Phongsali

30 dicembre 2019, lunedì

9858Alle 7.30 tanti ragazzi in ordine sparso vanno a scuola; anche il ragazzo che ha fatto il turno di notte alla reception dell’albergo stamattina ha preso un paio di quaderni ed è andato a scuola.
Nel cassone di un autocarro a quattro ruote della Hyundai andiamo alla stazione dei bus passando dal bar a fare colazione perché all'albergo non è previsto.
Le donne qui vestono in modo vario ma lo stile della gonna è simile per tutte; sotto il ginocchio, tinta unita di vari colori con una balsa decorata nella parte bassa. Sono tante le donne in carriera che la mattina vanno a lavoro in moto e magari si fermano a fare colazione per strada.
Alla stazione dei pullman una signora è fermata dalla polizia e dalla cesta escono topi, scoiattoli, pappagallini e altro che la donnina cercherà di vendere in città.
Per andare al punto di partenza del trek prendiamo il pullman che scopriamo essere un bus solo cuccette; si inizia col doversi togliere le scarpe e già mi vedo quando dovremo scendere. Poi le cuccette sono comode di notte per dormire ma scomode di giorno perché è impossibile stare seduto ma devi comunque stare coricato... e non vedi nulla dal finestrino.
Scendiamo dopo una mezz'oretta nel tratto di strada sterrata dove troviamo la guida ad attenderci e con lui ci incamminiamo su per una stradina in terra battuta. Incrociamo poche auto e moto di persone che dai villaggi vanno al lavoro.
Il tempo è clemente, non piove ma è nuvoloso anche se il cielo stellato di ieri ci faceva sperare di meglio. Comunque non ci possiamo lamentare perché un paio di settimane fa ha nevicato e i banani secchi che vediamo intorno a noi sono quelli che non hanno retto al gelo.
9907Dopo sette chilometri di foresta intervallata da bananeti disordinati e una piantagione di tè incontriamo la scuola materna con i bambini nel refettorio; i bambini sono seduti ordinatamente ai tavolini e stanno mangiando una minestra di riso e verdura. Due maestre rabboccano le ciotole dei bimbi con mescolate di cibo prese da secchi rigorosamente non per alimenti e uno di questi in origine conteneva pittura come si evince dall’etichetta ancora visibile. In cucina, che poi è un fuoco in un angolo con su un pentolone, un'altra maestra riempie i secchi.
Un bambino e una bambina seduti vicino stanno mangiando poco ma si divertendo tanto; la bambina prende un pezzo di verdura dal suo piatto e lo getta nel piatto del piccolo vicino e ride a crepapelle e fa lo stesso. Un vero spasso.
Finito di mangiare tutti i piccoli prendono piatto e cucchiaio e vanno alla fontana dove lavano il tutto con spugnetta e detersivo e poi risciacquano. Ci viene subito da paragonarli ai coetanei nelle nostre scuole.
Subito dopo raggiungiamo il villaggio di Ban Sala-ebe che è quasi deserto; con i bambini a scuola e gli adulti a lavoro, tra le case di legno sono rimasti solo bambini molto piccoli e i loro nonni che l’accudiscono. C’è anche un papà con la sua bambina in braccio; è un quadretto poco edificante con la bambina con un visino tra l’assente e il triste e il papà che fuma come un turco.
Due bambini sorpresi a giocare vicino a un piccolo trattore parcheggiato davanti casa sono rimasti bloccati quando mi hanno visto e si sono messi a piangere quando ho provato ad avvicinarmi.
Mangiato il cibo cucinato e trasportato dalla guida nella cucina affumicata da un fuoco acceso del piccolo e unico venditore del posto con lardi e salsicce appesi ad... affumicare. Usciamo dalla parte alta del villaggio; nel cortile dell’ultima casa ai piedi della foresta due uomini stanno facendo manutenzione ai loro fucili.
