Phongsali

2 gennaio 2020, giovedì

9645aDopo la colazione con frittata alla banana acerba che allappa, col pulmino partiamo in direzione del fiume. Finita la festa la città è come al solito in pieno fermento a quest’ora mattutina con gli studenti grandi e piccoli che vanno a scuola da soli o accompagnati dai genitori sugli scuolascooters in tre, quattro o cinque senza casco per guadagnare spazio, con gli impiegati elegantemente vestiti che vanno in ufficio e magari si fermano a fare colazione in una delle tante bancarelle che sono sorte come funghi questa mattina e che sono tutte in piena attività.
La strada che stiamo percorrendo è sterrata e piena di curve; Phongsali è alta e questa mattina le nuvole sono basse per cui partiamo col sole… sopra un mare bianco, poi man mano che scendiamo di quota aumenta la nebbia che riduce la visibilità al minimo sindacale fino a quando usciamo allo scoperto… sotto le nuvole.
Arriviamo ad Hatsa, sul fiume Nam Ou che è un affluente del Mekong. C’è una specie di molo e aspettiamo che arrivi la barca a motore che abbiamo prenotato; ce ne sono alcune ormeggiate ma sono piccole per ospitarci tutti compreso i bagagli.
Nell’attesa il nostro autista sale su di una canoa e in modo poco professionale si allontana un po’ dallo scivolo in cemento che fa da molo; in effetti c’è poca acqua e non è facile pagaiare tra gli scogli. Si ferma, cambia posizione sulla canoa, mette le mani in acqua, ritorna pagaiando sotto i nostri occhi fissi su di lui per capire cosa volesse fare; quando torna al minibus reggendo un enorme pesce… capiamo.
Contrordine… l’attracco non è qui, occorre spostarci. In effetti c’è poco fondale per poter far attraccare una barca più grande di una piccola canoa. Il problema è che col mezzo ci scarica sulla strada e dobbiamo raggiungere il nuovo molo a piedi con i bagagli su uno stretto e sconnesso sterrato in discesa.
Raggiungiamo a fatica la riva ma siamo solo noi in un luogo non adatto all’attracco di una barca, barca che comunque difficilmente potrebbe arrivare perché dal lato opposto a dove eravamo noi e dove abbiamo constatato che il fiume è quasi in secca ci sono delle rapide, non esagerate ma difficilmente transitabili con mezzi a motore; dopo un quarto d’ora di attesa il sospetto di essere stati raggirati si fa sempre più reale.
9736aVado a dare un’occhiata al di la delle rapide e vedo due imbarcazioni ormeggiate a un molo improvvisato; una delle due è sicuramente la nostra. Chiamo gli altri ma non è facile raggiungerle con i bagagli; c’è da camminare sui ciottoli irregolari e guadare un piccolo ruscello con i bagagli e con Francesca con la spalla rotta.
E’ una lunga canoa larga solo un metro con una bassa capote fissa artigianale su telaio di legno fatto di fine lamierino di riciclo; la capote è interrotta nella parte anteriore per permettere l'ingresso delle persone e delle cose. A sinistra c’è il vano bagagli e il posto del pilota che comanda il timone con un volante; a destra spazio riservato ai passeggeri che possono accomodarsi su semplici tavole di legno o su sedili cannibalizzati a vecchi autobus. Il rumorosissimo motore entrobordo è rinchiuso in un vano alla fine della capote.
Iniziamo la navigazione a favore di corrente; si notano diversi attracchi improvvisati di piccole canoe e raramente qualcuna grande come la nostra. Quasi mai alle imbarcazioni a riva corrispondono case nei pressi segno che queste spesso sono lontane dal fiume e l’acqua rappresenta l’unico mezzo per spostarsi.
C’è poco traffico in acqua mentre a riva sono molti che attirano l’attenzione con movimenti che somigliano al saluto ma che sono segnali rivolti al pilota per far capire che sono in cerca di un passaggio per se stessi e per il voluminoso bagaglio al seguito. Diversi pescatori controllano le reti che hanno calato in acqua; in piedi sulle strette canoe le sollevano, recuperano il pescato, le battono con un legno per pulirle da residui portati dalla corrente e le ricollocano in acqua.
Il cielo da stamattina è sempre nuvoloso ma c’è abbastanza luce. Lo scenario da parecchi chilometri è simile; scheletri biancastri di alberi secchi a riva e foresta rigogliosa alle spalle di tutte le tonalità del verde. Sicuramente stiamo andando verso una diga che ha fatto salire il livello dell’acqua facendo seccare le piante che prima erano vicine alla riva e che poi si sono ritrovate… annegate.
