Phapoun
1 gennaio 2020, mercoledì
Ieri sera per ripulire l’aria irrespirabile della stanza da letto avevamo lasciato porta e finestre aperte; questo ha fatto si che mentre l’aria fumosa usciva, qualche animale è entrato. Verso le due un membro della famiglia ospitante ha cacciato cani e capra e chiuso la porta d’ingresso ma ha lasciato aperta quella della cucina dove c’era ancora la brace fumante; il risultato è stato che l’ampio vano si è riempito nuovamente di fumo rendendo difficile la respirazione. Ho ristabilito l’ordine delle cose facilitando la respirazione anche se qualcuno di noi stamattina si è svegliato con un cucciolo di cane addormentato ai suoi piedi.
Il villaggio è piccolo e si sviluppa lungo il costone della montagna; il tracciato della nuova strada lo ha tagliato in due nella parte alta così da avere un piccolo nucleo di case a monte dello sterrato e il resto a valle. Con l’arrivo della strada è facile che a breve arriverà anche l’energia elettrica che ora manca; infatti a differenza dei villaggi più evoluti visti prima qui non ci sono parabole per la TV ma in compenso su molti tetti ci sono piccoli pannelli solari che ricaricano batterie d’auto.
Nei villaggi finora visitati ci sono un gran numero di donne anziane mentre di uomini di una certa età se ne contano poche; il motivo è che gli uomini bevono molto e ancora fumano l’oppio. Nel Laos, che un tempo faceva parte del famoso triangolo d’oro, dove si produceva l’oppio che riforniva i mercati di mezzo mondo, la coltivazione e l’uso di sostanze oppiacee è vietata ma è tollerata la modica quantità per uso personale.
L’etnia delle persone che abitano questo villaggio è Akha; la famiglia dove abbiamo cenato ieri e dove ora facciamo colazione si sono trasferiti qui da meno di un anno. Provengono dal confine cinese; la casa l’hanno smontata, trasportata e rimontata in loco.
Oggi è il primo giorno dell’anno e anche qui è festa e le scuole sono chiuse; molti quindi i ragazzini che questa mattina sono per strada. Un nutrito gruppetto è freneticamente impegnato in un gioco strano. Sul terreno è disegnata una griglia con dei simboli disegnati in alcune caselle; a turno i ragazzi da circa un metro e mezzo lanciano una carta da gioco francese piegata in quattro e a seconda del risultato pagano o ricevono carte da gioco da chi in quel momento tiene il banco.
Dall’accanimento sembra un gioco d’azzardo e il quadretto è completato dagli spettatori, tutti ragazzini e ragazzine con fratellini in groppa, e un uomo che a poca distanza si fuma la sua pipa d’acqua di bambù seduto sui talloni completamente indifferente a quello che gli sta accadendo accanto.
Oggi è festa anche per i lavoratori, ma non per tutti. Alcuni partono col solito trattorino… carrellato che al momento dell’accensione e quando accelera, in proporzione, fa più fumo di una locomotiva a carbone.
Nel villaggio c’è anche il servizio balie; una donna… di passaggio ha preso un bambino dalle braccia della mamma, lo ha allattato per qualche minuto e poi ha ripreso il machete, messo il canestro a tracollo e si è incamminata per i campi.
Quelli che non vanno a lavoro stamattina sono quasi tutti intenti ad affilare i machete delle varie forme e dimensioni sul patio con tanto di olio lubrificante.
Finora gli abitanti di questo villaggio hanno prodotto poco, giusto per il loro sostentamento perché senza una strada seria la città era lontana ma ora con questa nuova via forse cominceranno a produrre di più anche per vendere. Preferiscono gli animali agli ortaggi perché i primi si alimentano perlopiù da soli. L’animale che rende di più è il bufalo e se ne sono visti poco o nulla perché sono nella foresta dove pascolano… felici.
L’età media è di 65 anni e in ogni famiglia ci sono una decina di figli, numero che sta via via diminuendo man mano che migliorano le condizioni di vita e soprattutto sanitarie che riducono la mortalità infantile anche nei villaggi più remoti.
Il primo figlio ha l’obbligo morale di restare a casa e mantenere i genitori e i nonni e logicamente eredita la casa e i beni mentre gli altri possono farsi liberamente una vita propria.
La nuova strada che stiamo percorrendo arriva fino alla nuova capitale della provincia, Boun Neua; è a scarsissimo traffico tanto che ci prendiamo tutta la carreggiata per camminare in piena libertà. Un albero ci cade improvvisamente davanti a noi e per poco non ci investe; un uomo si sta procurando un po’ di legna da ardere.
L’albero killer è considerato l’albero degli spiriti della foresta e per tagliarlo vengono sacrificati prima almeno due galline e comunque nelle sue vicinanze non viene coltivato niente, soprattutto il riso.
