Orkhon

13 agosto 2007, lunedì

3285Dopo appena dieci minuti dalla partenza siamo fermi perché il minivan che ha sostituito quello guasto… è fermo per una bucatura. Vicino c’è una gher e una giovane donna sta mungendo gli yak; il figlioletto della donna allontana il vitellino che sta succhiando il latte dalla madre, la donna la munge e quando ha finito fa continuare la poppata al piccolo yak.
Regaliamo qualche penna e qualche quaderno ai ragazzini della gher e la famiglia ci invita a entrare ricambiando la cortesia con una buona ciotola di airag. La tecnologia è arrivata anche qui. Oltre alla radio e alla televisione via satellite alimentari dal pannello fotovoltaico fisso, c’è anche il telefonino con il suo caricabatteria portatile; è un piccolo pannello fotovoltaico 30x30cm che carica una batteria d’automobile che a sua volta carica il cellulare. Il tutto su un fazzoletto di prato davanti alla gher.
La prateria pietrosa lascia improvvisamente il posto a un paesaggio alpino. La pista comincia a salire, è fangosa, gira tortuosa tra gli alberi; ormai si va su con la trazione integrale sempre inserita e spesso serve la ridotta; siamo nel parco nazionale Khangain Nuruu.
3286Proseguiamo a piedi nel sentiero segnato tra gli alberi. Ai piedi di una collina una sterminata serie di bandiere azzurre legate a corde tirate tra i tronchi degli alberi e altrettante preghiere scritte su fazzoletti colorati bianchi, rossi, verdi, gialli e blu stesi come biancheria stesa ad asciugare al sole ci fanno capire che siamo vicini al Tovkhon Khiid.
Il nome tibetano di queste bandierine è Lung-ta che significa Cavallo del vento; la tradizione vuole che il vento abbia il compito di trasportare nell'aria le benefiche vibrazioni che scaturiscono dalle preghiere contenute al loro interno. I buddisti le uniscono in lunghe file con cordini e li legano fuori dalle loro case, sui passi di montagna, nei campi e ovunque loro svolgano pratiche spirituali all'aperto come all’esterno dei templi.
Secondo la vecchia tradizione buddista, le forti correnti d'aria guidano le preghiere verso il cielo, trasportate dal Cavallo del vento; quando il bordo delle bandierine in cotone comincia e sgretolarsi a causa dell'azione del vento, tutte le preghiere riportate al loro interno cominciano a realizzarsi.
Le bandierine di preghiera sono di cinque differenti colori, che rappresentano i cinque elementi fondamentali, o le cinque dimensioni del Buddha. Il Giallo rappresenta la Terra, il Verde l'Acqua, il Rosso il Fuoco, il Bianco l'Aria e il Blu il Cielo; questa è anche la sequenza con cui i colori vengono posizionati con il Blu che dovrebbe essere sempre l'ultimo colore in alto, perché rappresenta il Cielo, e il Giallo il primo in basso, proprio perché rappresenta la Terra.
Si sale su per un viottolo e si entra nel complesso attraverso una porta di legno in mezzo a una staccionata verniciata di fresco. C’è una serie di piccoli tempietti in uno dei quali alcuni giovani monaci stanno pregando; molti anziani pellegrini sono aiutati da figli o nipoti a salire o ridiscendere il ripido sentiero.
3302Ci viene consegnato un piccolo depliant in cui è segnato un percorso con varie tappe da fare tra le rocce della collina. Completare il giro faciliterà il raggiungimento della purezza; non è facile da completare, è quasi da scalatori esperti specie se si cerca di salire con un neonato in braccio come tenta di fare un giovane papà accecato dalla fede o affetto da stupidità. Fortunatamente altri uomini accortisi di quello che sta accadendo corrono dall’alto a dargli una mano passandosi l’innocente bambino di braccia in braccia fino alla cima.
