Doha
22 dicembre 2019, domenica
Tocchiamo terra alle 5.10 locali; è ancora buio e il cielo è leggermente nuvoloso.
Nell’Aeroporto Internazionale Hamad di Doha un lunghissimo corridoio al primo livello porta ai controlli dei viaggiatori in transito che si svolgono rapidamente solo perché ci sono tanti addetti. Una scala mobile porta al piano terra dove ci sono i lussuosi negozi Duty Free, tra cui spiccano i nostri marchi della moda e degli accessori oltre a splendenti gioiellerie e profumate… profumerie.
L’architettura interna si ispira chiaramente a un’oasi del deserto con giochi d’acqua e bellissime e altissime palme finte che decorano l'immensa hall con al centro una fotografatissima opera carnevalesca di un artista svizzero che sicuramente rappresenterà qualcosa ma… sinceramente non so cosa. Sempre qui sono esposte una McLaren, una Bmv e una Harley-Davidson che solo pochi possono permettersi; per questo sono lo sfondo ideale per i selfie di quasi tutti i maschietti di passaggio.
Un lunghissimo corridoio porta ai gate B tra cui il 6 dove c'è l’imbarco per Bangkok. A intervalli regolari, tra le numerose uscite, spiccano le sale d’attesa riservate alle donne con vetri satinati per non essere osservate.
L'aereo è un B777-300ER; sono circondato da bambini, dagli infanti ai decenni di varie etnie. Speriamo bene.
L’aeroporto è nuovo, inaugurato nel 2014 e non ancora completato; un nuovo terminal dovrebbe entrare in funzione in concomitanza con lo svolgimento dei prossimi mondiali di calcio che si svolgeranno in questo emirato. È costruito su terreni bonificati, rubati all’acqua; infatti la pista è praticamente sulla spiaggia, protetta dal mare da una ordinata scogliera artificiale. Attraversiamo lo Stretto di Hormuz ed entriamo in Iran da Bandar Abbas.
Il rosso porpora è il colore della compagnia; si trova ovunque dalla tappezzeria dei velivoli alle divise del personale. Per colazione ci sono tre piatti principali tra cui scegliere ma sono a base di carne o uova così scelgo la quarta opzione... niente. Solo un piccolo cornetto, macedonia di frutta e un buonissimo yogurt bianco che sovrasta una conserva gialla di passion fruit. Dopo colazione... tutti a nanna; non capisco questo obbligo di chiudere tutte le tendine e spegnere le luci su voli di giorno.
Abbiamo attraversato tutta l'India e stiamo per... ammarare tra l'Orissa e il Bengala. Sono le 10.20 ora di Doha, 15.20 ora tailandese ed è ancora tutto buio in cabina.
Un obbrobrio di sandwich ci è stato proposto come spuntino; è un Chinese barbeque chicken macellato a uso arabo presentato in una scatola che sembra un profumo ma… non profuma. Più che un sandwich è un pasticcio ripieno.
Siamo vicini a Bangkok e finalmente si possono alzare le tendine degli oblò; sotto di noi una cappa d'umidità che aggiunta ai 30 gradi previsti non fanno sperare nulla di buono.
In aereo ci hanno consegnato un form da riempire e consegnare assieme al passaporto per il visto d'ingresso. In genere è una formalità invece qui, all’Aeroporto Internazionale di Bangkok-Suvarnabhumi sono molto pignoli e controllano voce per voce e non ti mandano via se non gli tornano i conti. Uno scanner prende le impronte prima alle 4 dita della mano destra, poi sinistra e infine i due pollicioni. Un monitorino indica cosa fare nella lingua giusta... anche l'italiano. Completa l'opera la web cam che fa la foto. Questo aeroporto è uno dei più trafficati al mondo e possono permettersi di fare i pignoli solo perché sono in tanti ai controlli. A un certo punto c'erano migliaia di persone in fila delle più disparate etnie e in meno di mezz'ora ci siamo sbrigati. Il traffico di un aeroporto lo misuri anche dal numero dei caroselli per i bagagli; il mio era il 17 e ce ne erano altri.
