Muang Sing
28 dicembre 2019, sabato
Storicamente il gallo canta all'alba ma qui forse non hanno l'orologio così a mezzanotte in punto un gallo proprio sotto la nostra finestra si esibisce in uno straordinario assolo che invoglia logicamente tutti i galli del vicinato.
La pioggerellina di ieri sera si è trasformata in breve in violenti temporali con tanto di tuoni e lampi.
Dopo uova strapazzate, spaghetti e zuppe non ci sembra vero poter fare colazione con pane, burro e marmellata anche se il pane è dolce; non è la baguette che ci aspettavamo dal retaggio della passata dominazione francese.
Nel cassone di un apetto cinese a quattro ruote raggiungiamo un primo villaggio. È Nong Boua; ci sono tante tessitrici che lavorano al telaio posizionato generalmente sotto casa tra le palafitte. Producono sciarpe, tovaglie, gonne... colori preferiti sono il blu scuro, il rosso porpora e il bianco.
Sempre a bordo del mezzo di origine cinese raggiungiamo Pa To. In questo piccolo agglomerato sono specializzati nel produrre il lao-Lao, chiamato anche Lao whiskey; le due parole si pronunciano in modo diverso e la prima sta a significare alcol e la seconda laotiana. Fanno bollire il mais e, una volta scolato, aggiungono farina di riso. Il tutto viene fatto fermentare per 25 giorni. Con un grosso alambicco artigianale posizionato sopra un bidone che contiene il mosto e raffreddato ad acqua corrente si ricava il distillato che viene raccolto il contenitori di plastica. Tutto il prodotto viene venduto alle compagnie cinesi tranne pochi litri ceduti ai privati come me; un litro e mezzo per 20.000 kip. Come il precedente anche in questo villaggio sono di etnia Tai Neua.
Proseguiamo a piedi e dopo un chilometro dal villaggio di Koum ci troviamo in mezzo alle risaie. La maggior parte sono in stand by con qualche vitello legato che mangia ciò che resta dopo la lontana mietitura.
Ma in altri c'è movimento. In una vasca si stanno estirpando le piantine dal terreno allagato; sono le piantine del vivaio. La mondina sciacqua il mazzetto appena sradicato, lo batte su un pezzo di legno piantato a portata di mano per allineare le radici, lo lega e lo adagia nel cesto. Un uomo col sistema a bilanciere porta i cesti con le piantine alle vasche che sono state arate e allagate; le mondine... piantatrici sono allineate una accanto all'altra e procedono compatte arretrando dopo aver ripiantato le piantine a una decina di centimetri le une dalle altre e che ora affiorano per metà dall'acqua.
La nostra guida è un professore di inglese che nei giorni liberi arrotonda accompagnando i gruppi nell’hinterland di Muang Sing; a suo dire il terreno qui è buono e non necessita di aiutini al contrario della vicina Cina dove l'aiutino lo danno a prescindere. Le mondine sono in realtà uomini e donne di tutte le età.
Attraversiamo un vecchio e povero tempio buddista nel villaggio di Koum. Tetto in lamiera, intonaco scrostato, pochi simboli e pochi monaci; siamo salutati con rispetto da alcuni anziani che stazionano nelle vicinanze e che allontanano alcuni ragazzini accorsi incuriositi dalla nostra presenza che comunque non ci davano minimamente fastidio.
Ora siamo tra le alte canne da zucchero pronte per la raccolta tanto che troviamo uomini e donne a lavoro che tagliano la canna, la puliscono dalle foglie, le riuniscono a piccole fascine, le legano con legacci di bambù, e li lanciano sul cassone del vicino camion che una volta carico porterà il prodotto in Cina. Il camion e quasi pieno e il ragazzo che lancia le fascine non ha più forza e non riesce più a lanciare le canne al primo colpo ai colleghi sul tetto che poi le sistemano. Sembra che la produzione vada tutta in Cina al prezzo di 400 mila kip per ettaro.
Usciamo dalla piantagione di canna da zucchero e prendiamo uno stradello con le risaie a sinistra e la collina ricoperta di alberi della gomma a destra, stradello che poi si inerpica su per la collina tra gli alberi.
L'albero di caucciù inizia a produrre dopo 5, 8 anni e prosegue per 15 anni; la corteccia viene intagliata prima da un lato e poi dall’altro in modo da permettere all’albero di sopravvivere. Dopo viene tagliato e utilizzato come legna da ardere.
Da stamattina il cielo è stato clemente, leggere pioggerelline non invalidanti ma tutto d'un tratto è venuto giù una valanga d'acqua improvvisa che non ci ha dato tempo di prendere il poncho dallo zaino; fortuna che siamo vicini al villaggio e ci ripariamo sotto una tettoia di fortuna.
Chiediamo ospitalità nella prima casa del villaggio che fortunatamente scopriamo essere un vecchio allievo del nostro professore che ci fa da guida. Ottimo il pranzo cucinato da sua madre; ogni porzione di ogni pietanza è ordinatamente impacchettata in foglie di banano che estrae delicatamente dallo zaino. Un pacchetto di sticky rice metà bianco e metà viola a testa; Poi uno spettacolare spezzatino di pollo rosolato e ben cotto, noodles con germogli di soia e bambù, broccoli bolliti e altri sfritti con germogli e peperoncini.
In questo villaggio sono di etnia akha che sono animisti; tra questi c'è la credenza che i gemelli non sono propri così in passato venivano uccisi mentre ultimamente vengono abbandonati nel bosco che equivale a darli in adozione.
Entriamo in un villaggio dove le donne sono tutte indaffarate nel cucito, da sole sull'uscio o in compagnia. Uscendo dal villaggio attraversiamo una porta in legno che la guida ci invita a non toccare perché serve a proteggere il villaggio dagli spiriti maligni. Attratti dalla parte alta della porta non avevamo notato che in basso sono riprodotti in legno intagliato molto elementarmente bombe a mano, mitra, fucile con baionetta e proiettile di bazooka che sono ancora vivi nella mente come negatività dagli anni settanta, dalla fine della guerra in Vietnam che ha visto il Laos e i suoi abitanti incolpevoli vittime.
A pochi chilometri da noi c'è il confine cinese. Sono ben visibili due alti picchetti bianco e rossi che la guida ci dice indicano il confine.