Bangkok
23 dicembre 2019, lunedì
Sveglia alle 4 e partenza alle 4.30 perché dicono ci sia traffico la mattina. Sembra strano ma ci fidiamo. L'autista invece arriva alle 5 perché non è stato avvisato del cambiamento di programma. Prendiamo subito l'autostrada o almeno qualcosa di simile perché… si paga. È scorrevole ma il blocco lo troviamo all'ultimo chilometro; arriviamo comunque al Don Mueang Airport in tempo utile per il check-in. È il vecchio aeroporto di Bangkok caduto in disgrazia dopo la costruzione e l’entrata in servizio del nuovo scalo dove siamo arrivati ieri e che dista una cinquantina di chilometri da questo; è tornato in auge recentemente per decongestionare il giovane fratello… maggiore ormai sull’orlo del collasso per il vertiginoso aumento del traffico. È più grande di quanto mi aspettassi e vi fanno base le compagnie, low cost e non, che operano principalmente in Indocina tra cui l’AirAsia con cui oggi raggiungeremo il nord del paese. Il volo è l’FD3199 per Chang Rai con partenza alle 6.55; a dimostrazione del fatto che lo scalo non è piccolo… abbiamo camminato tanto prima di poterci accomodare sulla poltrona assegnataci sull’A320-200 che pian piano si è quasi riempito.
Accanto a noi, in pista, c'è un Airbus ampiamente sponsorizzato dalla King Power, società tailandese leader nella gestione di negozi duty free fondata dall’ex presidente della squadra di calcio inglese del Leicester morto durante i festeggiamenti dello storico scudetto. Sulla fusoliera campeggia la grande scritta Leicester City Football Club. Strano fenomeno... nubi basse alla nostra sinistra e cielo sereno sopra così vediamo il sole sorgere dalle nuvole... quando siamo ancora a terra.
Speriamo che al nord la situazione migliori... per essere la stagione asciutta c'è troppa foschia per i miei gusti. È praticamente sereno ma per l'elevato tasso di umidità dall'alto non si vede nulla del territorio che stiamo sorvolando.
Non so se perché il sole ora è più alto o perché il territorio sotto di noi si è avvicinato perché montagnoso... fatto sta che la visibilità è migliorata di molto. Presenza umana zero se si eccettuano una enorme cava a cielo aperto, una centrale elettrica con grosse torri di raffreddamento fumanti e alcune dighe e relativi laghetti.
Ora che siamo in fase di avvicinamento alla meta si è aperta una grossa valle tra i monti e il paesaggio è completamente variato con massiccia presenza umana, campi coltivati, risaie allagate, strade, case, capannoni industriali e… tanta luce. L’enorme Buddha bianco, il Giant Buddha del Wat Huay Pla Kang, visto dall’alto domina maestosamente la valle appollaiato in cima alla collina. Atterriamo alle 8.20 in anticipo sull'orario previsto.
Mae Fah Luang - Chiang Rai International Airport è il grande nome del piccolo aeroporto; troviamo un comitato di ricevimento con vecchietti che suonano musica antica con vecchi strumenti. Il caffè è buono. Al centro della hall una foto del re incorniciata su letto di finti fiori gialli e bianchi molto scenografici. Se ne vedono dappertutto con o senza moglie con o senza fiori. Per strada poche auto, qualche camion e molti scooter e tra questi tanti hanno il sidecar per il trasporto delle merci e qualcuno promiscuo.
Le risaie sono tutte asciutte; qualcuna è arata altre mietute ma la cosa brutta, per me, è che non si vedono bufali e dai segni sul terreno si evince che ormai tutte le lavorazioni che ruotano intorno alle risaie sono oramai meccanizzate.
Davanti a quasi tutte le case ci sono dei piedistalli con sopra piccoli altarini buddisti. Alberi di banano ce ne sono tanti ma sono in ordine sparso mentre i bananeti veri e propri di grosse dimensioni si contano sulle dita di una mano. Qui ci lavorano tante persone; i caschi sono verdi e ancora non troppo grandi e quasi tutti sono ormai irretiti per proteggerli dagl’insetti.
Grosse porzioni di foresta sono stati sostituiti dagli alberi della gomma ma non si vedono le classiche ciotoline per la raccolta del caucciù mentre gli ananas quando ci sono si fanno notate perché sono tanti e ordinati per filari paralleli tra loro.
Circolano per strada dei veicoli che sembrano dei camioncini senza cofano motore, motore che somiglia a quello di una motozappa anche come dimensione.
Raggiungiamo il confine di Chiang Khong. L'edificio somiglia a una grossa pagoda; nel sottotetto è stata stesa una enorme rete per impedire agli uccelli di nidificare ma la cosa non è riuscita bene così si è trasformata in una enorme voliera in cui gli uccelli di diverse razze e dimensioni volano felici e cantano a squarciagola. La rete in compenso trattiene penne e guano dando la sensazione di sporcizia.
