Ulaan Baatar
18 agosto 2007, sabato
Passiamo per la piazza Sukhbaatar. A quest’ora del mattino non c’è molta gente; era decisamente più affascinante ieri sera. C’è solo un giovane nonno che dondola tra le braccia il nipotino di pochi mesi. Il Gengis di bronzo posizionato all’ingresso del palazzo del Parlamento con la luce del giorno ha acquistato un’aria più imperiosa.
Il Gandan Khiid è il più grande monastero della Mongolia. Fu risparmiato dalle purghe comuniste per farlo vedere ai pochi visitatori stranieri per nascondere al mondo esterno che il patrimonio religioso del paese era stato praticamente distrutto.
Molti monaci, giovani e anziani, stanno nel cortile e si preparano a entrare nel tempio per la cerimonia del mattino. Su di una torretta vicina un giovane monaco emette tre lunghi suoni con una conchiglia rituale; è il segnale di inizio del cerimoniale per l’ingresso che è rigido e… folcloristico con la fila di monaci che si avvia al tempio con in testa i più anziani addobbati con copricapo che chiedono il permesso di entrare ad altri due monaci posizionati ai lati della porta chiusa che fungono da sentinelle. Aperta la porta i monaci entrano e prendono posto ai loro scanni passando con le mani congiunte tra due ali di fedeli. Dopo i monaci entrano i fedeli, ma non subito.
Anche qui la cerimonia ha inizio con i monaci che cantano all’unisono preghiere che leggono dai loro libri sacri; in questo tempio circolano delle preghiere scritte a grossi caratteri su enormi fogli di carta pergamenata lunghi circa un metro per quaranta centimetri di larghezza. Molte preghiere terminano con un oh lungo, unisono, col tono che decresce repentinamente fino al silenzio come se a tutti contemporaneamente mancasse la forza di continuare.
I
n questo momento siamo nel Ochidara Sum, uno dei tanti templi all’interno di questo monastero. Nelle vicinanze, in un altro edificio c’è la statua di Tsongkhapa, il fondatore dell’ordine dei Gelugpa o Berretti Gialli che è l’ordine predominante nel Tibet.
Alla fine del viale principale c’è un edificio bianco circondato da stupa e ruote della preghiera. È il Migjid Janraisig Sun all’interno del quale c’è la gigantesca statua alta quasi 30 metri; questa statua è stata finita dieci anni fa e sostituisce quella originale dei primi del novecento rimossa e trasportata a Leningrado e di cui ufficialmente si sono perse le tracce.
Questa è di rame ricoperto d’oro; al suo interno come consuetudine ci sono migliaia di sutra, mantra, tonnellate di erbe medicinali e, viste le dimensioni, una gher completa del suo mobilio. Tutt’intorno al perimetro del tempio ci sono milioni di statuette tutte uguali, di circa quaranta centimetri di altezza, rappresentanti Amitayus, il Buddha della longevità; sono tutte allineate nei ripiani di adeguate scaffalature e protetti da vetri scorrevoli.
Il Palazzo d’Inverno è il luogo dove visse Bogd Khan, l’ottavo Buddha vivente e ultimo re della Mongolia. Non fu distrutto dai russi come il vicino Palazzo d’Estate, ma trasformato in museo. È in fase di ristrutturazione; spero che i magnifici dipinti che ornano le travi di legno degli edifici non scompaiano sotto strati di vernici di un economico e frettoloso restiling.
Il Palazzo d’Inverno è una costruzione in muratura bianca che contrasta con i magnifici templi in legno che completano il complesso. All’interno del palazzo ci sono tantissimi animali imbalsamati, molti dei quali non sono autoctoni ma facevano parte dello zoo personale del re che era un grosso appassionato di animali.
Tra le stranezze esposte c’è un abito cucito con le pelli di ottanta volpi bianche e una gher, che all’epoca veniva montata in giardino quando le condizioni del tempo lo permettevano, rivestita con le pelli di centocinquanta leopardi delle nevi. Non c’è che dire, era un vero… amante degli animali!
Pomeriggio dedicato allo shopping. Le cartoline costano dai 300T ai 500T mentre il costo dei francobolli per l’Europa è di 850T. Le cartoline sono in vendita quasi unicamente nella capitale, nei negozi di souvenir presenti in musei e templi. Questi stessi negozi vendono anche i francobolli a prezzi maggiorati rispetto al dovuto. Per un francobollo pagato 850T nell’ufficio postale ci è stato chiesto anche il doppio del suo valore in alcuni shops. L’unica buca per lettere o cartoline è all’interno dell’ufficio postale all’angolo della piazza principale; un’alternativa è lasciare le cartoline alla reception dell’albergo sperando nell’onestà del personale visto che il valore di dieci stamps equivale grossomodo alla paga giornaliera di un lavoratore mongolo.
In serata andiamo al Teatro d’Arte Drammatica dell’Accademia Nazionale ad assistere a uno spettacolo di musica e danze tradizionali mongole. Belli i balletti, molto movimentati con i ballerini che indossano splendidi costumi. La bambina contorsionista durante il suo numero ti lascia a bocca aperta mentre il cervello è impegnato a rimettere i pezzi del suo corpo al posto giusto.
La musica è eseguita ottimamente da musicisti che suonano strumenti della tradizione mongola come il violino a due corde a testa di cavallo. I cantanti sono bravi ma la loro voce è troppo spesso sovrastata dagli strumenti. Il pezzo forte rimane comunque l’interprete del canto di gola mongolo, khöömi, che ti lascia stupefatto.
Lo spettacolo dura un’ora; accanto al teatro c’è il ristorante Seul che non è un ristorante coreano ma prende il nome dalla strada dove si affaccia. È uno dei migliori ristoranti della capitale con cucina internazionale orientale. Si può decidere di mangiare alla carta o self service pagando rispettivamente circa 15000T o 7000T. La qualità è ottima e la quantità abbondante. Alla fine si assaggia tutto e si riprendono più volte le pietanze che piacciono di più. Una grande abbuffata annaffiata da un boccale di birra finalmente fredda. Ci voleva dopo tre settimane di montone, carote, cipolle e patate.