È già la seconda canoa che vedo parcheggiata un paio di metri sopra il livello dell’acqua tra gli arbusti rivieraschi; o il livello regolato dalla diga fluttua o sono state volutamente stipate in quel modo.
9929aBottiglie di plastica dell’acqua sono usate come boe e segnalano al comandante la traiettoria più sicura da seguire ma spesso occorre improvvisare per scansare i detriti più grossi che costringono a vere e proprie gimcane acquatiche.
I numerosi piccoli affluenti si riconoscono per l’enorme foce piena di alberi rinsecchiti che sorgono dall’acqua. Stranamente da quando siamo partiti non si è visto un uccello; non capisco e sono un po’ deluso perché una delle cose più belle da vedere quando si naviga sui fiumi è proprio la varietà e la quantità dei grandi pennuti che generalmente vivono in questi ambienti.
Vediamo la diga che è stata costruita in una stretta gola; sulle sponde del lago che si è formato si legge chiaramente che il livello dell’acqua è circa quattro metri più basso del massimo raggiunto.
Attracchiamo a un piccolo molo dove troviamo il nostro tuk tuk che ci aspetta; bello il distributore di benzina con ben tre bottiglie di plastica piene del prezioso liquido rossastro e quattro piccole eliche per riparazioni d’emergenza. A completare c’è l’angolo ristoro su una piccola barca ormeggiata vicino.
Ai piedi della diga, a valle, c’è la centrale elettrica così l’acqua non deve fare molta strada; quando si dice… a chilometro zero. Subito dopo la diga incontriamo un villaggio le cui case si sviluppano lungo la strada; indicazioni stradali e scritte in genere sono sia in lingua lao che cinese e non credo per la vicinanza del grande paese a questo villaggio ma per la grande manodopera cinese che sta lavorando da anni a questa diga ormai quasi finita.
Non è ancora mezzogiorno ma le lezioni sono finite e un fiume di studenti di tutte le età sta tornando a piedi a piccoli gruppi a casa. Le ragazze sfoggiano make up vistosi, mai visti finora, segno che la costruzione della diga ha portato un po’ di benessere economico anche agli abitanti dei villaggi vicini oltre che ai cinesi.
L’autista del tuk tuk carica altre persone che si propongono; prima una donna con bambino che siede in cabina dove avevamo sistemato la Francesca. Speriamo bene perché il bambino è sistemato proprio affianco alla spalla rotta. Altre due ragazze e un ragazzo salgono nel cassone dove siamo noi e gli zaini piccoli mentre borsoni e zaini grandi stanno in bilico sul tetto.
9834aUna delle due ragazze che si fa notare per la borsa nera con scritta Ferrari color oro caccia da questa una mascherina per lei e poi una per l’altra ragazza e un’altra per la nostra Marta. Capiamo subito il perché; la strada è sterrata e viaggiamo immersi in un enorme polverone che si accentua ancor di più quando si incrocia, per fortuna raramente, un altro veicolo. Dopo pochi chilometri siamo completamente impolverati dalla testa ai piedi con gli abiti che hanno cambiato colore. In compenso la strada corre lungo la valle scavata dal fiume e ci regala degli scorci meravigliosi
Da qualche chilometro dall’altra parte del fiume si vede una nuova strada di recente costruzione, sempre sterrata; poi sempre dall’altro lato un grosso villaggio con case-continers tutte allineate. È il villaggio dormitorio degli operai che stanno lavorando a un’altra diga che troviamo pochi chilometri più a valle e che passiamo; forse anche la nuova strada è finalizzata alla enorme costruzione.
Ancora pochi chilometri di strada impolverata e arriviamo al molo; sfruttiamo i pochi minuti a disposizione per spolverarci e per rinfrescarci nelle limpide acque. La barca e simile all’altra, forse più grande ma con meno posti a sedere perché al posto delle umili tavole di legno qui ci sono delle poltrone cannibalizzate a qualche vecchio autobus rottamato che riducono lo spazio utile.
Davanti a noi vediamo delle piccole rapide; cerchiamo con gli occhi un altro passaggio, ma non c’è e senza rendercene conto ci passiamo sopra indenni. Penso a un leveraggio che alza il piantone dell’elica ma non c’è anche perché questo andrebbe bene per noi che viaggiamo a favore di corrente ma sarebbe impossibile passare questo tratto senza la spinta del motore per quelli che risalgono il fiume; evidentemente nonostante l’evidente increspamento dell’acqua resta sempre un buon pescaggio sia per la chiglia piatta che per l’elica.
Subito dopo la piccola rapida troviamo a riva intere famiglie che scavano e vagliano il fango in cerca di oro; usano gli stessi arnesi, gli stessi setacci leggermente conici che si vedono usare dai cercatori nei vecchi film americani ambientati all’epoca della corsa all’oro. Non pensavo che al giorno d’oggi al mondo ce ne fossero ancora e averli visti all’opera rende questa giornata indimenticabile.