Tutt'intorno le aiuole sono ben curate e innaffiate sia con irrigazione automatica sia con l'ausilio di un'autobotte con l'operatore comodamente seduto sulla poltroncina sistemata in cima alla cisterna.
Sotto l'enorme tettoia a forma di pagoda ci sono dei semplici box dove, in uno di questi, un operatore in divisa con tanto di gradi sulla manica e lustrini al petto che era intento a vedere una partita di calcio al computer personale ci ritira il form compilato in partenza, ci riprende le impronte di una sola mano, timbra il passaporto e ci augura buon viaggio.
Siamo quasi sulla sponda del Mekong che in questa zona fa da confine sia naturale che geografico con il Laos. Un tempo si passava il confine su appositi Caronte; oggi sembra che questo servizio sia solo folcloristico e comunque effettuato fino a una certa ora. A noi tocca usufruire del servizio bus che passa sul nuovo ponte costruito dai cinesi poco tempo fa.
Sulla sponda laotiana sono in costruzione due torri simili una accanto all'altra mentre il bus ci porta in un'altra struttura simile in tutto a quella thailandese.
Passando da un box all'altro, compilando e consegnando moduli e foto, impronte e foto digitali, pagando 35 dollari alla fine ci ritroviamo col passaporto con visto di 30 giorni, copia di un modulo compilato e un foglietto con codice a barre che ci permette di entrare in Laos attraverso un tornello automatico come se entrassimo alla metro.
Mentre espletiamo le nostre formalità arriva un gruppo di anziani cinesi che vengono trattati in malo modo da una coppia di giovani guide accompagnatrici.
Si ritorna alla familiare, per noi, guida a sinistra; ci fermiamo subito a pranzo in una baracca a bordo strada dove mangiamo un'abbondante zuppiera di noodles in brodo con carne tritata e germogli di soia. Lungo la strada sono tantissime le bandiere rosse con falce e martello cucite a mano. Come nella parte thailandese i più si spostano in scooter; ci sono dei rimorchi trainati da trattorini con lunghissimi manubri guidati anche da ragazzini. Non capisco come possano sterzare.
Ci fermiamo a una enorme miniera di carbone a cielo aperto dove decine di camion portano via il materiale estratto in un nuvolone di polvere che avvolge perennemente le abitazioni in legno su palafitte costruite lungo la strada in questo posto.
In una curva lo spostamento del carico ha provocato il ribaltamento di un camion.
Arriviamo a Vieng Phoukha e ci sistemiamo in uno spartano residence lungo la statale percorsa da numerosi camion moderni per niente caratteristici.
La città si sviluppa sia lungo la statale che la parallela in rifacimento a monte. Gli edifici sono poco più e avvolte poco meno di baracche in legno, spesso su palafitte. Qualche negozio di cineserie dietro tendoni per difendersi dal sole e tanti banchetti dove tutti vendono arrosticini cotti su braci improvvisate sul posto, uova sode sbucciate ed erbette selvatiche ben lavate. È l'ora della fine delle lezioni per cui è un via vai di mamme e papa che con lo scooter portano a casa uno o più scolari mentre la maggior parte dei ragazzi torna a casa a piedi. Bello vedere bambini di quattro cinque anni in divisa scolastica attraversare da soli con padronanza la statale destreggiandosi tra grossi tir e scooter. Singolare le studentesse più grandicelle che si proteggono dai raggi del sole con gli ombrelli aperti.
Accanto al nostro Sainamcouk Guesthouse c'è una concessionaria di scooter dove le decine di mezzi nuovi perfettamente allineati sono nascosti sotto una grossa coltre di polvere che fa solo intuire il colore reale; fa anche da officina e i piccoli figli della proprietaria giocano tranquillamente e ben oleati tra i pezzi di ricambio.
Sul fiumiciattolo ragazzi di tutte le età fanno il bucato e si lavano mentre altri abbeverano gli animali o lavano le moto o riempiono secchi d'acqua per l’irrigazione dei vicini orticelli.
Una donna fa pulizia per strada e brucia plastica facendo un gran puzzo che permane anche oltre.
Nel cortile della scuola secondaria i ragazzi oltre a giocare alla classica pallavolo si dilettano con una specie di calcio tennis; la rete è a un metro e mezzo circa di altezza e la palla è grande come quella della pallamano, è vuota e fatta di strisce di plastica rigida intrecciata. Giocano in modo acrobatico; soprattutto la battuta che eseguono in mezza rovesciata su palla passata con le mani da un compagno di squadra. Alcuni si stanno allenando a questo tipo di battuta utilizzando una palla legata a un ramo di un albero.
All'imbrunire dagli altoparlanti posizionati in ogni angolo del paese si diffonde la propaganda politica fatta da una voce femminile decisa e delicata allo stesso tempo.
Ceniamo in uno dei due ristoranti del paesino; la sera rinfresca e logicamente i tavoli… sono all'aperto. Riso in bianco azzeccuso, pollo ruspante bollito e brodo di una verdura tenace, verde scuro dal retrogusto leggermente amarognolo come i nostri broccoli.