Più si scende di quota, più si cominciano a vedere dei terrazzamenti per la coltivazione del riso che però sono ancora in standby con i resti dell’ultima mietitura. Ogni tanto in qualche terrazzo si coltivano ortaggi ma non ho capito se questa coltivazione ha sostituito il riso ho è solo transitoria in attesa di ricominciare il ciclo del cereale.
Alla fine della strada con sorpresa troviamo una sbarra con tanto di guardiano che non ho capito se fa pagare un pedaggio o se limita il passaggio ai soli residenti; comunque non ha molto lavoro e a giudicare dalla busta piena di lattine di birra vuote ha trovato il modo di passare il tempo senza annoiarsi troppo.
Alcune donne che abitano queste terre e che vestono in abiti tradizionali oltre ad avere i copricapo abbelliti da collanine colorate e monete d’argento hanno queste monete incollare o cucite anche sulle stole.
Oggi, giorno di festa, molti ne approfittano per fare un picnic fuori porta e alcuni si accontentano di farlo a bordo strada quando, con pochi altri chilometri in auto avrebbero location decisamente migliori.
Un pickup ci aspetta per portarci in città, al nostro ormai abituale punto di ritrovo ossia la stazione dei bus; attraversando le strade cittadine in fermento costruttivo vediamo che non tutti hanno approfittato del giorno festivo per riposarsi e sono regolarmente a lavoro.
Mangiamo una ottima e abbondante zuppa di noodles che poi sono tagliatelle di riso accompagnati dall’ormai familiare cesto di verdure fresche tra cui le foglie di menta.
Nell’ordinato mercato coperto dietro la stazione, tra le altre cose ci sono tanti funghi coltivati tipo pioppini ma di colore più chiaro.
Prendiamo un piccolo bus per Phongsali che contribuiamo a riempire in ogni ordine di posti per il disappunto di alcune donne che arrivate leggermente dopo son dovute restare in piedi con la mercanzia. Il controllo dei biglietti è laborioso; la ragazza della biglietteria di terra sale sul bus con in mano un blocchetto di moduli con su segnato in duplice copia con carta carbone tutti i biglietti emessi per quel bus. Fa il biglietto a quelli sprovvisti, aggiorna il modulo e ne consegna una copia alla bigliettaia di bordo che si occuperà di fare i biglietti a quelli che salgono durante la corsa.
Sono 41 chilometri di cui il primo sterrato e gli altri tutti in un susseguirsi di curve. All’arrivo alla stazione dei bus di Phongsali dopo una decina di minuti arriva il tuk tuk che avevamo fortunatamente prenotato giorni fa; gli altri che sono arrivati con noi da Boun Neua sono rimasti spiazzati dall’assenza di questi mezzi perché oggi è festa. Diamo un passaggio col nostro mezzo a quattro di loro con i loro bagagli; siamo un po’ stretti ma facciamo una buona azione.
I laotiani o mangiano tardi o mangiano anche loro tanto i giorni di festa; tra musica e karaoke è tutta una musica continua che si accavalla. Mangiano tutti fuori all’aperto e o mangiano in piedi o fanno tanti brindisi o… entrambe le cose.
Il quartiere cinese è bello con le stradine strette e acciottolate; quasi ogni casa ha le sue fioriere con piante tropicali fiorite e tante sono le collane di culi di bottiglia di plastica che vanno da una parte all’altra dei patii e che contengono vari tipi di orchidee che purtroppo in questa stagione non sono fiorite; con un po’ di immaginazione… immagini lo spettacolo che sarà. In quasi tutte le case del quartiere alle finestre, o davanti alle porte aperte, quindi nei punti più luminosi della casa, ci sono macchine per cucire segno che gli altri giorni non festivi le donne qui si danno al cucito.
Oltre a piante tropicali e orchidee nei vasi davanti alle case troviamo basilico, cipolle, pomodori rampicanti maturi al punto giusto per fare una buona insalata, caffè non ancora maturo ma ricco di frutti.
C’è un piccolo ristorante non lontano dall’albergo dove servono una zuppa direttamente nel coccio in cui è cotta e che all’apparenza sembra ottima ma non c’è verso di sederci; o non capiscono, o non vogliono stranieri, o è già tutto prenotato… fatto sta che ridono tutti cuoca e clienti ma… dopo un po’ andiamo via.
Mangiamo in un ristorante in riva al laghetto che si trova nella parte bassa della cittadina con un lungolago su cui si affacciano diversi locali dove di mangia o si balla. Brace a tavola con sopra una padella di alluminio a forma di spremiagrumi con i fori però nella parte… conica dove vanno messe a cuocere le fettine di carne o pancetta tagliata fine mentre nella parte bassa si mette il brodo e in questo si mettono a cuocere le verdurine fresche e l’uovo che noi abbiamo fatto cuocere intero mangiandocelo sodo mentre poi abbiamo visto gli altri commensali del posto che l’hanno rotto nel brodo a fare una specie di stracciatella. Molto buono e simpatico per circa 500000 kip tra tutti compreso numerose Laobeer grandi, la birra locale che non è affatto male.