Appena fuori il caldo umido ci ha dato una mazzata incredibile; a Doha era ancora buio e il caldo non si è sentito molto ma qui no. All’esterno è un viavai di bus, minivan e taxi per smistare i tanti viaggiatori ma c'è anche il treno, l’Airport Rail Link che collega velocemente lo scalo all’interscambio con la metro in meno di mezz’ora.
Con un mini bus raggiungiamo l'albergo, il Fuji hotel che si trova vicino all'altro aeroporto che useremo domattina. La strada è a 4 corsie per senso di marcia abbastanza trafficata ma scorrevole. La guida è a destra, all'inglese.
L'albergo è molto spartano e l'hanno ripulito di recente riverniciando di bianco tutti gli infissi, più lavandino e vasca da bagno. La puzza di vernice fresca è... inebriante.
Cena al vicino ristorante tailandese. Riso alla polpa di granchio, ottimo ma caro per gli standard del posto. Ci sono più dipendenti che clienti e tutti in divisa impeccabile.
Non c'è il lucchetto al bagaglio da stiva; spero l’abbiano rotto per controllare qualcosa. Se è così sono stati bravi perché la roba è tutta in ordine.
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Vieng Phoukha
24 dicembre 2019, martedì
Stanotte all'una e mezza il gallo del cortile ha cominciato a cantare tirandosi dietro tutti quelli del vicinato; un concerto non gradito in piena regola. Partiamo per il trekking di tre giorni con uno zainetto col minimo indispensabile; il grosso lo lasciamo in una stanza e lo recupereremo al ritorno. Colazione con panini dolci, caffè con latte condensato e uova strapazzate.
La benzina costa 9690 kip al litro. Ci fermiamo all'agenzia della nostra guida; di fronte c'è un piccolo mercatino quasi insignificante ma tra le quattro bancarelle troviamo subito qualcosa di interessante. Un paio di animaletti cotti alla brace tenuti aperti da bacchettine di bambù somigliano troppo a qualcosa che non vorremmo che fossero; la guida subito interpellata ci conferma che sono ratti e che lui prima di diventare guida del parco era un cacciatore di questi animali nel bosco.
Le risaie sono tutte asciutte con ancora i resti del riso mietuto ma tra non molto inizierà la nuova stagione perché ci sono dei vivai di piantine di riso, alcune mai viste prima sotto basse serre.
Iniziamo la tre giorni di trek da un villaggio di etnia Kamu, Nam O, che giace lungo la strada principale dove abbandoniamo il minivan che ci ha portati qui.
C'è ancora molta umidità in giro e il sole ancora non riscalda; gli abitanti del villaggio che hanno dormito nelle loro case di legno per niente coibentate e per niente riscaldate sono ora tutte in strada intorno ai fuochi accesi davanti alle loro case per prendere calore prima di iniziare le normali attività giornaliere. Fumano come... turchi soprattutto le donne anziane. Questa etnia è animista.
Lasciamo il villaggio e ci addentriamo tra i terrazzamenti; attraversato un piccolo ruscello, troviamo un terrazzo coltivato a orto. Una giovane donna con il suo piccolo sta curando il suo campo di fagioli; le piantine sono ancora piccole ma ha già preparato i castelli di canne per far arrampicare le piante. Un bel colpo d'occhio.
In questa zona la foresta è stata tagliata e bruciata per fare spazio al riso che viene seminato nei pendii, quindi non a terrazzo. In questo modo si ottengono un paio di raccolti, poi il terreno viene abbandonato e la foresta si riappropria lentamente del proprio territorio mentre i contadini hanno già adocchiato un altro pezzo di foresta da tagliare e bruciare per far spazio alla successiva risaia di montagna.
In giro non si vedono bufali un po' perché molte lavorazioni sono state meccanizzate e un po' perché c'è sole ed è caldo e i bufali hanno la pelle delicata e possono lavorare solo la mattina o la sera. Oltre al riso le foreste vengono distrutte anche per far spazio agli alberi di caucciù.
Entriamo nella foresta e vediamo subito un giovane albero killer; si arrampica alla vittima come una normale pianta rampicante poi crescendo la avvolge completamente soffocandola.
