Erdenedalai
30 luglio 2007, lunedì
Classica colazione a base di burro e marmellata, the a volontà contenuto negli enormi thermos, latte in polvere ecc.
Prima tappa mattutina al monastero Gimpil Darjaalan. E' chiuso; occorre passare in città a recuperare chiave, custode e... figlioletto. Nel periodo comunista questo monastero era stato trasformato in negozio; una cosa negativa che però ha permesso alla struttura di sopravvivere e di arrivare ai giorni nostri quasi integro al contrario degli altri presenti in zona che non sono sopravvissuti allo stalinismo. Oggi è riaperto al culto. È circondato da staccionate di legno che lo proteggono dalla sabbia nelle giornate ventose; l'esterno è classico con tettoie a pagoda e tegole in cotto scuro che poggiano su travi di legno dipinti.
Tipico l'arredo interno con parasoli, tamburi, testi sacri antichi, incensi, teca con le offerte e statua del lama Tsongkhapa, il fondatore della scuola buddista dei Gelugpa o Berretti Gialli. La visita al monastero è stata allietata dal figlio del custode che si è esibito in tutto il suo repertorio di capriole da contorsionista tra le balaustre, suonate di tamburo e salto dello scalino della porta d'ingresso. Ci è stato permesso di fotografare senza flash tutto tranne la statua del fondatore.
La città è praticamente deserta; strade larghe sterrate, qualche moto parcheggiata, alcune auto ferme in riparazione, pochi anziani che si spostano, negozi deserti come la banca dove chiedo informazioni a un tizio che poi scopro essere un cliente che aspetta l'impiegato che non c'è...?!
Comprato un pacco di biscotti e una scatola di fiammiferi nello scarno negozio d'alimentari che vende un po’ di tutto ma non si sa a chi!
Girovagando per la cittadina ho scoperto i nostri autisti attaccati a una bottiglia di vodka... speriamo bene!
Si parte verso sud; il paesaggio è più o meno lo stesso con terreno sabbioso, pietroso con ciuffi d'erba più o meno diradati che danno una colorazione al paesaggio circostante più o meno verde.
C'è un grosso assembramento di auto e persone intorno a uno stupa bianco in cima a una collinetta. Ci sembra strano che concentrati in un unico punto ci siano più turisti di quanti ne abbiamo visti finora; infatti, arrivati sul posto, scopriamo con stupore che si tratta di locali vestiti a festa.
In un primo momento ho pensato a un matrimonio ma ben presto ci è stato spiegato che è in programma l'inaugurazione di uno stupa; sono presenti due monaci buddisti e un centinaio di locali di tutte le età dai bambini in fasce ai nonni col bastone. Tutti in abiti tradizionali quasi mai usati; in semicerchio di fronte allo stupa su tre panche sono seduti gli anziani e le anziane che hanno difficoltà a stare in piedi come tutti gli altri che attendono l'inizio della cerimonia in piedi chiacchierando in piccoli gruppetti.
Accanto allo stupa, in posizione strategica per rovinare le foto, c'è un ragazzo che, con attrezzatura professionale per il posto, manda musica prevalentemente mongola attraverso una grossa cassa acustica; un piccolo gruppo elettrogeno gli fornisce l'energia elettrica necessaria. Ai piedi dello stupa un tavolo con sopra un montone arrosto coperto da un velo e tanti pezzi di yogurt secco ordinatamente impilati uno sull'altro pronti per essere banchettati.
Un monaco assieme ad altri aiutanti sta riempiendo dall'alto l'interno dello stupa con prodotti cerealicoli come grano e riso; in genere gli stupa custodiscono al loro interno reliquie o oggetti posseduti da maestri buddisti o allo stesso buddha. Forse in questo caso le granaglie fungono da offerte e affiancano la o le reliquie di qualche maestro.
Il parco macchine e moto è di buon livello e molti sono provvisti di macchine fotografiche e telecamere; ben presto diveniamo noi stessi vittime dei loro scatti. In effetti siamo noi le bestie rare.
Ripartiamo a malincuore; incontriamo il primo branco di cammelli che pascola liberamente in questa prateria. Sono i veri cammelli; hanno due gobbe a differenza dei dromedari visti in India e nord Africa che di gobba ne hanno una. Si fanno avvicinare senza problemi anche perché sono domati; hanno il classico nottolino di legno nel naso a cui vengono attaccate le redini quando devono lavorare.
Raggiungiamo un piccolo villaggio; non ci sono cartelli che danno il benvenuto a... e gli autisti ci dicono il nome del villaggio in mongolo per cui ci resta difficile trovarlo sulla cartina e capire più o meno dove ci troviamo. Anche qui, come nell'altro villaggio, il senso di degrado e abbandono è quello predominante; gli edifici più grandi sono adibiti a scuole o comunque ad attività pubbliche. Le abitazioni sono circondate da staccionate di legno e lamiere di fortuna per proteggersi dalla sabbia; all'interno dei cortili spesso c'è una gher.
