Luang Prabang
4 gennaio 2020, sabato
Stamattina sveglia prima dell'alba per assistere alla cerimonia della questua dei monaci. In fila percorrono la strada e i fedeli seduti per terra offrono cibarie, soprattutto riso, e soldi. Tra i fedeli in ginocchio ci sono anche dei ragazzini... non abbienti con delle bustine di plastica in cui i monaci passando offrono parte di cibo che hanno ricevuto. È una scena molto bella, romantica che un tempo doveva essere molto sentita dalla cittadinanza. Oggi purtroppo, almeno qui, si è trasformata in un gioco per turisti. Tra i fedeli ci sono tantissimi... infedeli che comprano il riso da invadenti venditrici e si siedono tra i pochi fedeli veri per farsi fotografare, magari col flash, mentre donano una manciata di riso ai monaci che scalzi e in silenzio gli passano davanti in fila, uno dietro l’altro.
Il giochino finisce prima dell’alba così ne approfitto per fare una corsetta nella città… che si sveglia. È impressionante il numero di monasteri presenti; è un po’ come le chiese per Roma.
Nelle stradine che uniscono la strada principale al lungomekong si svolge il mercato alimentare; la frutta per noi esotica è affiancata da mandarini e banane mignon mentre grossi pesci di fiume competono con… bottiglie di miele. La cosa che accomuna i prodotti è la presunta apatia dei venditori a promuovere la loro mercanzia; a parte gli anziani che, se non stanno contando i soldi, sono immersi nei loro pensieri, giovani e meno giovani sono impegnati a sfogliare i propri telefonini. Comunque quando arriva un cliente interessato si svegliano subito dal torpore.
Tra il bell’edificio del Royal Palace Museum e lo straordinario Wat Ho Pha Bang c’è un bellissimo parco ben curato e frequentato con piante strane, a noi sconosciute, con frutti tondi verdi grossi e simili ai pompelmi.
Il Wat all’esterno presenta dei mosaici a figure geometriche con tasselli verdi fosforescenti che ieri al tramonto gli donavano un’atmosfera unica mentre oggi abbiamo potuto ammirare uno splendido Bhudda dorato, molto venerato, al suo interno.
Sul lungofiume cresce un albero dai frutti simili alle nostre piccole mele verdi; la similitudine finisce qui perché i frutti crescono a grappoli direttamente sul grosso tronco.
Il Wat Xieng Thong si trova quasi alla confluenza del Nam Khan col Mekong, i due fiumi che attraversano Luang Prabang ed è proprio alla fine di un Gat sul grande fiume che c’è l’ingresso principale a questo grandioso tempio che nel tempo è stato luogo di incoronazioni e funerali reali e sede di rappresentanza per dignitari di tutto il mondo che arrivavano via fiume e salivano in pompa magna i gradini che proprio dal fiume portano al Wat.
Il monastero fu fondato nel 1560 per commemorare la memoria del primo re di Luang Prabang; da allora è stato ampliato e restaurato innumerevoli volte tanto che è impossibile oggi risalire alla forma originaria. Per fortuna Xieng Thong è stato risparmiato dalla distruzione durante l’invasione cinese dei Black Flag nel 1887, quando una parte della città e molti dei suoi monasteri furono danneggiati o distrutti. Comprende più di venti strutture tra santuari, padiglioni e residenze.
Appena entrati la pagoda rapisce subito l'attenzione; il tetto é spiovente a due livelli più quello del portico laterale che arriva quasi a terra. La facciata è di legno dorato con motivi floreali e ruote del Dharma che si susseguono senza soluzione di continuità su fondo nero e marrone; un incanto. Sulla parete opposta alla facciata un imponente mosaico rappresenta l’albero della vita.
Il tetto molto spiovente è sormontato da un Dok So Faa dorato a diciassette elementi; rappresenta il Monte Meru considerato il centro del mondo nella tradizione buddhista. Questa decorazione è presente su tutti i tetti dei templi buddisti in Laos e se è composto da più di 12 elementi significa che la costruzione è di origine reale.
