 26-100 bielica della Mongolian Airlines; non ci sono i portapacchi per cui il bagaglio a mano va sistemato tra i piedi. L’ampio portellone posteriore da aperto funge da rampa di carico che facilita notevolmente il carico delle merci nella versione cargo e agevola il lancio dei paracadutisti nella versione militare.
2592Il mio posto è il 3D, sull'oblò accanto al gruppo motore-carrello per cui posso vedere lo stato di usura delle gomme; una è completamente liscia, nell'altra si intravede ancora un po’ di battistrada. Dall'altro lato le cose non devono essere migliori visti i commenti delle persone sedute di là.
Dall'alto si vede chiaramente il dedalo di piste sterrate che, a raggiera, si dipartono dalla periferia della capitale e che raggiungeranno gli estremi più remoti del paese. Nelle due valli successive a quella della capitale i terreni sono recintati da staccionate e contengono quasi tutti una gher e sono molto verdi; forse sono orti in cui si coltivano ortaggi e verdure.
Fino all'atterraggio si sono attraversate tre zone diverse; la prima è uguale alla zona che abbiamo visitato finora, la seconda è montagnosa con alberi stranamente presenti su un solo versante e la terza desertica, con un po’ di verde lungo le sponde dei pochi rivoli presenti. Ottimo l'atterraggio sulla pista sterrata di Altai; l'aerostazione è alla fine della pista per cui non ci sono tempi morti, finita la decelerazione post atterraggio siamo arrivati. A piedi andiamo verso il vicino recinto, attraversiamo una porticina e siamo... fuori dall'aeroporto.
2550L'unico edificio serve per le partenze ed è affollato dalle persone che devono partire con l'aereo con cui siamo arrivati noi. Il ritiro bagagli è a dir poco originale; sono stati lentamente scaricati dall'aereo e caricati su di un furgone. Con questo sono venuti al cancello da dove siamo usciti e qui un addetto urla il numero dell'etichetta dei bagagli che via via un suo collega tira fuori dal furgone; chi si accorge di avere lo stesso numero sul talloncino attaccato al biglietto spintona tutti e va a ritirare il proprio bagaglio. Fortuna che abbiamo l'interprete altrimenti i nostri bagagli resterebbero nel furgone in eterno visto che i numeri vengono urlati rigorosamente in lingua mongola.
Recuperati i bagagli saliamo su tre Uaz che sono qui ad attenderci assieme a una vecchia guida del posto con figlio e nipote e andiamo verso l'accampamento di gher che ci ospiterà questa sera. La nostra interprete ha detto che questo posto è a quattro chilometri dall'aeroporto ma nonostante il giro completo del perimetro aeroportuale non impieghiamo più di cinque minuti. Questo sommato ad altri simili episodi avvenuti in questi giorni fa dedurre che i mongoli hanno un concetto di spazio e tempo completamente diverso dal nostro tanto che non è stata mai azzeccata una previsione, sbagliando anche di parecchio e scombinando spesso i nostri piani.
2569Il nostro accampamento di gher è praticamente un albergo aeroportuale; è gestito dalla nostra anziana guida e vi lavora tutta la sua famiglia. La nuora in cucina, le ragazzine servono a tavola, il maschietto accompagna il padre che ormai ha preso il posto dell'anziana guida. È grazie al ragazzino che siamo riusciti a recuperare i bagagli all'aeroporto. Parlano tutti l'inglese, grandi e piccoli; la più piccola porta l'apparecchio per i denti e questo è un chiaro indice di livello economico superiore alla media.
Le gher sono simili a quelle in cui siamo stati finora ma molto più belle; sono in stile kazaco con tutti i legni decorati, sia della struttura e sia della mobilia. Non hanno numeri alle porte per cui sono anche belle da fotografare. Qui le temperature sono molto rigide tutto l'anno; siamo a 2000 metri d'altitudine e per evitare di perdere il calore interno della gher, oltre alla porta, ci sono anche due ante con finestra che permettono di far prendere luce all'interno tenendo la porta aperta senza rischiare il congelamento. Anche la cucina e la sala pranzo sono ricavate in altrettante gher; l'unica costruzione in muratura è quella dedicata a bagno e docce.
Rifacciamo colazione e andiamo in centro a visitare il museo dell’Aimag; appena entrati colpisce l'odore di chiuso, di vecchio, lo stesso di quello visitato al sud. La struttura è fatiscente e anche le teche sono vecchie quasi come gli oggetti che racchiudono. Al piano superiore hanno iniziato un'opera di restauro; io avrei costruito un nuovo museo grande a sufficienza da permettere di contenere questo così com'è. Assieme alla guida del museo che parla rigorosamente in mongolo e la nostra interprete che traduce ci sono anche le figlie della guida che devono fare... esperienza.
2578Andiamo in un vicino negozio dove compriamo pane, acqua e... vodka. Poi al mercato dei containers, detto così perché i venditori occupano uno dei tanti containers sistemati ordinatamente all'interno di un grande recinto in muratura. All'esterno del mercato è un gran polverone provocato dal via vai di moto, moto con sidecar, jeep e camion che arrivano e vanno via con le merci da vendere o comprate.