Una regola fondamentale in questa parte del paese è fare il pieno di benzina a ogni occasione e ora è una di queste occasioni. Ci sono quattro serbatoi seminterrati nella sabbia circondati da una ringhiera protettiva di ferro; dalla parte emersa una serie di tubature portano la benzina a vecchie colonnine. È un misto tra self service e servito perché il gestore mantiene la pistola nel serbatoio dell'auto e l'autista, azionando la leva sulla colonnina, pompa il carburante.
Ripartiamo e poco dopo la pista che stiamo percorrendo incrocia i pali di una linea elettrica trifase; giriamo a sinistra e fiancheggiamo la linea elettrica. Il perfetto allineamento dei pali accentua notevolmente la tortuosità della pista che stiamo percorrendo, una tortuosità che spesso ci è difficile capire; da questa mattina il numero di mandrie e greggi è andato via via scemando tanto che ora siamo praticamente soli nel deserto.
Arriviamo a Bayanzag. In questo sito hanno trovato una grossa quantità di ossa di dinosauro; il materiale ritrovato è però tutto nei musei di mezzo mondo e qualcosa in quello della capitale mongola. Sembra che un gruppo di scienziati giapponesi con sofisticate tecniche abbia scoperto altri resti e quanto prima inizieranno una nuova campagna di scavi. Nel primo posto dove arriviamo c'è un grosso cumulo di sabbia rossa solidificata che si erge dal terreno; da lontano sembra una miniatura venuta male di una famosa zona australiana.
Bello il contrasto tra questa sabbia compatta rossiccia, il verde grigio della pianura su cui si erge e il grigio della collina alle sue spalle. La sabbia grigia pietrosa della collina alle spalle del cumulo rossiccio non è molto compatta tanto che uno dei nostri pulmini si insabbia nonostante sia 4x4; è stato necessario cercare pietre più grosse e rametti di legno, cosa alquanto difficile visto il posto dove ci troviamo, metterli davanti alle ruote dopo averle liberate dalla sabbia e spingere tutti insieme per farlo ripartire.
La seconda zona dove andiamo è un vero e proprio spettacolo della natura; qui l'altopiano è su due livelli differenti, sfalsati di un centinaio di metri, un'enorme gradino. Il fronte di sabbia è stato modellato nel tempo dall'erosione del vento, del sole e dell'acqua. Il risultato è stupefacente con panorami mozzafiato. Ancora una volta il rosso delle variegate forme che assume il fronte contrasta meravigliosamente con il verdognolo della valle.
Ripartiamo verso sud per raggiungere il campo di gher dove passeremo la notte; durante il giorno è piovuto sui monti che circondano l'altopiano che ora stiamo percorrendo e la copiosa acqua adesso sta allagando le zone più basse. L'autista del primo dei tre Uaz colto di sorpresa si impantana; gesticolando immediatamente riesce a fermare gli altri due. Dopo un rapido consulto a distanza il nostro autista e l'altro fanno un lungo giro per aggirare l'ostacolo, ma questo è infido e solo il nostro autista riesce a passare, l'altro si impantana.
Festeggiamo il nostro driver, Tmar, per aver guadato indenne la grossa pozzanghera che si era improvvisamente materializzata davanti a noi; con un po’ di fatica gli altri due minivan riescono a partire e ci raggiungono attraversando spettacolarmente il pantano ormai conosciuto.
Felici e divertiti ripartiamo senza immaginare che il pericolo ancora non è finito; dopo poche centinaia di metri uno dopo l'altro ci impantaniamo tutti e tre con il nostro autista che dopo l'altare dei complimenti ricevuti in precedenza si trova nella polvere… bagnata dello sconforto, lasciandosi scappare qualche incomprensibile imprecazione.
La situazione è drammatica; ogni tentativo di far ripartire le macchine fallisce facendole sprofondare sempre più nel fango. Siamo bloccati nel deserto senza nessuna possibilità di chiedere aiuto visto che in questa zona non c'è segnale per i telefonini. Quando la rassegnazione e soprattutto il freddo stanno per prendere il sopravvento la fortuna ci è venuta incontro; una jeep è comparsa all'orizzonte in senso contrario al nostro. L'abbiamo fatta fermare in tempo prima che finisse anche lei inghiottita nella neonata palude; mettendo assieme i cavi d'acciaio delle quattro macchine, la jeep è riuscita a trascinare fuori dal fango il nostro Uaz, quello più vicino, per poi tornare indietro alla ricerca di una via più sicura con i due turisti che hanno assistito alla scena un po’ impauriti anche se eravamo noi ad avere problemi.
Con lo stesso sistema dei cavi d'acciaio il nostro pulmino tira fuori dai guai, non senza difficoltà, gli altri due. Ripartiamo felici e guardinghi, pronti a sobbalzare a ogni pantano e arriviamo sani e salvi all’accampamento di gher chiamato Tovshin I dove ceneremo e pernotteremo.