La Cappella del Buddha sdraiato è molto piccolo rispetto alla pagoda ma è un altro edificio che non passa inosservato; l’esterno è rivestito con uno stucco rossastro splendidamente intarsiato con mosaici in vetro dai colori vivaci che illustrano sia attività religiose, nella parte alta, che la vita quotidiana di un villaggio Lao nella parte bassa con alberi, barche, carri, elefanti, case, scene di caccia e pesca, scene di lavoro e di gioco.
La visita al tempio è stata disturbata e allietata allo stesso tempo da un thailandese sulla quarantina, palestrato in canottiera con tatuaggi e un paio di Ray-Ban che si è fatto decine di selfie davanti e dentro i templi in tutte le posizioni senza mai togliersi gli occhiali anche in ambienti poco illuminati.
In giro per la città ci sono tanti monaci con la tunica dal giallo al porpora a seconda dell’anzianità di servizio, buona parte dei quali si proteggono dai raggi del sole con l’ombrello.
Sul Nam Khan c’è un bellissimo piccolo ponte fatto di bambù che ti porta dall’altra parte della riva dove una volta c’era un villaggio di pescatori che ora è stato cannibalizzato dall’espansione della città. Questo ponte viene completamente distrutto dalla prima piena del fiume nella stagione delle piogge e puntualmente ricostruito a mano, in meno di una settimana, quando il livello dell’acqua scende nella stagione asciutta.
Attraversare il ponte è emozionante e non avverti minimamente la sensazione di precarietà che ti aspetteresti da questo povero materiale di costruzione.
Dall’altra parte una stretta viuzza con ristoranti e negozi porta al Vat Phan Luang che è un grande tempio con tanti edifici, barca cerimoniale, torre del tamburo, belle decorazioni ma che necessita di manutenzione e forse proprio per questo sembra… vero e incute rispetto.
Nella piccola strada che porta al ponte si sta svolgendo una veglia funebre in onore di una donna di quarantadue anni; l’età, l’ora del ritrovo e la data sono le uniche informazioni che riusciamo a decriptare dal grosso manifesto in lingua lao che vediamo nelle vicinanze della stanza vuota dove è stato allestito un piccolo tempietto con la festeggiata.
Qui la morte non rattrista come da noi; un uomo dai capelli rasati di fresco come da tradizione buddista deve essere il parente più stretto e sta parlando serenamente con un coetaneo mentre tanti altri, giovani e meno giovani, uomini e donne sono seduti ai tavolini piazzati tutt’intorno e mangiano e bevono allegramente; addirittura un gruppetto gioca a carte puntando soldi veri.
Una signora vende piccoli mandarini, banane e bellissimi dragon fruit; chiedo il prezzo di quest’ultimi e riesco a capire che costano 15000 kip al chilo. Ma io ne voglio solo uno, glielo indico e lei lo pesa… più di 800 grammi per 13000 kip. Ottimo.
Bighellonando per la città visitiamo un’infinità di templi più o meno ristrutturati con i soldi dell’Unesco, alcuni uno accanto all’altro, più o meno grandi ma tutti particolarmente affascinanti.
Sono sulla main street, si avvicinano le 17 e questa volta non voglio farmi cogliere impreparato dalla… tempesta dopo la quiete quando decine di anonime persone, allo scoccare dell’ora X, tutti insieme cominciano a montare freneticamente i loro gazebo tra la gente ignara che non sa dove scappare per non essere d’intralcio.
C’è una strana e utilissima figura professionale; è più di un’ora che noto un paio di persone, ma ce ne saranno sicuramente altre, che a mano o con l’aiuto di moto stanno portando in posizione i carrelli contenenti i gazebo e i prodotti in vendita, carrelli che di giorno saranno sicuramente parcheggiati in luoghi sicuri non lontani dal centro.
Più che dalla mercanzia in vendita sono affascinato e stupito dalla moltitudine di bambini di tutte le età, a partire dai lattanti, che accompagnano le loro giovani mamme che rappresentano la stragrande maggioranza dei venditori. Sono li, seduti o sdraiati, che leggono, studiano, navigano col telefonino o dormono beatamente; non danno fastidio, non intralciano il lavoro dei genitori e cosa più strana non socializzano con i coetanei che sono sotto il vicino gazebo.