Fino al 2003 la nostra piccola, di statura, guida cacciava i ratti nella foresta; c'è ne sono di due tipi, uno piccolo e l'altro grande e lui ci mostra le tane e i buchi creati dai cacciatori suoi successori per predarli.
Ci fermiamo per una breve sosta e assaggiamo dei frutti simili nella forma, ma più piccoli, delle nocciole; sono buonissime. Crescono a grappolo e sono trattenuti da queste col cappuccio come le ghiande.
Ci vuole un buon occhio per distinguere la giovane canna di bambù da quella del ginger; quest’ultima è quasi sempre solitaria a differenza dell’altra. È facile da sradicare per recuperare il prezioso tubero.
Oltre alla guida con noi ci sono altre due persone, uno giovane e l'altro molto meno, che ci seguono con discrezione e che armati di machete sistemano la pista dopo il nostro passaggio in modo che il prossimo gruppo che scortano possa trovare il sentiero in buone condizioni. È ora di pranzo e questi due personaggi che noi abbiamo sempre creduto dietro ci hanno fatto trovare la tavola apparecchiata davanti a noi. Foglie di banano per terra come tovaglia e cibo rinchiuso in... foglie di banano. Due qualità di broccoli bolliti, ragù di carne tritata con germogli di soia ed erbette dal sapore buono ma piccante, frittata di banane, e arance e bananine come frutta.
Qui i cinesi non sono ben visti perché sono considerati scorretti; la verità è che una popolazione vergine al commercio come sono gli abitanti di questi villaggi sperduti nella foresta non potranno mai competere contro dei professionisti come i cinesi. Questi invogliano i locali a piantare, per esempio, piante di caucciù allettandoli con prezzi alti, poi dopo aver disboscato, piantato centinaia di alberi, aspettato sette, otto anni che entrino in produzione si ritrovano a vendere il prodotto a prezzi notevolmente più bassi. La nostra guida ha trecento alberi della gomma e il reddito non è sufficiente a mandare avanti la famiglia.
Il villaggio che ci ospiterà questa notte lo sentiamo prima di vederlo; c'è una lotta sonora tra gli sfortunati maiali chiusi nei recinti al limitare del villaggio e i liberi paperi che provano a rubare il loro cibo. A questi si sommano le urla gioiose dei tantissimi bambini che animano coi loro giochi il villaggio.
I granai per il riso sono tutti costruiti fuori del villaggio in modo da difenderli dalle fiamme di eventuali incendi delle case che sono tutte in legno; sono costruite come le case su palafitte con sistemi artigianali anti ratti per difendere il proprio reddito dall'intrusione degli odiati animaletti.
È l'ora dello spidocchiamento; davanti casa, mamma a figlia, figlia a sorella più piccola e via. I maschietti invece sono impegnati a giocare con le trottole autocostruite. Tronchetti di legno cilindrici a cui col machete fanno una punta. Simile al nostro... strummolo, più grande e senza la punta di ferro.
È stato difficile entrare in gioco ma quando gli ho fatto vedere come far passare la trottola rotante dal terreno al palmo della mano è stato bello vedere i bambini provare a imitarmi o a invitarmi a rifarlo con le mamme e le nonne dai... piani alti a godersi contente lo spettacolo.
Le case di legno più o meno grandi sono costruite su palafitta con una ripida scala che porta a un patio dove da un lato ci sono le stanze da letto e dall'altra la cucina; il tutto sotto lo stesso tetto. In questo villaggio è arrivata l'acqua; ogni casa ha una fontana sul patio e una al piano terra nel bagno. Sul patio, praticamente all'aperto, a vista, si lavano i panni e le stoviglie e con parei le donne e in mutande gli uomini ci si lava con l'acqua logicamente fredda marmata. Il bagno non e altro che un cesso alla turca con accanto un grosso recipiente posizionato sotto la fontana con una zucca secca che funge da secchiello che galleggia e che serve da... sciacquone dopo l'uso.
Dopo aver mangiato tutti assieme un'ottima cena casalinga ci siamo divisi a dormire in tre case diverse.
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