Alle 7.00, dopo colazione, ripartiamo verso sud; dopo pochi chilometri, spoggettando una collina, ci troviamo davanti uno splendido panorama fatto da colline verdi, una gher e tanti montoni che ci circondano da tutti i lati. La luce mattutina è invitante e dalla gher partono di corsa due bambine che diventano ben presto prede per i nostri scatti con la gher e gli animali a far da sfondo. Simpatici questi e tutti i bambini che abbiamo incontrato finora che si fanno fotografare tranquillamente; non si limitano a mettersi in posa ma si irrigidiscono seriosi sull'attenti. Solo quando spariscono le macchine fotografiche sfoggiano il loro innocente sorriso.
Sulla sommità dei monti che ci sovrastano ci sono dei rapaci che volteggiano imperiosi in un cielo finalmente azzurro, punteggiato qua e la da batuffoli di nuvole. La valle è talmente stretta e profonda che il sole in alcuni punti non raggiunge mai il fondo tanto che questo posto è famoso, oltre che per la bellezza, perché c'è la neve quasi tutto l'anno... tranne questo periodo. La neve non c'è ma la temperatura è sufficiente a... farci rinforzare gli ormeggi.
Nel centro della piazza c'è una gher su cui campeggia la scritta fast food; entriamo per curiosità e ci accorgiamo subito di non essere in un Mc Donald's. Cucina, stufa e tavolini sono tutt’uno con un caldo tremendo che ci fa rivalutare positivamente l'insolazione presa fuori.
La partenza è stata una... falsa partenza; la gomma sostituita è sgonfia. Occorre rialzare la macchina con il martinetto a cric e già questo non è facile perché questo attrezzo sul terreno sabbioso non ha una grossa tenuta, poi con una pompa da... bici ci alterniamo al pompaggio per gonfiare la gomma.
Questa mattina partiamo presto perché dobbiamo raggiungere Ulaan Baator; sono più di 500 chilometri e su queste strade la media non sarà alta. Tra i minivan parcheggiati abbiamo trovato un cammello che dorme tranquillo; non è stato facile convincerlo a spostarsi.
Piccola corsetta mattutina in quattro: io, Azelio, Claudia e un cane che ci ha seguito per tutto il tragitto; alle cinque del mattino alla sola luce della luna piena non è agevole trovare la pista e seguirla, ma correre in quest'ambiente mentre i colori freddi della luce lunare lasciano via via il posto a quelli più caldi dell'alba è uno spettacolo splendido.
Oggi è stato costruito un nuovo piccolo tempietto in cui spiccano i testi sacri racchiusi in teli di seta colorati e con indici di broccato uno giallo, uno rosso e uno blu ricamati con filo d'oro; solita teca con le offerte e foto del vecchio e nuovo Lama. Sotto la pioggia andiamo al vicino museo ricavato in una gher. Ci sono cimeli molto antichi e sembra impossibile che li possano tenere in una tenda che, per quanto buona, non è certo il luogo ideale per conservare a lungo questi vecchi oggetti senza che si danneggino; per non parlare di qualche malintenzionato che può impossessarsene quando non c'è nessuno in giro come tra mezz'ora quando noi saremo andati via. Tra gli oggetti custoditi, quelli che incuriosiscono maggiormente sono la tromba telescopica, la tibia umana usata come strumento musicale e la calotta di un teschio, sempre umano, utilizzata per le offerte.
Sveglia alle tre di notte per partire alle tre e mezza per l'aeroporto; a sorpresa troviamo la colazione pronta. C'è un solo pulmino per noi e i bagagli; ci stringiamo come sardine, i giapponesi ci fanno un baffo.
Il mio posto è il 3D, sull'oblò accanto al gruppo motore-carrello per cui posso vedere lo stato di usura delle gomme; una è completamente liscia, nell'altra si intravede ancora un po’ di battistrada. Dall'altro lato le cose non devono essere migliori visti i commenti delle persone sedute di là.

Andiamo in un vicino negozio dove compriamo pane, acqua e... vodka. Poi al mercato dei containers, detto così perché i venditori occupano uno dei tanti containers sistemati ordinatamente all'interno di un grande recinto in muratura. All'esterno del mercato è un gran polverone provocato dal via vai di moto, moto con sidecar, jeep e camion che arrivano e vanno via con le merci da vendere o comprate.
Ci fermiamo nei pressi di una stele di pietra, molto somigliante nello stile a quelle atzeche, piantata nel terreno nel mezzo di una spianata. E' molto antica, ne abbiamo vista una simile nel museo, ed è dedicata a soldati passati di qui non si sa per quale motivo.
Scendiamo lungo il letto di un fiume in secca e quasi non vediamo uno gnu biondo sdraiato per terra a ruminare; è perfettamente mimetizzato tra l'erba rinsecchita e fin quando non ci avviciniamo troppo rimane tranquillamente accovacciato.