All'interno la fauna umana è molto variegata con bambini che vanno in giro a vendere uova sode con tanto di saliera e anziane donne che vendono teste di montone bollito conservate in buste di plastica trasparenti assieme alle immancabili patate, carote e cipolle. Negozi di ferramenta, sellerie, venditori di pezzi di ricambio per le gher, tende per arredare le stesse e la bellissima mobilia dai classici colori arancio, verde e blu. Tanti i piccoli ristoranti; il piatto forte sono i ravioli ripieni di carne di montone. Sono fatti a mano da tre donne; una stende col matterello la pasta e la ritaglia nella forma adatta, un'altra, seduta con una bacinella tra le gambe che contiene l'impasto di carne tagliata a piccoli dadi, cipolla tritata e sale, si occupa del ripieno e l'ultima chiude il raviolo nella forma tipica, come i fazzoletti che da noi contengono i confetti.
Tra i venditori sono pochi quelli vestiti con abiti tradizionali al contrario degli acquirenti dove, da una certa età in su, il soprabito classico è quasi sempre indossato. Simpatica la scena in una ferramenta dove un water funge da tavolino-ufficio. I venditori non reclamizzano i propri prodotti ma sono li che aspettano il cliente che fa la prima mossa.
Torniamo alle gher per scaricare le provviste e partire per un breve trek sui monti Aduun Chuluu nei dintorni di Altai ma i piani devono essere modificati perché troviamo il pranzo pronto e poiché non sarebbe bello rifiutare... rimangiamo. Dalle tre di questa mattina tre colazioni tra albergo, aereo e qui e un pranzo; un po’ il sonno, un po’ l'abbuffata, metà gruppo rinuncia al trek ritornando in città mentre noi altri partiamo con due pulmini per le vicine alture.
2636Ci fermiamo nei pressi di una stele di pietra, molto somigliante nello stile a quelle atzeche, piantata nel terreno nel mezzo di una spianata. E' molto antica, ne abbiamo vista una simile nel museo, ed è dedicata a soldati passati di qui non si sa per quale motivo.
Il nostro minivan è in pessime condizioni; niente a che vedere con quelli che ci hanno scarrozzati tra la sabbia del South Gobi. La tappezzeria è finita, l'ossatura dei sedili è tenuta insieme da una miriade di saldature, gli ammortizzatori sono completamente scarichi tanto che a ogni buca si sente il classico rumore sordo, e il motore è quasi in coma tanto che quando la salita si fa dura... ci tocca scendere e qualche volta anche spingere.
Avremmo dovuto vedere delle pitture rupestri molto antiche ma la pista è stata devastata da uno smottamento; una parte di una montagna si sta spostando più a valle creando varie fratture nel terreno che ne impediscono il transito ai mezzi. Dovremmo arrivarci a piedi ma, per il tempo perso per il pranzo a sorpresa, non potremmo farcela a tornare alle macchine prima del tramonto. Scenderemo in questa valle e poi risaliremo fino ai 2800 metri dove ci hanno lasciato gli Uaz.
C'è un grosso gregge di capre che alla nostra vista si divide in tre tronconi; con una abilità unica uno dei tre gruppi risale un ripido costone di roccia friabile fino a un'altura. Noi ci disponiamo in modo da poterli fotografare tagliando di fatto la strada agli altri due gruppi che attendono il momento buono per passare. Uno dei due gruppi ci aggira e risale il costone da un'altra parte formando una spettacolare fila indiana sulla parete quasi verticale. Il terzo gruppo si fa coraggio e approfittando di un buco creatosi nel nostro schieramento raggiunge le compagne passando in mezzo a noi.
2618Scendiamo lungo il letto di un fiume in secca e quasi non vediamo uno gnu biondo sdraiato per terra a ruminare; è perfettamente mimetizzato tra l'erba rinsecchita e fin quando non ci avviciniamo troppo rimane tranquillamente accovacciato.
A differenza degli altri costoni che sono brulli, su questo dove siamo ora sono cresciuti degli abeti e sul ramo di uno di questi scopriamo un nido di falco con falchessa sul ramo vicino ferma, immobile per non farsi vedere mentre il babbo volteggia minaccioso poco sopra le cime degli alberi. Andiamo via perché tra i rami si sta facendo strada una gigantesca gazza che cerca di sfruttare la confusione creata da noi a suo vantaggio andando a depredare il nido del falco.
C'è una gher momentaneamente disabitata dall'uomo che, per il momento, è sfruttata da una marmotta che vi si rintana appena ci vede. Accanto alla gher c'è un abbeveratoio fatto con un copertone tagliato in un punto della circonferenza e allungato e tenuto fermo su assi di legno. Il bagno è formato da una buca, due assi di legno sopra per poggiare i piedi e un muretto di pietre a secco intorno per la privacy.
Gli abitanti delle poche gher della valle stanno facendo scorta di combustibile per l'inverno accumulando pile di dischetti di sterco secco.
C'è una piccola mandria di gnu con un piccoletto che a forza di testate cerca di allattare dalla mamma; sono tutte nere tranne una che è bionda.
Ci sono un paio di carcasse di cavalli morti ormai ridotti a mummie; solo scheletro bianchissimo e pelle rinsecchita.
Ci affacciamo in una gher; c'è una ragazzina che sta vedendo la televisione. Risponde al saluto ma si rigira immediatamente a guardare la tv lasciandoci interdetti per l'indifferenza mostrata nei nostri confronti. Come si sentirà a vivere isolata in questa valle e vedere in tv che c'è un altro mondo al di là di questi monti?

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