9771aLe piccole rapide si susseguono a intervalli quasi regolari e oramai li affrontiamo con sicurezza e soprattutto abbiamo capito che subito dopo queste increspature dell’acqua ci sono i cercatori d’oro nell’una o nell’altra sponda. Dai nonni ai nipotini sono tutti impegnati in qualche mansione; in acqua anche fino alla vita e quando raccolgono il fango sul fondo spesso resta visibile solo il cappello che raramente è conico. I più piccoli a terra sono quasi sempre completamente nudi.
Effettuiamo due brevi soste di servizio, una per consegnare la borsa della spesa a una donna che aspetta a riva e l’altra per far scendere un passeggero; insieme a noi c’era quest’uomo di mezza età seduto in fondo alla barca che il pilota ha più volte fatto spostare da un lato all’altro della stretta imbarcazione per bilanciare meglio il carico e questo gli aveva fatto meritare il soprannome di uomo zavorra senza sapere che era solo un passeggero infiltrato tra noi.
Il percorso del fiume è estremamente tortuoso e questo si nota maggiormente ora che, contrariamente a stamattina, il sole non solo è visibile ma è anche basso per cui lo vediamo a destra o a sinistra come davanti o alle spalle.
Sono finiti i cercatori d’oro; non so se per mancanza di materia prima o perché devono raggiungere i villaggi prima del tramonto. In compenso, forse proprio per una questione di orario sono aumentati i pescatori che incredibilmente in equilibrio in piedi su strettissime canoe lanciano le reti che noi chiamiamo rezzagli o controllano e puliscono le reti fisse che generalmente hanno piazzato in vicinanza della riva.
Raggiungiamo l’ennesima diga in costruzione; in questo caso sono ancora indietro con i lavori tanto che l’acqua per ora è solo deviata. Infatti il viaggio in tuk tuk per aggirarla dura poche centinaia di metri; più il tempo di scaricare e ricaricare i bagagli che il tempo del viaggio.
Un po’ più di tempo occorre per convincere il pilota del nostro natante che non vuole portarci fino a Nong Khiaw perché, dice, è troppo lontana e non ce la potremmo fare a raggiungerla prima del tramonto. Non ci facciamo intimidire e partiamo; notiamo subito che l’imbarcazione è molto più lenta delle altre simili con cui abbiamo viaggiato in giornata e il dubbio che stia rallentando volutamente la corsa per abbandonarci in mezzo alla foresta comincia a serpeggiare nelle nostre teste.
9981aPer non farci trovare impreparati mettiamo mano a tutta la nostra tecnologia e cominciamo a seguire passo passo la navigazione sulle mappe gps dei nostri device e quando attracca al villaggio sbagliato siamo pronti all’ammutinamento ma è un falso allarme; la sosta dura giusto il tempo di recuperare uno zainetto che contiene, tra l’altro, una torcia elettrica.
Il sole è oramai bassissimo e il transito in queste valli nella fitta foresta che ci circonda diventa sempre più suggestivo come il sole che compare e scompare dietro i monti che ci circondano o davanti a noi regalandoci degli spettacolari tramonti continui fino al… buio pesto.
Scopriamo a malincuore che queste barche non hanno un impianto elettrico e di conseguenza siamo sprovvisti di qualsiasi luce atta a vedere o a farci vedere. A questo punto entra in gioco la torcia che però il nostro driver accende solo quando incrocia un altro natante che a sua volta segnala la sua presenza con la sua torcia; torcia che viene spenta immediatamente dopo l’incrocio continuando la navigazione nel buio più assoluto, almeno per noi. Non capiamo come facciano a capire che si stanno avvicinando a un’altra barca quando la visibilità è limitata a pochi metri e il rumore del motore è assordante e rende impossibile percepire altri suoni. Speriamo bene.
La tensione si dirada quando intravvediamo le prime luci del città; attracchiamo di prua a un molo improvvisato fatto di canne di bambù sotto il ponte che unisce le due parti del grosso villaggio. Scendere dalla barca con i bagagli non è agevole e nemmeno raggiungere la strada con questi salendo per una scalinata di cemento dai gradini irregolari e al buio ma alla fine ce la facciamo e siamo contenti di avere nuovamente i piedi per terra.
Alloggiamo al vicino CT Guesthouse con ampie stanze che danno sul fiume. Fin'ora avevamo visto solo 4 turisti e per giunta lo stesso giorno; stasera i gestori cinesi dell’albergo e indiani e vietnamiti dei ristoranti vicini e i numerosi visi pallidi come noi hanno decisamente messo in minoranza i laotiani.

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