C’è un ovoo pieno di sciarpe azzurre, tabacco, airag, incensi, preghiere scritte su fazzoletti colorati, soldi ecc posto in cima in posizione panoramica che stranamente è vietato alle donne; infatti donne mongole hanno fatto allontanare quelle del nostro gruppo che ignare si erano avvicinate.
Ci fermiamo per lo spuntino di mezzogiorno in una piccola radura tra la pista e un boschetto; ci sembra un’ottima soluzione per mangiare all’ombra degli alberi, una cosa rarissima in Mongolia. La soddisfazione dura però giusto il tempo di qualche secondo; siamo assaliti da uno sciame di mosche. Tante mosche che si attaccano alle mani, agli abiti, in testa e che è impossibile cacciarle tutte; se ci si ferma se ne attaccano talmente tante ai vestiti che questi cambiano colore. Sembrano mezze addormentate perché si fanno ammazzare… senza opporre resistenza; basta calpestare un piede con l’altro per ammazzare tutte quelle che si sono accomodate sulla scarpa.
3332A differenza della prima parte del viaggio, quando eravamo nel sud del Gobi, dove gli autisti dei nostri minivan si tenevano costantemente in contatto visivo sugli sterminati altopiani, questi sembrano dei cani sciolti, ognuno per se con la conseguenza che ci si perde come… ora.
I telefonini non hanno linea come nel 99% del territorio mongolo così il nostro autista è costretto a chiedere informazioni alle poche persone presenti in un piccolo villaggio sulla strada da fare per andare dove dobbiamo andare. È poco convinto, vaga nel vuoto, gira in tondo col mezzo scrutando l’orizzonte fino a quando vede delle scie polverose in lontananza; scommette su di esse e la fortuna ci sorride… sono quelle buone. Ci ricompattiamo scoprendo che anche un altro autista dei nostri è arrivato qui chiedendo più volte informazioni.
A Tsetserleg c’è un bellissimo vecchio tempio sconsacrato trasformato in museo; la struttura necessita di un urgente restauro prima che i bellissimi dipinti che ornano i legni scompaiano definitivamente. È considerato uno dei migliori musei del suo genere di tutta la Mongolia; c’è tutta la storia del nomadismo mongolo dalla gher agli attrezzi da lavoro. Dietro il museo c’è una collina in cima alla quale c’è quello che è chiamato Vecchio Tempio da anni in disuso; lo stanno restaurando e allo stesso tempo stanno costruendo una nuova strada e una enorme scalinata per raggiungerlo.
3298In questa città c’è il più grande mercato della provincia. Inizia a piovere per cui ci ripariamo nella parte coperta; la luce non è tanta quanta la puzza ma dopo un po’ ci si abitua sia al buio sia ai forti odori. Ci sono due enormi banchi in muratura e marmo senza soluzione di continuità, come se fossero i perimetri di due rettangoli di venti metri per cinque; all’interno ci sono le merci in vendita e i loro venditori mentre all’esterno passano i compratori. Il banco di sinistra è completamente dedicato alle carni di tutti i tagli e di tutti gli animali presenti in zona; la tonalità dominante dell’insieme è decisamente il rosso con le venditrici tutte con camice rosa e cappellino in testa. Dall’altro lato, sul banco sono in bella mostra i derivati del latte come yogurt secco dal più morbido al più duro e dalle diverse forme, yogurt fresco e formaggi che esternamente somigliano alle nostre caciotte; fa eccezione la venditrice di ravioli cotti al vapore a 200T l’uno. Nell’insieme questo settore ha una tonalità biancastra.
Tutto intorno al perimetro del grosso capannone c’è una serie di piccoli negozi in cui vendono biscotti, pane, bibite, saponi, detersivi e altro. Lo yogurt secco, di qualità morbida costa 1600T al chilo mentre le pigne bollite, più piccole delle nostre, costano 100T l’una. I pinoli vengono venduti anche già snocciolati dalle pigne; si rompono facilmente con i denti perché bolliti, hanno lo stesso sapore dei nostri e sono molto apprezzati dai locali come stuzzichini passatempo.

start prev next end