9926Entriamo nella foresta percorrendo un sentiero stretto e molto ripido in salita che dopo pranzo ci sembra ancora più ripido di quello che realmente è; dopo meno di un’ora arriviamo nel punto più alto, poco più di 1600 mt e di qui una discesa continua fino ai 900 mt del villaggio Akha Uma di Boun Phieng. La discesa non è agevole perché molti punti oltre a essere abbastanza ripidi sono anche scivolosi per la pioggia dei giorni scorsi; purtroppo, complice anche la stanchezza, Francesca scivola e si fa male quando ormai avevamo il villaggio davanti a noi. La portiamo giù con difficoltà mentre la guida raggiunge le case e torna con un’auto per portarla all’ospedale più vicino.
Mentre Alfredo, Federica e la guida l’accompagnano all’ospedale noi raggiungiamo il villaggio attraversando il fiume su un traballante ponte nepalese. Raggiunta l’altra sponda sento arrivare uno di quei trattorini col cassone che si appresta a guadare il fiume così ritorno sui miei passi per fotografarlo; passato indenne il fiume il mezzo mi si è fermato accanto e l’autista con gesti e sorrisi mi ha invitato a salire a bordo accanto a due donne una delle quali ha due cartoni di uova in mano.
Poche centinaia di metri in salita ma esilaranti perché ho rischiato di essere catapultato fuori dal cassone più volte complice lo sterrato sconnesso e l’assenza di sospensioni e di asfissiarmi perché a ogni accelerazione dal tubo di scappamento esce una nuvola densa e puzzolente; come se non bastasse quando la salita si è fatta più dura… mi è toccato anche scendere e spingere.
Dopo questa breve avventura mi sono trovato nel villaggio lontano dagli altri e, non sapendo dove andare, ho cominciato a girovagare cercando la presenza dei compagni di viaggio; ho girovagato poco perché le poche persone che ho incrociato mi hanno via via la strada senza che io gliela chiedessi. Siamo ospitati in quella che sembra sia la casa del capo del villaggio, praticamente il nostro sindaco.
9878Questa volta resteremo tutti in questa casa, non ci divideremo, così cominciamo a sistemare le nostre cose in un angolino della grossa stanza. Esco sul pianerottolo a prendere lo zainetto, è ormai buio e sotto la tenue luce vedo sul tavolo un grosso termos, tanti bicchieri e tante donne e ragazzine che stanno apparecchiando la tavola con qualcosa di colorato; rientro subito nella stanza e avviso entusiasta gli altri che ci stanno preparando un aperitivo. Usciamo tutti insieme e scopriamo che la roba colorata non è altro che l’insieme di oggettini fatti dalle donne e dalle ragazzine del paesino intrecciando fili e infilando palline colorate; in pratica è stato allestito un mercatino a domicilio di braccialetti e collanine.
Dopo poco rientriamo nella stanza ma le ragazze non si arrendono e ci seguono dentro con la loro mercanzia; per un momento ho pensato che nella nostra stanza ci fossero tutte le donne e i bambini del villaggio eppure regnava un silenzio surreale interrotto solo dalle risate provocate dai goffi tentativi di contrattazione. Purtroppo non c’è nessuna possibilità di dialogo perché oltre alla lingua anche la gestualità si è evoluta nei secoli in maniera differente tra occidente e oriente e questa diversità è accentuata dal fatto che quasi tutte le persone adulte presenti sono analfabeti e i ragazzini che vanno a scuola per l’educazione ricevuta non si intromettono. Conoscono solo il valore dei soldi così alla fine la contrattazione avviene con un mazzetto di banconote dove uno aggiunge e l’altro toglie figurine fino a quando non si trova un accordo.
Finito il teatrino resta una ragazza che cerca di dire qualcosa a Marta, la più giovane del gruppo; si scopre la schiena, la mostra e gesticola. Noi facciamo altrettanto ma con rammarico dobbiamo accettare che non riusciamo a dialogare nemmeno a gesti.
Dopo cena arrivano la guida e gli altri tranne Francesca che è rimasta all’ospedale per la sospetta micro frattura alla testa dell’omero.

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